L’ultima “next big thing” del rock inglese
Vent'anni fa il disco di debutto degli Arctic Monkeys ottenne un successo enorme grazie a internet e al passaparola dei fan

«Il disco è uscito da due giorni, ma questi ragazzi di Sheffield sono già considerati il più grande gruppo del Regno Unito dai tempi degli Oasis». Le parole con cui Pitchfork aprì la recensione di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not riassumono bene l’ondata di entusiasmo che accompagnò la pubblicazione del primo album degli Arctic Monkeys, uscito il 23 gennaio di vent’anni fa.
Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not è considerato uno dei dischi di debutto meglio riusciti di tutti i tempi: raggiunse rapidamente il primo posto delle classifiche americane e britanniche, ottenendo un consenso di critica e pubblico trasversale.
Dopo la sua uscita gli Arctic Monkeys furono frequentemente descritti come la nuova “next big thing” (un’espressione usata per chi sembra sul punto di sfondare e occupare classifiche e conversazioni) della musica britannica. Da quel momento in poi, nessun’altra rock band inglese riuscì a concentrare attorno a un esordio lo stesso livello di attenzione e aspettative.
Le ragioni di quel successo furono molte, a cominciare dall’immagine degli Arctic Monkeys, quattro ragazzi poco più che ventenni che partendo da un liceo di Sheffield erano riusciti prima a costruirsi un pubblico enorme, e poi a diventare una delle band più importanti della loro generazione.
Suonavano un rock essenziale e ruvido, influenzato dal britpop degli anni Novanta, dal post-punk e dalla new wave, e avevano un’estetica molto diversa da quella delle rockstar che andavano per la maggiore in quegli anni. Se ne andavano in giro con jeans stretti, giacche scure, felpe, polo e scarpe da ginnastica, come i loro coetanei del Nord dell’Inghilterra; e sul palco, perlomeno agli inizi, apparivano timidi e leggermente impacciati.
Le loro canzoni, però, funzionarono fin dal primo momento: parlavano di vita notturna, culture giovanili, storie d’amore e altri temi in cui i giovani inglesi del tempo riuscirono a riconoscersi facilmente, ed erano costruite su riff di chitarra melodici, incisivi e molto riconoscibili che entravano in testa fin dal primo ascolto.
Anche se Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not uscì nel 2006, gli Arctic Monkeys suonavano insieme già da quattro anni. Il cantante Alex Turner, il chitarrista Jamie Cook, il batterista Matt Helders e il bassista Andy Nicholson (che avrebbe lasciato il gruppo dopo poco) avevano fondato la band nel 2002, e riuscirono a farsi notare velocemente e senza ricorrere ai canali tradizionali dell’industria discografica.
Era il momento giusto per farlo: per la prima volta, servizi come MySpace consentirono a decine di gruppi emergenti di far circolare la propria musica senza la necessità di ottenere prima un contratto discografico.
Nel caso degli Arctic Monkeys, però, internet non fu tanto uno strumento di promozione quanto un amplificatore di qualcosa che esisteva già. Nei primi anni la band suonava spesso nei pub e nei piccoli locali di Sheffield, distribuendo dopo i concerti CD masterizzati con demo e registrazioni artigianali. Furono soprattutto i fan a caricare quelle canzoni online, facendole circolare liberamente su forum, siti di file sharing e, in seguito, su MySpace.
In poco tempo, canzoni che non erano mai passate in radio né erano sostenute da un’etichetta iniziarono a circolare ben oltre i confini della loro città, creando un passaparola rapido e incontrollato. Così, quando l’industria discografica si accorse di loro, gli Arctic Monkeys avevano già un pubblico numeroso, concerti affollati e una notorietà costruita dal basso, senza una strategia promozionale tradizionale.
Nel 2005 pubblicarono l’EP Five Minutes with Arctic Monkeys con la Bang Bang Recordings, un’etichetta creata appositamente per l’occasione. Il disco conteneva due canzoni: l’inedito “From the Ritz to the Rubble” e una nuova registrazione di “Fake Tales of San Francisco”, una delle canzoni più amate dai loro primissimi fan, in cui la band prendeva di mira le pose e i divismi della scena rock dei primi anni Duemila. Entrambe finirono poi in Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not.
Anche se poi le cose non andarono esattamente così, l’idea iniziale di Turner era realizzare una specie di concept album sulla vita notturna. Rubò il titolo da Saturday Night and Sunday Morning, un romanzo di Alan Sillitoe del 1958 incentrato sul contrasto tra l’evasione e gli eccessi della vita notturna e la fatica della routine quotidiana della classe operaia inglese.
Per il resto, gli Arctic Monkeys azzeccarono tutto quello che c’era da azzeccare. Trovarono una copertina iconica come poche altre nel rock di quel decennio, quella con una fotografia in bianco e nero in cui Chris McClure, cantante dei The Violet May, fuma una sigaretta; due singoli, “I Bet You Look Good on the Dancefloor” e “When the Sun Goes Down”, che spinsero l’album fino al primo posto della classifica dei dischi più venduti in Inghilterra e negli Stati Uniti; e una ballata romantica, malinconica e danzereccia, “Mardy Bum”, che partì in sordina ma poi diventò una delle canzoni più amate del disco.
Nel 2013, sette anni dopo l’uscita, Rolling Stone inserì Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not nella classifica dei 100 dischi di debutto meglio riusciti di sempre presentandolo così: «si è scoperto che tutto ciò di cui i Monkeys avevano bisogno per conquistare il mondo erano delle canzoni frammentarie e piene di birra, che parlavano di giovani annoiati di una squallida città siderurgica».
Gli Arctic Monkeys confermarono le aspettative e coi dischi successivi si sono presi un posto tra le rock band inglesi di maggior successo di sempre. Nel frattempo hanno cambiato più volte stili e generi, raccogliendo molti fan tra le nuove generazioni, grazie al successo ottenuto da alcune loro canzoni su TikTok. Quest’anno dovrebbe uscire il loro ottavo disco, e l’attesa è stata accompagnata da voci su un loro possibile scioglimento, per ora senza alcun fondamento.
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