Parole che usiamo in un modo o nell’altro
A volte quello sbagliato, a volte fa lo stesso, ma c'è sempre una storia che spesso ignoriamo

Tra le altre storie e argomenti raccontati nell’ultimo numero di COSE spiegate bene — la rivista libro del Post — c’è una raccolta di parole con storie e ruoli molto diversi tra loro, ma che condividono ambiguità, usi sbadati, contraddizioni, sfilacciamenti di significato, a cui raramente facciamo caso. E che molti di noi scoprono per la prima volta, per alcune di queste.
Il nuovo COSE spiegate bene si chiama Sono solo parole ed è dedicato – pensa un po’ – alle parole, al linguaggio, a cercare di farci più attenzione, anche solo per il piacere di farci più attenzione. Come dice Luca Sofri nell’introduzione: «Abbiamo cercato insomma di essere descrittivi e non prescrittivi, ovvero di raccontare gli usi delle parole e le loro ragioni senza voler imporre o ripetere presunte regole universali: le parole, ognuno ha le sue, e il modo per usarle male è soprattutto conoscerle poco e non saperne sfruttare il senso. Anche se tante cose un senso non ce l’ha».
Incinta
«Incinta» è un aggettivo, che indica un essere vivente che abbia concepito all’interno del suo corpo un altro essere vivente. La radice ha probabilmente a che fare con il termine «cinta» e questo spinge in equivoco molti e molte che ritengono si tratti di due parole («in cinta») e quindi non lo declinano. Invece il plurale è «incinte», e «incinto» il maschile (volendolo usare, per qualunque ragione: c’era un film con Marcello Mastroianni e Catherine Deneuve correttamente intitolato Niente di grave, suo marito è incinto).
Lupini
A seconda delle regioni italiane in cui si sono frequentate le scuole, e in cui si è attraversata la lettura del romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga, ci si è fatta un’idea diversa del «carico di lupini» protagonista della storia. In Italia sono infatti chiamati lupini sia dei legumi circolari di colore giallo che dei molluschi simili alle vongole. E Verga non dà indicazioni chiare di cosa fossero quelli sulla barca Provvidenza. Chi si è addentrato in riflessioni approfondite sul dilemma usando indizi logici, narrativi e geografici, considera più realistica l’ipotesi dei legumi.
Monolite
«Monolite» è una parola di radice greca che indica un oggetto o una roccia di un unico blocco di pietra. Quindi è usato a volte per indicare una antica colonna, o un obelisco (ma anche il pinnacolo di una montagna): questo spesso induce in errore alcuni giornali, che chiamano «monolite» prismi o strutture slanciate che sono però di metallo o altri materiali.
Massa-Carrara
La provincia di «Massa-Carrara» si chiama così perché ha due capoluoghi, come «Pesaro e Urbino» e «Forlì-Cesena»: ma capita che chi l’abbia frequentata poco si convinca che «Carrara» sia un aggettivo di «Massa», e che il nome sia analogo per esempio a quello di «Massa Marittima» (che è a 150 chilometri da Massa, e non è sul mare, per giunta). Invece Massa è una città e Carrara è un’altra città.
Curricula
Spesso chi ha maggiori disinvolture con gli studi del latino, o chi ha assimilato un suggerimento in questo senso senza particolari riflessioni, usa il termine «curricula» per indicare il plurale di «curriculum». Ma «curricula» è il plurale latino, mentre in italiano è abitualmente condivisa la pratica per cui le parole di altre lingue adottate e diventate familiari in italiano non si declinano coi loro plurali originali (scriviamo «dieci cocktail», non «dieci cocktails»; e «due menu», non «due menus»). Quindi «due curriculum» va bene.
Scaligero
Il terrore delle ripetizioni che ci viene instillato a scuola genera nel giornalismo scelte acrobatiche e artificiose per sostituire parole e nomi con presunti sinonimi o creative perifrasi. Nel giornalismo sportivo questo ha prodotto un ricco vocabolario di termini di poco uso, ma con radici storiche o geografiche, per indicare le città sedi di squadre di calcio o altro. Il risultato è posticcio, ma permette di imparare termini che hanno ricchissime implicazioni storiche. Sapete dire a quali città si riferiscono gli aggettivi scaligera, labronica, felsinea, partenopea, sabauda, orobica, capitolina, estense, gigliata, ambrosiana, etnea, alabardata, lariana?
Mao Zedong
Quando si tratta di nomi propri la cui scrittura originale è in alfabeti diversi dal nostro, il modo di «tradurli» in italiano ha un’inevitabile componente di arbitrarietà. Si chiama «traslitterazione» la pratica che cerca di far corrispondere il più possibile le singole lettere dei diversi alfabeti, mentre la «trascrizione fonetica» preferisce ottenere una maggior fedeltà al suono della pronuncia originale. Non esistono quindi modi unici ed esatti di scrivere correttamente nomi di questa origine (provate a cercare su internet in quanti modi diversi viene scritto il nome del compositore Tchaikovski), e la scelta a volte è influenzata da quella più diffusa in lingua inglese, altre volte da vecchie consuetudini che si sono radicate, altre dall’adozione di quello che – con criteri altrettanto arbitrari – si trova scritto su Wikipedia. Il famoso leader cinese novecentesco Mao ha avuto per molti decenni il suo nome scritto nei testi italiani come Mao Tse-tung, mentre invece in questo millennio si sta aderendo a una versione più internazionale come Mao Zedong.
Le
Un tempo era ritenuto un errore, usare il pronome «gli» al femminile: ma l’errore è così comune e diffuso da legittimare oggi una grande tolleranza, soprattutto nel parlato, malgrado i comprensibili fastidi da parte di alcuni. La tolleranza ha però una curiosa contraddizione con la tendenza di questi anni a rendere il linguaggio più inclusivo incentivando l’uso di molti termini femminili in contesti in cui ha sempre prevalso il maschile sovraesteso. In questo caso, invece, l’uso del maschile «gli» al posto di «le» è stranamente assai poco criticato per questa sua «esclusività».
Esclusivo
«Esclusivo» ed «esclusiva» sono invece termini usati spesso negli ambiti dei giornali per promuovere dei contenuti che si vogliono presentare come unici e speciali (quasi sempre sopravvalutandoli, per legittime ragioni pubblicitarie): ma a considerare le parole nel loro significato, è invece decisamente contraddittorio che nella sua missione di informazione al servizio dei lettori e delle lettrici un giornale proponga il proprio lavoro col messaggio che questo «escluda» qualcuno. Ancora di più in tempi in cui ad acquisire un valore positivo è invece tutto ciò che riesca ad essere più «inclusivo».
Piuttosto che
È diventato il simbolo di certe intolleranze antisettentrionali o antimilanesi, «quelli che non sanno usare piuttosto che»: ovvero l’uso dell’espressione non per indicare – come sarebbe previsto in italiano – una scelta prevalente su un’altra («invece che»), ma due scelte equivalenti («oppure»). «La mattina a colazione prendo un cappuccino piuttosto che una spremuta» vuol dire per la gran parte del paese che prendo un cappuccino e non una spremuta: a Milano e dintorni invece significa che è la stessa cosa, uno o l’altra.
Seno
È la parola più comune e inevitabile, per quanto inesatta, per indicare il… seno. Nel senso che altri termini più corretti («tette», «mammelle») sono da molti percepiti come volgari o inadeguati, e non esistono di fatto alternative: che sarebbero però necessarie, perché la parola «seno» indica una cosa diversa, cioè lo spazio tra le due… tette. Ha infatti la stessa radice di «insenatura» o di «sinusite», che indica uno spazio vuoto o il contenitore di qualcosa («due seni» è ulteriormente avventato, perché implicherebbe tre… tette). Il suo uso più corretto in senso anatomico è quello che lo riferisce piuttosto al cosiddetto grembo materno, nel testo della nota preghiera cristiana che dice «benedetto il frutto del seno tuo».
Le doppie
Esiste una varia categoria di parole che presso alcune persone prendono derive strane rispetto alle doppie consonanti che contengono o non contengono. Può essere perché tendiamo ad assimilarle ad altre parole, o per inclinazioni regionali, o per usi antichi e rari, ma capita spesso di sentir dire «anedottica» invece che aneddotica (probabilmente è per la familiarità con «ottica»), «accellerare» invece che accelerare, «avvallare» piuttosto che avallare (sempre che si voglia confermare qualcosa, e non si stia invece producendo un avvallamento), «ebrezza» invece che ebbrezza (qui forse la si associa con la «brezza»).

Paradisi fiscali
È un affascinante caso di possibile errore che ottiene però un risultato efficace. «Paradiso fiscale», per indicare delle nazioni o dei luoghi in cui la tassazione è particolarmente favorevole, è infatti probabilmente il risultato di una traduzione sbagliata dell’espressione inglese tax haven, usata per prima rispetto alla lunga storia dei «paradisi fiscali». E che significa «rifugio fiscale», ma in cui haven (che può voler dire anche «porto») suona molto simile alla più familiare parola heaven, che vuol dire in effetti «paradiso» o «cielo» in senso figurato.
Anfiteatro
Il Colosseo è un anfiteatro, per capirsi immediatamente. Anche l’Arena di Verona. «Anfi-» è infatti un prefisso che deriva dal greco, può voler dire «doppio» o «attorno», e in questo caso indica che il pubblico dello spettacolo si trova tutto attorno alla scena: in maniera diversa, per esempio, dal cosiddetto «teatro romano» che mette il pubblico in uno spazio semicircolare di fronte allo spettacolo. Ma poiché «teatro» è diventata una parola comune per definire i più diversi spazi teatrali, un equivoco di ignoranza porta molti a pensare che «anfiteatro» sia piuttosto una particolare e limitata versione di un teatro, ovvero semicircolare. Invece è vero il contrario, ripetiamo: un anfiteatro è quello in cui il pubblico si dispone tutto intorno in uno spazio ellittico o circolare.
Buongiorno e buonasera
In questo caso non ci sono errori o equivoci da descrivere, anzi il contrario. Ognuno di noi usa questi saluti più volte ogni giorno e a ognuno capita che l’automatismo lo induca a usarli senza pensarci molto, e quindi a correggersi e persino a scusarsi per avere detto «buongiorno» al posto di «buonasera» o viceversa. Naturalmente non esistono regole stabilite, e ognuno ha le sue consuetudini, spesso diverse tra le varie latitudini. Qualcuno ritiene di iniziare a dire «buonasera» una volta terminata la mattinata, alle 13, altri conservano il «buongiorno» ancora per qualche ora. Ma proprio perché si tratta semplicemente di una formula di cortesia, è del tutto insignificante che si usi una o l’altra, e potremmo tranquillamente emanciparci da quell’imbarazzo frequente di esserci sbagliati e di doverci scusare. E buonanotte.


