Come funziona un gruppo d’ascolto

«Nel frattempo, al Club Recordo, anche le furiose note di “Metal Militia“ sfumano, il volume si abbassa. Mi sa che i partecipanti non si aspettavano di sentire un intero album metal, dall’inizio alla fine»

Un momento della serata organizzata dal collettivo Club Recordo alla Villa Filanda Antonini di Villorba, in provincia di Treviso (foto Club Recordo)
Un momento della serata organizzata dal collettivo Club Recordo alla Villa Filanda Antonini di Villorba, in provincia di Treviso (foto Club Recordo)
Marco De Vidi
Marco De Vidi

Giornalista, collabora, tra gli altri, con The Guardian, Le Monde, Vogue, il Manifesto, Internazionale. Si occupa di musica e di cultura, con attenzione ai movimenti underground e alla sperimentazione. È coautore di Bagliore (Il Saggiatore, 2020) e Se solo queste guerre non scoppiassero a piangere (Agenzia X, 2023). Nel 2024 ha vinto il premio di Agimp "Michele Manzotti" per il giornalismo musicale.

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Il giradischi è nascosto, appoggiato sul mobile in legno che accoglie una ricca collezione di vinili. È coperto da uno schermo, un largo telo bianco su cui compare il titolo della serata di oggi e il mio nome, alla voce “Guest”. Seduto su una comoda poltrona a lato del piccolo salone, illuminato da una lampada curva a forma di fungo, premo la freccia verso il basso sul computer che mi hanno messo a disposizione.

Parte la presentazione. Ecco, la figura di un tennista. È una foto della fine degli anni ’70, l’atleta ha la barba lunga, i capelli raccolti in una folta coda, una fascia bianca di spugna sulla fronte. Indossa dei pantaloni molto corti e un maglioncino di lana, è proteso nello sforzo di colpire la palla di rovescio, concentrato sulla racchetta. «Qualcuno lo conosce?», chiedo alla ventina di persone presenti, che mi guardano perplesse. No, non sanno chi sia e cosa c’entri l’immagine di un tennista con la presentazione di un disco.

Prossima slide: una band finalmente, ma non quella di cui parlerò stasera. Sono i Diamond Head, gruppo inglese formato alla fine degli anni ’70, forse un po’ sfortunato rispetto a tanti colleghi britannici dello stesso periodo, come Judas Priest e Iron Maiden. Il loro primo album, Lightning to the Nations del 1980, è tuttavia un capolavoro della nascente new wave of British heavy metal.

Racconto di un ragazzino danese, figlio del tennista con la barba lunga e la folta coda, arrivato negli Stati Uniti per giocare anche a lui a tennis, che vola in Europa qualche tempo dopo appositamente per seguire il tour dei Diamond Head, una delle band da cui è ossessionato. Tornato a Los Angeles, nonostante tutti pensino sia una grande promessa dello sport, si convince che forse il tennis non gli interessa più così tanto e decide di mettere un annuncio su una rivista locale, The Recycler, per cercare altri musicisti con cui formare un gruppo. Il ragazzo si chiama Lars Ulrich, suona la batteria e ha 17 anni. In quei mesi del 1981 incontra il coetaneo James Hetfield, chitarrista e cantante, che ha già avuto esperienze in paio di band. Da quell’incontro prende forma quella che sarebbe diventata la band metal forse più conosciuta al mondo. Esatto, i Metallica.

(foto Marco De Vidi)

Mi sa che i partecipanti al gruppo di ascolto non si aspettavano di sentire un intero album metal, dall’inizio alla fine. La responsabilità è di Club Recordo, un club di ascolto nato un paio d’anni fa per condividere esperienze musicali collettive. Ci si ritrova periodicamente, ogni volta con un ospite differente. Chi partecipa non sa quale disco ascolterà.

Il format inventato da Club Recordo si chiama Sound Shipwreck, “un naufragio del suono”, ed è ospitato da Villa Filanda Antonini, una vecchia filanda a Villorba, in provincia di Treviso, trasformata in una residenza per artisti. Lo spazio di ascolto è un piccolo salottino con l’impianto stereo, qualche divano e qualche sedia rivolta verso l’ospite, una trentina di posti in totale. Gli incontri avvengono durante la settimana, per uscire dalla consuetudine degli eventi musicali del weekend e mantenere una dimensione anche domestica, accogliente.

«Sentivamo che mancava uno spazio dedicato a un ascolto musicale intimo, condiviso, libero da barriere di genere, e fuori dalle logiche mainstream», spiega il collettivo di Club Recordo. Una delle ispirazioni è arrivata da Listening Pleasures, una sessione di ascolto collettiva ospitata da un club di Tubinga, in Germania, cui una delle fondatrici di Club Recordo ha avuto modo di partecipare. Le iniziali di Listening Pleasure, lp, stanno anche per long playing, termine che indica il formato standard di un disco a 33 giri in vinile.

Anche per Club Recordo, infatti, è importante che il disco da ascoltare sia un vinile. «Per noi», continua a raccontare il collettivo, «era fondamentale allontanarci dall’ascolto frammentato delle piattaforme di streaming che all’album preferiscono le playlist e che trasformano la musica in un sottofondo da ascoltare facendo altro». Club Recordo ha deciso di rendere l’ascolto focalizzato di un disco in solitaria un’esperienza da condividere, in presenza, perché tutto ciò «amplifica l’impatto della musica, favorendo empatia, riflessione e dialogo».

Il tema dell’ascolto consapevole è centrale. «Ispirati da figure come Pauline Oliveros», spiegano, «abbiamo anche scritto un decalogo, “10 steps to map your listening”, una traccia pratica per rendere più attento e attivo l’ascolto in qualsiasi situazione, attraverso dieci micro esercizi che possono cambiare radicalmente l’ascolto e che funzionano anche nei concerti dal vivo».

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Nelle serate di Sound Shipwreck, dopo la presentazione dell’album accompagnata da immagini o slide, si passa all’ascolto del lato A del vinile, per intero. Segue un momento di intervallo con un piccolo rinfresco, e poi si riprende ascoltando il lato B, ancora una volta senza pause. A disco concluso cominciano le domande all’ospite, si scambiano impressioni, si ragiona insieme sul senso dell’album.

Una delle ultime ospiti di Club Recordo, prima di me, era stata la musicista e ricercatrice Johann Merrich, che ha presentato la colonna sonora di Arancia meccanica, il film di Kubrick musicato da Wendy Carlos, una delle compositrici più importanti di quel momento di grandi innovazioni della musica elettronica che attraversa gli anni ’60 e ’70 (all’epoca del film, prima dell’intervento di cambiamento di genere, Wendy Carlos si firmava ancora Walter). Ma in molti degli incontri precedenti erano stati coinvolti videomaker, giornalisti o semplici appassionati molto ferrati su un particolare album o scena musicale.

Io ero stato chiamato per il mio percorso di giornalista musicale con una predilezione per i suoni estremi e la sperimentazione (e quindi, ecco, un po’ se l’erano cercata). Sull’album da portare avevo ragionato per diversi giorni. Alla fine avevo scelto Kill ‘Em All, il disco d’esordio dei Metallica. È un album ancora grezzo, imperfetto, ma dall’energia potentissima, che è stato capace di dare il via a un intero movimento, una scena vivacissima esplosa soprattutto attorno alla città di San Francisco, negli Stati Uniti, ma arrivata in ogni angolo del mondo. Per quanto criticati (per le direzioni musicali successive, per le battaglie contro Napster, per gli album secondo molti non più all’altezza dei lavori degli anni ’80), i Metallica sono riusciti a far diventare davvero grande un genere, il metal, fino a quel momento relegato a una nicchia, anche se agguerritissima.

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Mi piaceva l’idea di ritornare agli inizi, a quando tutto era cominciato. A come quella band era nata grazie all’annuncio su una rivista, e a come quel loro primo disco sarebbe diventato il punto di partenza della rivalità tra i Metallica e i Megadeth di Dave Mustaine, forse la più grande nella storia del metal. E mi piaceva ripensare anche al mio, di percorso: ai primi dischi scoperti a 12 anni, all’idea di mettere su una band con i compagni di scuola, agli anni trascorsi nella sala prove comunale ricavata in una vecchia scuola elementare, trasportando in motorino bassi, chitarre e amplificatori. E infine alla scoperta che le parole erano un mezzo per salvare tutto, per raccontare anche agli altri che cos’è questo mondo.

Nell’istante in cui il vinile viene appoggiato sul giradischi e parte Hit the lights, il primo brano scritto dalla band, con quel suo riff veloce e travolgente, avevo tutto questo in mente. Poco prima avevo mostrato una foto di Lloyd Grant, chitarrista giamaicano passato per la prima formazione dei Metallica, che registrò proprio quell’assolo. Nessuna delle persone nel pubblico aveva saputo dirmi chi fosse, però.

(foto Club Recordo)

Durante l’ascolto le osservavo composte, sedute assorte a braccia incrociate, anche se qualcuno cominciava a battere i piedi a ritmo, a muovere la testa, in un headbanging estremamente educato. Intravedevo dei sorrisetti, qualche sguardo tradiva una malcelata esaltazione. Era come se una certa elettricità avesse cominciato a diffondersi. Ed era quello che volevo. Per me, che avrò ascoltato il disco mille volte e conosco ogni passaggio e assolo a memoria, è stata davvero un’esperienza nuova: si percepiva il senso di una scoperta fatta insieme, di un entusiasmo condiviso, fatto solo di sguardi e gesti silenziosi. 

Anche per questo, tra club e listening bar, l’ascolto condiviso sta aumentando in tutta Europa. Club Recordo ha collaborato, per esempio, con il locale Arche*Ahoi di Innsbruck, in Austria, organizzando lì una delle sue serate di ascolto. In Italia, alcuni locali e festival, conosciuti soprattutto per l’organizzazione di concerti e rassegne musicali, stanno ideando format dedicati all’ascolto di un intero disco o di una selezione musicale pensata appositamente.

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È il caso del Circolo Gagarin, un locale Arci di Busto Arsizio, Varese, che organizza concerti, ma ospita anche lezioni di boxe e yoga, una scuola di italiano per stranieri, uno sportello psicologico, un club del libro. E che da un paio d’anni organizza dei listening parties, in cui si ascolta un album per intero, con un relatore a raccontare aneddoti legati al disco e al gruppo, anche attraverso video e interviste, prima delle domande e dello scambio di impressioni finali. 

«Ci è sempre interessato cercare una connessione con le persone che vivono la musica in modo viscerale», raccontano gli ideatori, «la dimensione del listening party consente un ascolto più attento, meno caotico, che in un concerto. Si crea un’atmosfera più intima. Capita spesso che finito l’ascolto ci si scambi consigli tra chi un’ora prima neanche si conosceva. La musica è condivisione pura».

Allo stesso modo, il boutique festival Sexto ’Nplugged che si svolge in estate a Sesto al Reghena, in provincia di Pordenone, nel resto dell’anno ha introdotto audioforum tematici con dj set e vendita dischi. Gli incontri si svolgono in luoghi diversi, tra cui il Palazzo del Fumetto di Pordenone, spesso in concomitanza con una mostra. L’idea è nata in occasione di un concerto della band Slowdive: «Volevamo cercare di fare un po’ di formazione nel pubblico», spiegano dallo staff del festival, «perché ci siamo resi conto che su certe nicchie non c’è una conoscenza mirata. Poi abbiamo esteso il format perché abbiamo notato che alle persone piaceva». Gli ultimi audioforum sono stati dedicati a Ozzy Osbourne, David Bowie, Beth Gibbons. Agli incontri, che si svolgono solitamente il martedì, arrivano a partecipare anche 150 persone. «Sono spazi in cui le persone che hanno gli stessi interessi si trovano, si conoscono, iniziano a costruire relazioni rispetto alla musica».

Nel frattempo, al Club Recordo, anche le furiose note di “Metal Militia” sfumano, il volume si abbassa. L’ascolto di Kill ’Em All è terminato. Per diversi minuti nessuno parla, è come se fosse necessario un momento di decompressione, un ritorno lento alla normalità. Ma è come se tutti ci sentissimo rigenerati, pieni del suono liberatorio di un disco energizzante, intensissimo. Soprattutto, è un ascolto che abbiamo attraversato insieme.

Segue dibattito. «Ma c’entra qualcosa Eddie Van Halen con gli assoli che ho sentito?». «È vero, si sentiva Bach in quel pezzo di Cliff Burton». «Ma perché i metallari sono fissati con le suddivisioni tipo thrash metal, power metal, black metal?». «Hai dei gruppi metal italiani preferiti?». Con calma rispondo, più o meno. Cerco di spiegare, più di tutto, che per me continuare ad ascoltare un disco di inizio anni ’80 non ha nulla di nostalgico. È che lì trovo un’energia, una foga, che mi dà una direzione, un senso, nella vita e anche nelle mie nuove scoperte musicali.

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In fondo il metal è un linguaggio che si presta a tanti fini. Può aiutare ad esorcizzare i demoni della guerra civile, come racconta il documentario Death Metal Angola. Può servire a rovesciare stereotipi di età e genere, come è accaduto con le Azdora, una quindicina di signore romagnole che si sono unite per formare una band black metal. Può rappresentare l’inedita voce di tre ragazze musulmane indonesiane, che si esibiscono con l’hijab, come le Voice of Baceprot, oppure essere l’aggressivo mezzo con cui abbattere secoli di supremazia bianca e colonialismo interiorizzato, come fa il duo di musiciste australiane di origine indigena Divide and Dissolve. Il metal può essere la colonna sonora perfetta, inoltre, per una cerimonia olimpica come quella con cui si sono aperti i giochi di Parigi nel 2024 in cui si insegnava il terrore giacobino durante la rivoluzione francese.

Con lentezza ci salutiamo, si comincia a lasciare la villa e tornare a casa. Poco prima di andare, un ragazzo con gli occhi spiritati mi confessa: «Me l’ero perso questo disco, appena arrivo a casa me lo riascolto tutto». Non mi sono mai goduto l’ascolto di un album come questa sera.

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