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  • Venerdì 16 gennaio 2026

Il regime iraniano ha represso le proteste con una brutalità senza precedenti

Da giorni i video delle manifestazioni sono stati sostituiti da quelli dei cadaveri

Teheran la notte tra l'8 e il 9 gennaio, il picco delle proteste
Teheran la notte tra l'8 e il 9 gennaio, il picco delle proteste (MAHSA /Middle East Images/ABACAPRESS)
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Le informazioni su quello che sta succedendo in Iran nelle ultime settimane si diffondono con grande difficoltà e con un ritardo di vari giorni, a causa del blocco di internet e delle linee telefoniche ordinato appositamente dal regime. Una cosa è però emersa con chiarezza: le enormi proteste iniziate a fine dicembre sono state represse con una campagna brutale e violenta, che non ha precedenti nella storia recente del paese.

Anche le proteste sono state eccezionali: per dimensioni e durata hanno ricordato la rivoluzione islamica del 1979, che portò al potere l’attuale regime. Da una settimana non arrivano più video verificati di grandi manifestazioni, e anzi le immagini delle proteste sono state sostituite da quelle dei cadaveri negli obitori. Le informazioni che riescono a filtrare fuori dall’Iran indicano che le persone che per giorni sono andate a manifestare hanno smesso, anche perché è impossibile sfidare tali livelli di violenza. Il capo della polizia iraniana ha confermato che le manifestazioni sono finite: «la calma è stata ripristinata», ha detto.

Il numero preciso delle persone uccise nella repressione non è verificabile, per il blocco delle connessioni e perché nel paese non operano media liberi. Sono state migliaia, nonostante il regime abbia parlato di alcune centinaia.

L’agenzia di stampa iraniana Human Rights Activists News Agency (HRANA), che lavora fuori dall’Iran ma conferma i suoi dati con testimonianze sul posto, ha documentato almeno 2.677 persone uccise e 19mila arrestate. Nel 2022, al tempo delle ultime grandi proteste prima di queste, le uccisioni erano state 551. Non venivano uccise così tante persone dagli anni Ottanta, nella feroce repressione seguita alla rivoluzione islamica.

Un autobus incendiato durante le proteste, fotografato a Teheran il 15 gennaio

Un autobus incendiato durante le proteste, fotografato a Teheran il 15 gennaio (EPA/ABEDIN TAHERKENAREH)

I media internazionali stanno provando a ricostruire il momento peggiore della repressione, ossia la notte tra l’8 gennaio e il 9 gennaio: è stato quello del picco delle proteste, con decine di migliaia di persone nelle strade, e quello in cui le forze di polizia, sicurezza e intelligence del regime hanno sparato sulla folla.

Il blocco di internet è iniziato quella sera, per impedire ai manifestanti di coordinarsi e per consentire alle forze statali di agire più liberamente. La maggior parte dei filmati e delle foto che abbiamo risalgono a questa data. In quei giorni, il numero di persone uccise stimato dalle ong è cresciuto moltissimo, passando da centinaia a migliaia.

– Leggi anche: Come fa un paese a bloccare Internet

Alcuni giornali hanno raccolto testimonianze di quella notte, riuscendo a parlare con persone che in Iran aggirano il blocco di internet tramite le connessioni satellitari Starlink. Parlano di un dispiegamento massiccio delle milizie bassij e dei Guardiani della rivoluzione, armati con fucili d’assalto. Le forze di sicurezza sono salite sui tetti degli edifici residenziali, di moschee e di caserme, e da lì hanno sparato contro i manifestanti. Secondo gli attivisti miravano alla testa e al busto: cioè, hanno sparato per uccidere. Molti dei corpi recuperati dalle famiglie avevano ferite al collo e alla testa.

La quasi totalità delle foto che arrivano dall'Iran sono quelle approvate dalla censura: in questa, del 14 gennaio, alcune donne camminano davanti a un cartellone propagandistico a Teheran

La quasi totalità delle foto che arrivano dall’Iran sono quelle approvate dalla censura: in questa, del 14 gennaio, alcune donne camminano davanti a un cartellone propagandistico a Teheran (AP Photo/Vahid Salemi)

«Tutti conoscono qualcuno che ha perso un familiare», ha detto al Financial Times una persona iraniana rimasta anonima per proteggere la sua incolumità. «A partire da giovedì [8 gennaio] è avvenuto un massacro nel paese», ha detto Hadi Ghaemi, il direttore della ong Center for Human Rights in Iran, basata negli Stati Uniti. Ghaemi ha parlato di una «completa zona di guerra». Video di spari sulla folla, oltreché da Teheran, sono arrivati da molte altre città, come Mashhad, Bushehr, Karaj.

Dopo una brevissima fase fintamente conciliante all’inizio delle proteste, il regime aveva minacciato esplicitamente di usare la forza.

Tra l’8 e il 9 gennaio il ramo d’intelligence dei Guardiani della rivoluzione ha mandato un avvertimento sui cellulari degli abitanti (i sistemi del regime sono esentati dal blocco) in cui diceva: «Cari genitori, informate i vostri figli delle conseguenze di cooperare con i terroristi mercenari, cosa che costituisce tradimento contro la nazione». Il messaggio parla di figli perché le manifestazioni hanno una preponderante componente giovanile (in generale in Iran l’età media è molto bassa, di poco più di trent’anni). La retorica del regime, per sminuire la reale vastità del dissenso interno, attribuisce le proteste a nemici stranieri, come Israele o gli Stati Uniti.

– Ascolta Globo: Pane, vita, libertà, con Pegah Moshir Pour

Anche la propaganda statale è stata intimidatoria. Sulla tv pubblica un funzionario è stato ripreso dentro un obitorio, con alle spalle i sacchi in cui vengono messi i cadaveri. Il messaggio era: sono queste le conseguenze per chi protesta. Gli attivisti hanno diffuso video da un obitorio a sud di Teheran dove le autorità avevano ammassato centinaia di cadaveri di persone uccise durante le manifestazioni, avvolti in sacchi neri, chiedendo alle famiglie di andare a identificarli e recuperarli. BBC News ha riferito che, spesso, le autorità chiedono alle famiglie di pagare una specie di riscatto se vogliono in cambio il corpo.

Negli ultimi giorni il presidente statunitense Donald Trump aveva minacciato un intervento militare di qualche tipo contro l’Iran, in sostegno alle proteste. Mercoledì sembrava imminente un attacco, però poi Trump aveva sostenuto in un discorso fumoso, e senza prove, di avere saputo che in Iran erano finite le uccisioni. Con ogni probabilità, a quel punto, le proteste erano già state soffocate con la violenza.