In certe parti d’Italia bisogna fare sempre più chilometri per partorire
Dove nascono meno bambini vengono chiusi i punti nascita, quindi nascono ancora meno bambini

Negli ultimi dieci anni nelle zone più lontane dalle città sono stati chiusi 124 punti nascita, i reparti degli ospedali dove le donne incinte partoriscono i bambini. Le aziende sanitarie li chiudono perché in quelle zone nascono molti meno bambini rispetto al passato e tenerli aperti non solo non ha senso perché costano troppo, ma anche perché è poco sicuro per le donne e i neonati. Chiuderli però significa anche privare territori molto vasti di servizi essenziali e di conseguenza favorire lo spopolamento, causa a sua volta del calo delle nascite. Trovare un compromesso tra le ragioni sanitarie e quelle sociali e politiche non è facile.
Oltre alla sala parto, i punti nascita negli ospedali hanno una sala operatoria dedicata in caso di interventi d’urgenza come i tagli cesarei, un’area di neonatologia dove i pediatri visitano i bambini subito dopo la nascita e soprattutto una squadra disponibile 24 ore su 24 composta da medici e mediche specializzati in ginecologia, ostetricia, anestesia e pediatria.
I criteri per tenerli aperti o chiuderli furono stabiliti per la prima volta nel 2010 attraverso un accordo tra lo Stato e le regioni, poi perfezionato con il cosiddetto decreto Lorenzin approvato nel 2015 (dal nome della ministra della Salute dell’epoca, Beatrice Lorenzin). La legge dice che nei punti nascita dovrebbero essere seguiti almeno 1.000 parti all’anno. Tra i 500 e i 1.000 parti all’anno si inizia a valutarne la chiusura, con meno di 500 parti all’anno un punto nascita deve essere chiuso o accorpato ad altri vicini.
Possono essere concesse deroghe in condizioni geografiche particolari: è il caso delle isole minori o di zone di montagna molto lontane dalle città.
Alla fine dello scorso anno l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS) ha diffuso un report che mostra come sono cambiate le cose negli ultimi 10 anni: nel 2015 i punti nascita erano 530, di cui 174 con più di 1.000 parti all’anno, nel 2024 ne erano rimasti aperti 406. Di questi, solo 127 hanno avuto almeno 1.000 parti e ben 96 dovranno essere chiusi perché non hanno raggiunto la soglia dei 500 parti all’anno.
Secondo i dati diffusi dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia (SIGO), in Italia il tasso medio di mortalità dei neonati è di 4 per mille, più alto al Sud e in particolare nei punti nascita dove vengono seguiti pochi parti. In questi punti nascita il rischio di morte precoce è più alto soprattutto perché medici e mediche affrontano statisticamente molte meno emergenze rispetto agli altri punti nascita. Se un’emergenza come il distacco della placenta avviene una volta ogni anno o ogni due anni, il personale rischia di non essere abbastanza preparato per intervenire con prontezza.
La SIGO dice che la soglia di 500 parti all’anno è stata fissata anche per una questione economica e professionale. Medici e mediche chiamati a seguire meno di 1,3 parti al giorno passano la maggior parte del tempo in attesa e hanno un costo notevole per le aziende sanitarie.
Va però considerato che dove vengono chiusi i punti nascita bisogna fare molti più chilometri per raggiungere gli ospedali che ne hanno uno: in alcune zone serve più di un’ora di viaggio, un tempo che fa aumentare il rischio di parto in auto o in ambulanza, un evento comunque raro. Il sistema sanitario ha fatto una scelta sulla base dei dati: è statisticamente più sicuro viaggiare un po’ di più per raggiungere un punto nascita dove vengono seguiti molti parti piuttosto che essere più vicini a un punto nascite meno attrezzato.
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Mercoledì il presidente della regione Toscana Eugenio Giani ha detto che chiederà al governo di rivedere la soglia per tenere aperti i punti nascita, da 500 a 400 all’anno. Con le regole attuali, nel 2026 dovrebbero essere chiusi i reparti a Montevarchi, Poggibonsi e Montepulciano, e rischia anche l’ospedale di Cecina. Giani sostiene che le soglie non possano più essere quelle di dieci anni fa, quando nascevano molti più bambini.
Negli ultimi anni in quasi tutte le province italiane ci sono state mobilitazioni di sindaci e politici contro le chiusure dei punti nascita.
Gli enti locali sostengono che la legge non tenga conto dei costi sociali delle chiusure sul lungo periodo, e in particolare sottovaluti il rapporto di causa ed effetto tra il calo delle nascite e la privazione di alcuni servizi essenziali. Le zone con meno servizi si spopolano più in fretta e lo spopolamento accelera il calo delle nascite, che porta a un’ulteriore diminuzione di servizi. Non vale solo per i punti nascita, per gli ospedali o per i medici di medicina generale, ma anche per le scuole, le reti di trasporto pubblico, gli sportelli delle poste e delle banche, le forze dell’ordine e i vigili del fuoco.
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