• Italia
  • Giovedì 15 gennaio 2026

Anna Lucia Cecere è stata condannata per l’omicidio di Nada Cella a Chiavari nel 1996

Per molto tempo sembrò impossibile risolvere il caso, ma siamo ancora al primo grado

Nada Cella (ANSA)
Nada Cella (ANSA)
Caricamento player

Il tribunale di Genova ha condannato in primo grado la 57enne Anna Lucia Cecere a 24 anni di carcere per l’omicidio di Nada Cella, una donna di 24 anni uccisa il 6 maggio del 1996 nell’ufficio dove lavorava a Chiavari, in Liguria. Cecere, un’ex insegnante che all’epoca aveva 28 anni, era accusata di omicidio volontario aggravato: la tesi della procura era che Cecere avesse ucciso Cella per gelosia, perché innamorata di Marco Soracco, commercialista dello studio in cui lavorava Cella.

Anche Soracco era imputato nel processo: è stato condannato a due anni di reclusione con l’accusa di favoreggiamento (cioè quando si aiuta chi ha commesso un reato, in genere a evitare di essere incolpato o arrestato). Era imputata anche la madre di Soracco, Marisa Bacchioni, accusata di favoreggiamento e falsa testimonianza: Bacchioni però era stata esclusa dal processo lo scorso marzo, dopo la perizia di un medico legale che aveva stabilito che non era in grado di intendere e di volere (all’epoca del processo aveva 93 anni).

Cella fu trovata in fin di vita la mattina del 6 maggio 1996 da Soracco: nella stanza c’era molto sangue, ma Cella si muoveva ancora e fu portata in ospedale. Inizialmente si pensò che avesse avuto un malore e fosse caduta: la madre di Soracco disse di aver pensato a un ictus. Solo in ospedale i medici si accorsero che Cella era stata colpita ripetutamente alla testa con un oggetto, mai ritrovato: nel frattempo però la stanza dell’omicidio non era stata trattata come la scena di un crimine, ed era stata pulita da Bacchioni, assieme al ballatoio e alla scala accanto.

Le indagini si focalizzarono inizialmente su Soracco: venne interrogato più volte e la sua casa fu perquisita. Gli inquirenti però non raccolsero abbastanza elementi per un rinvio a giudizio, e il commercialista fu prosciolto nel 1998. Durante le prime indagini la pista al centro del processo appena concluso invece fu rapidamente accantonata: quella su Anna Lucia Cecere, che secondo le tesi attuali della procura era innamorata del commercialista e gelosa di Cella, e che il 6 maggio 1996 l’avrebbe affrontata e uccisa.

Data la scarsità di prove e il modo in cui erano state condotte le indagini, a lungo si pensò che il caso fosse praticamente irrisolvibile. Alla fine le indagini furono riaperte nel 2021, grazie alle ricerche di una genetista dell’università di Bari, Antonella Delfino Pesce. La ricercatrice aveva iniziato a studiare il caso, preso come esempio di cold case (cioè un vecchio caso irrisolto), frequentando a Genova un master in criminologia, e aveva raccolto una grande mole di documenti e testimonianze. Il processo appena concluso era iniziato a febbraio del 2025, più di 28 anni dopo l’omicidio.

Studiando oltre 13mila pagine di interrogatori e testimonianze, Antonella Delfino Pesce ricostruì le indagini sull’omicidio, fra cui vari elementi inizialmente poco considerati dagli inquirenti. Fra questi la testimonianza di due persone che la mattina del 6 maggio 1996 avevano visto una donna somigliante a Cecere uscire dal palazzo di via Marsala, e il ritrovamento in casa sua di cinque bottoni simili a uno trovato nella stanza del delitto, conservato nonostante le pulizie. Negli anni Novanta un confronto fotografico fra i bottoni non venne ritenuto sufficiente, e la pista fu accantonata. Nel 2021 poi grazie a nuove strumentazioni furono individuati due profili di DNA maschile e femminile su una sedia dell’ufficio e sugli indumenti di Nada Cella, ma non fu trovata una corrispondenza per quei due profili.

– Ascolta Indagini: L’omicidio di Nada Cella e la visione a tunnel