Il bisticcio surreale nel governo sull’uso dei soldati in città

Riguarda l'operazione “Strade sicure” e coinvolge vari ministri: da mesi si discute, si discute e si discute, ma resta tutto com'è

L'esercito presidia il quartiere torinese di Barriera di Milano, nell'ambito dell'operazione "Strade sicure", il 22 gennaio 2024 (ALESSANDRO DI MARCO/ANSA)
L'esercito presidia il quartiere torinese di Barriera di Milano, nell'ambito dell'operazione "Strade sicure", il 22 gennaio 2024 (ALESSANDRO DI MARCO/ANSA)
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Da oltre due mesi nel governo va avanti un litigio sull’operazione “Strade sicure”, quella che prevede l’utilizzo di militari a presidio di siti e obiettivi sensibili, come ambasciate o sedi di ministeri o luoghi di culto. Le divergenze iniziarono a manifestarsi a fine ottobre tra il ministro della Difesa Guido Crosetto e i dirigenti della Lega di Matteo Salvini. Poi coinvolsero anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, che pur essendo dello stesso partito di Crosetto, Fratelli d’Italia, era in realtà contrario alla proposta di quest’ultimo, e cioè di ridimensionare e ripensare l’operazione. In questi ultimi giorni le tensioni si sono fatte più dure, e hanno finito per alimentare la più generale polemica sulla sicurezza urbana, un tema molto sentito e discusso anche tra la popolazione.

La stessa Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa del 9 gennaio scorso, ha ammesso che su questo tema i risultati «non sono sufficienti», a dispetto dei risoluti propositi mostrati per anni dal suo partito. «Penso che questo debba essere l’anno in cui si cambia passo su questa materia», ha detto. La Lega ne ha subito approfittato per rivendicare la bontà della propria posizione, visto che da tempo Salvini invoca interventi ulteriori per introdurre nuovi reati e aumentare pene e controlli: è un modo per incalzare Fratelli d’Italia su un tema identitario per la destra, e genera inevitabilmente risentimenti nei parlamentari di FdI. La polemica su “Strade sicure” si inserisce in questa competizione interna alla coalizione.

“Strade sicure” fu introdotta nel 2008 dal governo di Silvio Berlusconi, su volere del ministro della Difesa La Russa, e questo spiega perché il presidente del Senato non voglia in alcun modo che venga messa in discussione: ne fa, tra l’altro, un motivo di prestigio personale.

Già all’epoca la cosa fece discutere. In effetti, la possibilità di fare ricorso alle Forze armate per gestire situazioni gravi o emergenziali di ordine pubblico era stata introdotta già nel 1992 dal governo di Giuliano Amato: la Guerra Fredda era finita da poco, c’era la convinzione che l’esercito nel suo complesso avrebbe dovuto affrontare con minore premura le questioni di difesa nazionale da minacce esterne e dunque parve opportuno impiegare i militari delle Forze armate per questioni interne. In quel caso, i soldati vennero utilizzati per operazioni nell’entroterra della Sardegna, a seguito di una serie di rapimenti di persona, e poi in Sicilia, in risposta agli attentati mafiosi contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma per oltre quindici anni si procedette con grande cautela: ogni volta che c’era la necessità, si approvava una norma che autorizzava questo impiego.

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Anche “Strade sicure” in realtà doveva seguire questa logica emergenziale: doveva durare 6 mesi, e impiegare non più di 3.000 soldati «per specifiche e straordinarie esigenze». Non fu così. E, come spesso succede in Italia, una soluzione emergenziale è diventata presto strutturale.

La missione era stata introdotta dal centrodestra, ma anche governi di centrosinistra trovarono conveniente mantenerla e anzi irrobustirla: utilizzando personale della Difesa, si pattugliavano le città e si riducevano significativamente i costi per l’ordine pubblico, che prima ricadevano tutti sul bilancio del ministero dell’Interno (da cui dipende invece la polizia). Così da circa 3.000 soldati per un periodo di sei mesi si arrivò a rendere stabile l’impiego di un numero di uomini e donne delle Forze armate molto più ampio: fino a 8.000 unità.

Nel 2022 Lorenzo Guerini, ministro della Difesa del PD nel governo di Mario Draghi, decise di ridimensionare l’operazione, riducendo il numero di soldati coinvolti a 5.000, con un piano che prevedeva un’ulteriore progressiva riduzione di personale, fino allo smantellamento definitivo. Erano del resto cambiati i tempi e il contesto internazionale: in questi ultimi anni alle Forze armate sono stati richiesti compiti sempre più gravosi, in Italia e all’estero, per la protezione dei confini del paese, dell’Unione Europea e della NATO. Infatti le critiche più severe alla missione sono state avanzate proprio dagli alti comandi della Difesa, specie quelli dell’Esercito, che fornisce la quasi totalità del personale, a fronte delle poche decine messe a disposizione da Aeronautica e Marina.

Da oltre tre anni è Crosetto a dover gestire il malumore dei generali. Questo spiega perché lo scorso autunno abbia iniziato a predicare la necessità di ridurre l’operazione. Già questo è parso bizzarro, visto che alla fine del 2023 era stato proprio lui a riportare a 6.000 il numero dei soldati impegnati in “Strade sicure”. E poco prima, a ottobre dello stesso anno, il governo aveva anche introdotto l’operazione “Stazioni sicure”, prevedendo l’impiego di altri 800 uomini e donne delle Forze armate a presidio delle banchine delle stazioni ferroviarie. Nell’ottobre del 2024 proprio queste scelte vennero inserite da Fratelli d’Italia in un fascicolo celebrativo degli obiettivi raggiunti nei due anni di governo. Crosetto non se ne lamentò.

Gli aspetti critici dell’operazione però sono ormai diventati palesi. I 6.800 soldati impiegati tra “Strade sicure” e “Stazioni sicure” sono mobilitati per sei mesi; vuol dire che ogni anno vengono sottratti 13.600 soldati alle normali attività della Difesa. Inoltre, visto che la missione richiede turni lunghi e continuativi, nei sei mesi si accumulano molte ore di permesso e di ferie, che poi vanno smaltite una volta completato il turno: in media, dopo sei mesi di applicazione, si sommano tra i quaranta e i cinquanta giorni di recupero.

C’è poi un’ulteriore complicazione logistica: la stragrande maggioranza dei circa mille siti sensibili che vanno presidiati sono a Roma, perché è lì che stanno e le ambasciate e le sedi delle varie istituzioni, e quindi c’è bisogno di organizzare spostamenti, vitto e alloggio per un numero significativo di soldati, e le operazioni non sempre sono agevoli.

Poi c’è il malcontento dei soldati stessi, costretti spesso a piantonare per ore portoni o binari del treno: un’occupazione senz’altro nobile, ma di certo assai meno appagante rispetto ad altre, per chi è stato formato per fare attività militari. Molti lamentano inoltre i rischi legali o le incognite procedurali: i militari delle Forze armate, a differenza di Carabinieri e Polizia, non hanno pieni poteri di polizia, né possono svolgere mansioni di polizia giudiziaria. Non possono, per esempio, identificare una persona sospetta, né eventualmente arrestarla (se non in flagranza di reato), ma in questi casi – che sono comunque poco frequenti – devono chiamare un agente di pubblica sicurezza per controllare i documenti o procedere col fermo.

“Strade sicure” è insomma più che altro un’operazione che aumenta la percezione di sicurezza, e che ha un valore deterrente per possibili malintenzionati: ma ha anche grosse controindicazioni dal punto di vista dei militari.

Ovviamente, per gli stessi motivi, “Strade sicure” è assai ben vista dal ministro dell’Interno, che così vede delegata alla Difesa una parte non irrilevante del pattugliamento del territorio, e può concentrare risorse e personale di polizia su altri obiettivi. Per questo non è una sorpresa che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi voglia mantenere quantomeno inalterata la portata dell’operazione.

E insomma Crosetto è rimasto isolato: contraddetto dal suo stesso partito, incalzato dalla Lega, contrastato dai suoi colleghi di governo, martedì il ministro della Difesa ha pubblicato un lungo post in cui, come spesso gli capita, ritratta in parte quel che aveva detto, e lamenta di essere stato frainteso, dicendosi dispiaciuto che ci siano polemiche che lui stesso ha contribuito a innescare. In un post su X, ha precisato che lui aveva «detto che, in prospettiva, avrebbe avuto più senso AUMENTARE il personale di strade sicure ma utilizzando i Carabinieri, che sono sempre personale della Difesa, e cioè militari specializzati nella sicurezza, ma che godono di pieni poteri di polizia».

Nei prossimi giorni la commissione Difesa della Camera discuterà una risoluzione promossa dalla Lega per impegnare il governo ad aumentare il numero di soldati impiegati in “Strade sicure”. Si tratta comunque di un atto non vincolante. Finora, a fronte di oltre due mesi di polemiche, il governo non ha preso alcuna decisione.