Continuiamo a sentire “Faccetta nera”

Un giostraio che ha suonato il famoso remix dance a Genova ha rianimato una polemica che prosegue da vent'anni

Negozi ed edifici saccheggiati e devastati ad Addis Abeba nel maggio 1936, dopo l’ingresso delle truppe italiane (AP Photo)
Negozi ed edifici saccheggiati e devastati ad Addis Abeba nel maggio 1936, dopo l’ingresso delle truppe italiane (AP Photo)
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Domenica a Genova un giostraio ha fatto partire “Faccetta nera”, forse la canzone più rappresentativa del ventennio fascista italiano, come sottofondo musicale del suo autoscontro. La sindaca Silvia Salis lo ha definito «un gesto di una gravità assoluta» e ha detto che Genova «non è l’unica città in cui durante queste festività si è diffusa questa moda incommentabile». Nelle scorse settimane era già successo prima a Sanremo e poi a Campobasso.

In realtà la normalizzazione di “Faccetta nera” come canzone pop non è un fenomeno recente. È dai primi anni Duemila che circolano i remix dance della canzone, il più noto dei quali è attribuito a DJ Romy, un nome altrimenti dimenticato. Su internet quella versione è attribuita spesso anche a Gabry Ponte, uno dei dj più famosi della dance italiana: anche se lui ha detto che non è una sua produzione, quando una decina di anni fa dovette smentire di averla suonata durante una festa a Gallipoli, in Puglia, come riportato da alcune news. Da molti anni, in ogni caso, su piattaforme come YouTube e Spotify circolano diverse reinterpretazioni di “Faccetta nera” in stile dance, con un ritmo incalzante da discoteca.

“Faccetta nera” ha anche un discreto successo sui social, in particolare su TikTok: alcuni creatori di contenuti la utilizzano come base per i loro video, facendone partire solo poche note prima di interromperli, sia per generare un effetto comico sia per evitare restrizioni da parte della piattaforma.

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“Faccetta nera” fu scritta nel 1935 dal poeta romano Renato Micheli su musica composta da Mario Ruccione. Lo spunto furono le numerose notizie false e la propaganda del regime fascista, che presentavano la conquista coloniale dell’Etiopia come una missione per “liberare” la popolazione locale: Mussolini sostenne infatti di voler mettere fine alla schiavitù che ancora si praticava nel paese. In realtà si trattava di un’aggressione non provocata contro uno stato sovrano membro della Società delle Nazioni (l’antenato dell’ONU nato dopo la Prima guerra mondiale), e per questo motivo l’Italia fascista fu colpita da sanzioni internazionali.

L’idea di Micheli era quella di enfatizzare i presunti aspetti positivi del colonialismo italiano nell’Africa orientale, che nella propaganda fascista veniva venduto come una “missione civilizzatrice”.

In particolare, “Faccetta nera” si sofferma sulla pratica del cosiddetto madamato: relazioni temporanee more uxorio (ovvero convivenze assimilabili a un rapporto coniugale, pur in assenza di un rito formale) tra cittadini italiani, soprattutto soldati, e donne native dei territori colonizzati. Tra i colonialisti italiani in Africa orientale erano piuttosto diffuse le relazioni sessuali e di convivenza temporanee con donne africane, che venivano chiamate «madame», almeno fino a quando con l’emanazione delle leggi razziali fasciste nel 1938 il cosiddetto madamato fu vietato per evitare le relazioni miste.

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Nel 2015 Igiaba Scego, giornalista e scrittrice italiana di origini somale, raccontò su Internazionale la storia di “Faccetta nera” e della sua consacrazione pop. Scrisse che da piccola alcuni compagni di classe gliela cantavano all’uscita di scuola per umiliarla, e la definì «una canzoncina che aleggia nell’aria come quei microbi da cui non ci si salva», evidenziando come molte persone in Italia continuino a considerarla una canzone popolare, allegra e innocua.

Scego aggiunse anche che, in realtà, “Faccetta nera” ha un intento più sessista che razzista: racconta un’idea di liberazione dell’Etiopia in cui «si inneggiava a una sorta di “unione” tra italiani ed etiopi». L’unione era però solo con le donne etiopi, dato che gli uomini ne erano esclusi: era «un’unione sessuale e carnale». Il fatto che “Faccetta nera” abbia continuato a circolare anche nell’Italia repubblicana, scrisse Scego, è la dimostrazione che «l’Italia si porta dietro vecchi retaggi maschilisti di cui non è riuscita a liberarsi, e di cui spesso non riesce nemmeno a parlare».

“Faccetta nera” è stata inserita anche nelle colonne sonore di alcuni film, a volte per esigenze di accuratezza storica, altre con intenti ironici e satirici. Compare per esempio in I due nemici (1961), diretto da Guy Hamilton e incentrato sulla campagna italiana nell’Africa orientale, e se ne sentono alcune note nel film Tolo Tolo (2020) di Checco Zalone, in uno dei vari “attacchi di Mussolini” del protagonista. Fu riprodotta anche in una scena del film Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno (1973) di Martin Scorsese.

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