Gli ultimi giorni di David Bowie

Morì dieci anni fa due giorni dopo l'uscita del suo ultimo disco, tanto che all'inizio molti non ci credettero

David Bowie nel video di "Lazarus"
David Bowie nel video di "Lazarus"
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Le circostanze che dieci anni fa anticiparono la morte di David Bowie, uno dei più importanti musicisti della storia del rock, furono così eccezionali che, in un primo momento, in molti pensarono che potesse trattarsi di una bufala. I suoi famixliari ne diedero l’annuncio con un post su Facebook sulla sua pagina ufficiale alle 7.30 dell’11 gennaio 2016 (Bowie era morto il giorno prima), generando inizialmente un certo scetticismo.

Alcuni giornalisti si affrettarono a contattare collaboratori, amici e rappresentanti del cantante nel tentativo di ottenere conferme ufficiali, altri si sbilanciarono ed etichettarono la notizia come uno scherzo architettato dallo stesso Bowie. Questa diffidenza aveva delle ragioni.

La prima è che Bowie aveva tenuto segreto un cancro al fegato che gli era stato diagnosticato 18 mesi prima. L’altra è che Blackstar, il suo venticinquesimo e ultimo album in studio, era uscito soltanto due giorni prima, in occasione del suo 69esimo compleanno. Bowie aveva deciso di affidarne la promozione a Tony Visconti, il suo storico produttore: fu lui a parlare con la stampa, a coordinare l’uscita dei singoli e a rispondere alle domande dei giornalisti più curiosi sul lavoro svolto in studio.

Un’altra circostanza che contribuì ad alimentare i sospetti era che, prima di morire, Bowie avesse programmato diversi impegni per i mesi successivi, tra cui un concerto in suo onore alla Carnegie Hall di New York, con molti musicisti e ospiti eccellenti: alla fine si tenne lo stesso, ma fu trasformato in un tributo.

Qualche giorno dopo la morte Visconti disse che Bowie aveva concepito Blackstar come «un regalo d’addio» per i fan. Lo scrisse mentre le sue condizioni di salute stavano peggiorando, e nel disco sono presenti vari riferimenti alla malattia, alla fine della sua attività da musicista e alla morte. “Lazarus”, una delle canzoni più famose dell’album, cominciava con le parole «Look up here, I’m in Heaven» («Guarda quassù, sono in Paradiso»). Nel  videoclip ufficiale, uscito il 7 gennaio, Bowie appariva disteso su un letto, con gli occhi coperti da bende. Per tutti questi motivi, Blackstar è oggi spesso descritto come una specie di testamento artistico di Bowie.

Quando uscì Blackstar, Bowie era uno dei musicisti più influenti del rock inglese, con una carriera cominciata a metà degli anni Sessanta e che aveva attraversato un sacco di fasi diverse, sia per quanto riguarda lo stile musicale sia per quanto riguarda l’identità e il look. A partire dai dischi di pop barocco degli anni Sessanta, e poi con i successi enormi di Space Oddity, Hunky Dory e The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, con i loro immaginari spaziali e i loro singoli memorabili come “Life on Mars?”, “Changes” e “Starman”, Bowie diventò una delle figure più iconiche ed eclettiche della musica del Novecento.

Ziggy Stardust, Aladdin Sane e Thin White Duke furono i principali alter ego con i quali si presentò Bowie, trasformando i propri outfit e il proprio aspetto di volta in volta e proiettando sempre un’immagine di sé fluida, appariscente, stilosa, edonista. E a ciascuna corrisposero dischi diversi per idee, suoni, strumentazioni, ispirazioni, alcuni caratterizzati da grandi canzoni, altri da sperimentazioni colte, altri ancora da entrambe le cose.

In particolare ebbe un posto importantissimo nella musica rock degli anni Settanta la cosiddetta “trilogia berlinese”, ossia i tre dischi che Bowie compose mentre viveva a Berlino Ovest sotto la supervisione del musicista d’avanguardia e produttore discografico Brian Eno: Low (1977), Heroes (1977) e Lodger (1979). Nei decenni seguenti Bowie continuò a pubblicare dischi e mantenne un’intensa attività di concerti, collaborazioni e apparizioni varie. Non tutti ebbero successo o piacquero alla critica, e anzi diversi furono stroncati: ma alcuni, in particolare Earthling (1997), Heathen (2002) e The Next Day (2013), furono apprezzati per come incorporarono e rinnovarono influenze musicali diverse.

In un’intervista data a Rolling Stone qualche settimana prima dell’uscita di Blackstar, Visconti raccontò che, nonostante la malattia e nonostante avesse già fatto praticamente tutto ciò che si poteva fare con la musica, nei mesi in cui compose il suo ultimo album Bowie fu molto attivo, entusiasta e curioso.

Il suo obiettivo era «allontanarsi il più possibile dal rock»: aveva una gran voglia di sperimentare, e aveva sviluppato un vivo interesse per generi musicali che aveva lasciato un po’ da parte o che, fino a quel momento, aveva approfondito poco.

Per esempio, durante le sessioni di registrazione, rimase particolarmente colpito dall’ascolto di To Pimp a Butterfly, il terzo album del rapper statunitense Kendrick Lamar. Era uscito nel marzo dell’anno prima, raccontava l’esperienza afroamericana in un momento di grandi tensioni e rivendicazioni ed era pieno zeppo di rimandi al jazz, al funk e al soul più d’avanguardia.

L’approccio radicale e la libertà creativa di To Pimp a Butterfly furono tra le principali fonti di ispirazione di Blackstar, anche perché in quel periodo Bowie coltivava ossessioni musicali non lontane da quelle di Lamar.

Si era appassionato al jazz contemporaneo dopo aver assistito a un concerto dell’ensemble guidato dal sassofonista Donny McCaslin in un piccolo locale di Manhattan.

L’esperienza lo colpì al punto da chiedergli di partecipare alle registrazioni: il sassofono tenore di McCaslin ebbe un ruolo importantissimo nel definire il suono di Blackstar, e diventò l’elemento centrale di una band composta dal pianista Jason Lindner, dal batterista Mark Guiliana e dal bassista Tim Lefebvre, musicisti di primo piano della scena jazz statunitense.

Ma Bowie si lasciò ispirare anche dal noise, dall’elettronica e dalle idee più sperimentali della musica industriale. Coinvolse nel disco anche James Murphy, fondatore del gruppo di rock alternativo degli LCD Soundsystem, che suonò le percussioni nelle canzoni “Girl Loves Me” e “Sue (Or in a Season of Crime)”.

Furono molto eterogenei anche i riferimenti letterari, storici e di costume da cui Bowie prese spunto per scrivere le canzoni di Blackstar. Per esempio “’Tis a Pity She Was a Whore” prende il titolo da un’opera teatrale del XVII secolo scritta dal drammaturgo inglese John Ford, mentre il testo di “Girl Loves Me” deriva dal Polari, un linguaggio segreto usato dalla comunità gay nell’Inghilterra di metà Novecento.

Il cambio di direzione di Bowie sorprese critici, addetti ai lavori e appassionati, che si aspettavano un album costruito sulle strutture e i suoni tipici della sua produzione degli anni Settanta, e invece si trovarono per le mani un disco quasi jazz. David Fricke di Rolling Stone lo descrisse come «il più grande capolavoro antipop di Bowie dagli anni Settanta» e uno dei «dischi più aggressivamente sperimentali» della sua carriera, mentre Alexis Petridis si limitò a definirlo «una svolta inaspettata». Entrambi ascoltarono il disco in anteprima.

Ryan Dombal di Pitchfork recensì il disco molto positivamente, ma ne diede una lettura un po’ diversa. Scrisse che, «per quanto Blackstar sconvolga la nostra idea di come possa suonare un disco di David Bowie», in fin dei conti il jazz aveva già fatto capolino nei suoi dischi in più occasioni, sebbene in maniera più frammentata e in singole canzoni. Del resto, il primo strumento che Bowie aveva imparato a suonare da bambino era proprio un sassofono.

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