Andare in burnout in Nord Europa o in Italia non è la stessa cosa
L'eccesso di lavoro e lo stress cronico esistono in tutti i paesi, ma alcuni hanno capito che conviene prenderli sul serio

Da trent’anni a questa parte istituti di ricerca pubblici e privati in tutti i principali paesi avanzati sottolineano l’aumento costante di una specifica sindrome psicologica che colpisce i lavoratori e le lavoratrici di molti settori diversi: il burnout. È una condizione psicologica caratterizzata da stanchezza cronica ed esaurimento delle energie, sentimenti di negatività e distacco dal lavoro e riduzione dell’efficacia professionale che colpisce un numero crescente di persone in molti ambiti, e ha grosse conseguenze sia sugli individui che ne soffrono che sull’economia dei paesi in cui vivono.
Comparare con precisione i tassi di burnout a livello internazionale è sostanzialmente impossibile, perché ogni stato lo misura e lo definisce in maniera diversa. Quel che è certo è che alcune culture del lavoro si sono adeguate, e quindi hanno cominciato a riconoscere la gravità del burnout e a offrire aiuto a chi ne soffre, e altre molto meno.
Molti italiani che si trasferiscono in posti come Belgio, Paesi Bassi, Danimarca o Svezia, per esempio, raccontano con stupore quanto è facile e frequente chiedere e ottenere congedi per il burnout, o anche solo per prendersi cura dello stress prima che la situazione peggiori. In Svizzera, poi, le diagnosi sono così sdoganate che è abitudine usare il burnout come giustificazione per altri problemi personali che si preferisce invece tenere per sé. Nel paese si trovano peraltro le migliori cliniche private per guarire dal burnout in Europa, naturalmente molto costose.
Carlos Montes, professore di Psicologia del lavoro all’Università di Santiago de Compostela, racconta che l’aumento generalizzato del burnout nei paesi occidentali dipende molto da come si è trasformato il mercato del lavoro negli ultimi trent’anni. «Oggi molte più persone lavorano con la mente più che con il corpo: sono lavori che richiedono apprendimento costante, capacità di svolgere più compiti contemporaneamente e adattarsi a cambiamenti continui. Inoltre, la tecnologia ha eroso i confini tra vita personale e lavorativa, creando un’aspettativa secondo cui dovremmo essere sempre raggiungibili». A tutto questo si somma il fatto che il lavoro, oggi, è tendenzialmente molto più precario, «il che aggiunge una componente di stress cronico».
Sono particolarmente a rischio le persone con carichi di lavoro eccessivi, soprattutto se combinati con ritmi insostenibili e mancanza di controllo sui tempi e sulle decisioni. La situazione peggiora se il lavoro non viene riconosciuto e premiato, se si percepiscono ingiustizie ripetute come mobbing o favoritismi o se ci si trova a fare per lavoro cose che contraddicono i propri principi etici o professionali. Le categorie più colpite sono medici, infermieri, insegnanti, persone impiegate nei servizi sociali, avvocati, programmatori, project manager, giornalisti e chi lavora in settori con ritmi intensi e condizioni precarie.
Se non viene trattato, il burnout può innescare molte altre difficoltà. Tra le conseguenze fisiche ci sono disturbi cardiovascolari, insonnia cronica, abbassamento delle difese immunitarie e disturbi gastrointestinali. Sul piano economico, chi ne soffre può sperimentare cali della produttività, assenteismo, maggiori rischi di errori gravi, fino all’abbandono del lavoro. Le conseguenze sociali sono altrettanto gravi: includono isolamento progressivo e un aumento del rischio di depressione maggiore e ideazione suicidaria. A livello sistemico, poi, si lega a costi sanitari elevati, perdita di competenze nel mercato del lavoro e danni economici anche per le aziende.
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Se è vero che il burnout è in aumento in tutti i paesi avanzati, però, è altrettanto vero che ci sono paesi dove il tema è preso con una serietà molto maggiore rispetto ad altri.
In Italia, per esempio, un sistema per chiedere malattia per stress lavorativo esiste, e l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) riconosce il burnout come patologia la cui origine lavorativa deve essere provata caso per caso. Nella pratica, vuol dire che ogni volta l’INAIL valuta un dossier medico-legale che dimostri il nesso causale tra lavoro e patologia e, se la riconosce, eroga un indennizzo.
Il riconoscimento teorico si scontra però con ostacoli pratici e culturali. Chiedere un congedo viene generalmente percepito come ammissione di debolezza, con conseguenze reputazionali e di carriera. Chi non ha un contratto a tempo indeterminato, poi, sa che rischia di perdere la collaborazione e quindi la fonte di reddito. È molto comune anche l’idea che stare male per il lavoro sia normale, e che quindi non richieda particolare cura. Ottenere le certificazioni mediche necessarie, capire come interfacciarsi con l’INPS e il datore di lavoro e dimostrare il nesso causale tra lavoro e burnout richiede poi energie che una persona in burnout spesso non ha.
Beatrice, che lavora da più di un decennio per un grande e prestigioso studio legale internazionale e che preferisce rimanere anonima nel raccontare la sua esperienza con un problema di salute mentale, spiega di essere andata in burnout dopo aver seguito per mesi un caso particolarmente complesso. «Credo che se mi fosse successo in Italia avrei cambiato completamente lavoro», racconta.
Lei, però, da qualche tempo si era trasferita nella sede belga dell’azienda, ed è stata strabiliata dalla loro reazione, «subito organizzatissima». Dopo la diagnosi del medico di base ha ottenuto un congedo pagato di 35 giorni, e l’azienda l’ha orientata verso una psicologa del lavoro, coprendone i costi. Al rientro le hanno chiesto quanto volesse rimanere coinvolta nei progetti per tornare lentamente alla normalità. Per mesi, poi, ha incontrato la responsabile delle risorse umane: «mi diceva che mi dovevo dare la possibilità di recuperare completamente le energie fisiche e mentali per poi prendere qualsiasi tipo di decisione a mente lucida. Dopo dieci anni di lavoro in Italia, non potevo crederci».
Questo non vuol dire necessariamente che lavorare in questi paesi sia più rilassante: anche lì la percentuale di lavoratori che riporta situazioni di forte stress quotidiano è in crescita da anni, ed è talvolta più alta che altrove. Anche se in questi paesi «può sembrare che i dati siano peggiori rispetto a paesi come l’Italia o la Spagna», spiega però il professor Montes, «quel che sta accadendo in realtà è che il problema viene identificato più spesso, e che quindi i meccanismi di rilevamento stanno funzionando. Sono paesi più aperti nel parlare di salute mentale, dove i lavoratori sono più disposti a segnalare lo stress e lo stigma è molto meno forte».
Molto spesso, anche qui, la risposta non è preventiva – come sarebbe ideale – ma è quanto meno reattiva. Helsinki, la capitale della Finlandia, mette per esempio a disposizione delle aziende locali un servizio chiamato “work ability support path”, che forma i manager in modo che sappiano riconoscere precocemente i segnali di stress nei dipendenti e offrire loro delle soluzioni perché si sentano più autonomi e felici. In varie regioni del Belgio esistono centri pubblici specializzati a cui possono rivolgersi le persone che cercano aiuto contro il burnout.
In Norvegia molte aziende hanno cominciato a somministrare controlli regolari ai dipendenti in modo da essere consapevoli dei loro livelli di stress e dello stato della loro salute mentale, e altre includono il benessere psicologico dei membri di un team tra i valori da considerare quando si valuta l’efficacia dei manager. E secondo i dati dell’istituto di ricerca britannico Enterprise Research Centre, il 78 per cento dei datori di lavoro svedesi ha adottato qualche tipo di iniziativa per sostenere la salute mentale dei propri dipendenti, contro il 52 per cento dei datori di lavoro inglesi. In molti casi, le aziende hanno un responsabile della salute mentale che lavora a contatto con il consiglio di amministrazione per identificare eventuali misure correttive utili a ridurre lo stress tra i dipendenti.
Questo approccio culturale si riflette anche sul piano legislativo. In Belgio, per esempio, esistono leggi che proteggono la salute mentale sul lavoro dal 1996, e nel 2022 il governo ha introdotto una legge che impone ai dipendenti pubblici di non rispondere a email o telefonate fuori dall’orario contrattuale. Nei paesi nordici e in Belgio, poi, è molto frequente che i sindacati in sede di negoziazione inseriscano negli accordi collettivi richieste relative alla salute mentale e alla compensazione in caso di burnout.
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La dottoressa Irene Houtman, ricercatrice dell’Organizzazione olandese per la ricerca scientifica applicata, aggiunge che secondo le ricerche ci sono grosse differenze nella salute mentale tra i lavoratori di paesi in cui i datori di lavoro riconoscono l’impatto psicologico che il molto lavoro può avere sulle persone, e agiscono di conseguenza, e quelli in cui invece questo impatto viene sottovalutato.
A suo avviso, il ruolo del datore di lavoro e dei manager è fondamentale. «Sono loro che possono fornire margini di manovra e opportunità di controllo sul proprio tempo» e che possono aiutare molto a ridurre il rischio di burnout, spiega. «Ma possono anche aggravare la situazione aumentando le richieste o causando una mancanza di controllo».
La cosa curiosa, aggiunge Montes, è che esistono moltissimi studi che dimostrano che gli interventi organizzativi che agiscono alla fonte del problema – e che quindi diminuiscono il carico di lavoro o aumentano l’autonomia del lavoratore – funzionano straordinariamente bene per prevenire stress e burnout, «ma sono ancora sottoutilizzati». A loro si preferiscono programmi individuali come la terapia ed eventuali corsi di mindfulness o di gestione dello stress, meno strutturali e, secondo varie ricerche, meno efficaci.



