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  • Giovedì 8 gennaio 2026

La crisi di identità dello sci di fondo

Fatica a farsi notare, ha alcuni formati di gara astrusi, guarda al ciclismo e soffre i paragoni con il biathlon: forse dovrebbe tornare al passato

Johannes Klaebo l'1 gennaio a Dobbiaco, durante il Tour de Ski (Federica Vanzetta/Nordic Focus/Getty Images)
Johannes Klaebo l'1 gennaio a Dobbiaco, durante il Tour de Ski (Federica Vanzetta/Nordic Focus/Getty Images)
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Tra Natale e l’Epifania l’Italia ha ospitato – a Dobbiaco e in Val di Fiemme, in Trentino-Alto Adige – il Tour de Ski, un’importante corsa a tappe di sci di fondo. È stato un grande evento internazionale di uno storico sport invernale, e si è svolto in parte dove tra poche settimane saranno assegnate decine di medaglie olimpiche. Eppure in molti potrebbero non essersene accorti, e chi l’ha fatto quasi di certo avrà intercettato varie critiche all’evento, in particolare al formato di una sua gara.

È parte del grande problema dello sci di fondo, che da ormai diversi anni fatica a trovare la sua strada, a capire come rendersi attraente e intrigante, tra vari – e spesso vani – tentativi di renderlo più moderno, televisivo e spettacolare. A volte, come nel caso del Tour de Ski, si prova a guardare al ciclismo (uno sport che comunque ha i suoi problemi): il Tour de Ski esiste dal 2006, quando nacque prendendo a modello il Tour de France, la più importante corsa ciclistica. Altre volte si tirano in ballo paragoni con il biathlon, che al fondo – un certo tipo di fondo – unisce la spiazzante peculiarità del tiro a segno.

Le critiche al fondo arrivano da tutte le parti: dagli atleti, dai commentatori e dagli appassionati.«Quello che viene proposto ad altissimo livello è uno sport che piace sempre meno a chi guarda», ha detto l’ex fondista Cristian Zorzi, vincitore di un oro olimpico nel 2006: «La situazione è complicata e la riprova è che, sui tracciati, gli spettatori sono sempre meno». Un primo grande problema del fondo sta nelle sue distanze. Storicamente è uno sport di resistenza e fatica, il ciclismo dell’inverno. Però negli ultimi anni si è cercato di rendere le gare sempre più brevi, peraltro cambiando spesso formati e regole.

Un po’ di contesto, per chi non segue il fondo e quando scia tende a farlo in discesa. Il fondo è il modo più antico di spostarsi sugli sci ed è alle Olimpiadi invernali dalla prima edizione, nel 1924. Ci sono due modi per fare fondo: a tecnica classica (con gli sci paralleli nei binari) e a tecnica libera (o skating: più dinamica, veloce e moderna). Nello skiathlon si fanno prima una e poi l’altra nella stessa gara (non si chiama biathlon perché il nome era evidentemente già occupato). Le gare possono essere a tempo o tutti-contro-tutti (si parte insieme e vince chi arriva primo), individuali, a squadra o in staffetta.

Nel fondo si va dalle velocissime gare sprint, lunghe un chilometro e mezzo, fino alla gara da 50 km, che sta alle Olimpiadi invernali come la maratona sta a quelle estive. La peculiarità del fondo è che, sebbene con chiare predilezioni per una certa tecnica o certe distanze, di solito atleti e atlete fanno un po’ di tutto, senza troppa specializzazione.

Il finale di una gara sprint, il 3 gennaio in Val di Fiemme (Alex Pantling/Getty Images)

Anche Federico Pellegrino, il miglior fondista italiano in attività e uno dei quattro portabandiera dell’Italia a Milano Cortina, è stato spesso critico verso alcune direzioni che sta prendendo il suo sport. In un recente articolo sul Tour de Ski, il commentatore Francesco Paone Casati ha definito il Tour de Ski un format «invecchiato male», un «esperimento fallito», un «evento che ha completamente perso qualsiasi attrattiva sul pubblico». Perfino il norvegese Johannes Klaebo, vincitore di cinque Tour de Ski e oltre 100 tappe di Coppa del Mondo, è stato molto critico verso l’evento.

Al Tour de Ski è stata sperimentata, per esempio, la Heat Mass Start, in cui i fondisti hanno gareggiato in gruppi diversi, ma con un’unica classifica finale a tempo (e su cui però hanno inciso molto le condizioni di pista e le dinamiche di gara di ogni singolo gruppo). Fulvio Valbusa, ex fondista (oro olimpico nel 2006 con Zorzi) e commentatore per Eurosport, ne parla come di «una gara veramente assurda, che non deve esistere», parte del motivo per cui «il fondo sta perdendo di credibilità e interesse».

Mentre il biathlon (che si fa solo a tecnica libera) è ormai ben codificato nelle forme e nei tempi delle sue gare, e perfino nella struttura di ogni sua tappa, lo sci di fondo (che già di suo ha la complicazione delle due tecniche e dello skiathlon) è più caotico e discontinuo. Potrebbe essere immediato, invece a volte è quasi respingente, e c’è chi ritiene che lo sia diventato nel tentativo di inseguire brevità e spettacolarità.

Intervistato nel 2024, Zorzi l’aveva messa così: «La tv comanda il fondo, mentre il biathlon, disciplina in grande ascesa, comanda la tv». Zorzi aggiungeva che lo sci di fondo «è fatica, tradizione, per un certo verso anche semplicità» e che troppe innovazioni rischiano di stravolgerlo. È d’accordo anche il suo ex compagno Valbusa: a volte, come nel caso della Heat Mass Start, «chi guarda non riesce a capire cosa sta guardando» e chi come lui si trova in cabina di commento «fa fatica a spiegare cosa sta commentando».

Biatlete che dicono perché non dovreste seguire il biathlon

Ma per il fondo non è solo una questione di forme e distanze. I problemi sono tanti e non sempre recenti. Già nel 2009 un articolo dell’International Journal of Sports Marketing and Sponsorship confrontava l’esempio virtuoso del biathlon – capace di rendersi interessante per le tv e creare storie e personaggi – con quello più in difficoltà dello sci di fondo. E già nel 2020 Giorgio Capodaglio presentava nel dettaglio le ragioni alla base della «crisi dello sci di fondo».

Tra le ragioni della crisi, che si misura in perdita di rilevanza mediatica e calo di interesse generale, ce ne sono di vario ordine e grandezza. Dall’assenza di neve (a cui nel fondo si può sopperire a fatica solo con la neve artificiale) all’assenza – in seguito all’invasione dell’Ucraina – di atlete e atleti russi, in genere molto competitivi.

Ci sono poi ragioni più sportive. Ben più del biathlon, il fondo è dominato dalla Norvegia, cosa che evidentemente non fa bene al seguito internazionale dello sport. Valbusa dice che «quando si gareggia in Norvegia» e la squadra norvegese può quindi schierare più atleti del solito, «ne schierano dieci e ne piazzano otto nei primi dieci posti». Sempre Valbusa spiega inoltre che grazie a «un bacino talmente grande di talenti sempre nuovi» anche quando si cambiano formati o tipi di gare, «i norvegesi riescono a specializzarsi con grande velocità ed efficacia».

Un momento dalla tappa dell’1 gennaio del Tour de Ski (Photo by Grega Valancic/VOIGT/GettyImages)

È norvegese anche Einar Hedegart, ex biatleta che è passato al fondo, arrivando a vincere gare di Coppa del Mondo. Hedegart ha smentito con i fatti il punto di vista – ormai quasi una battuta ricorrente, perfino nel biathlon – secondo cui i biatleti non sono bravi fondisti.

Eppure nemmeno in Norvegia è tutto un successo. Perché se una gara internazionale sembra quasi un campionato nazionale non è un bene, a lungo andare; e perché i Mondiali del 2025 di sci nordico (che oltre allo sci di fondo comprende salto con gli sci e combinata nordica: a loro volta due sport che non se la passano proprio benissimo) organizzati nella città norvegese di Trondheim sono stati economicamente disastrosi.

Tutto questo succede mentre lo sci di fondo come attività non agonistica va invece molto bene, in quanto meno costoso rispetto allo sci alpino e ben allineato a un certo interesse verso gli sport di fatica e la natura. Grandi eventi come la Marcialonga, organizzata da oltre 50 anni tra Val di Fiemme e Val di Fassa, ogni anno con migliaia di partecipanti, continuano ad avere successo. «Il movimento del fondo dal punto di vista turistico è aumentato» dice Valbusa, che parla di «flotte di giovani che inforcano gli sci e vanno a farsi la passeggiata con gli sci da fondo».

Il Tour de Ski l’1 gennaio (Grega Valancic/VOIGT/GettyImages)

Però non sempre praticanti e appassionati coincidono. La Formula 1 è molto seguita, eppure non ci sono monoposto a ogni incrocio. E lo stesso vale per il biathlon, le cui carabine non lo rendono uno sport semplice con cui dilettarsi senza alcuna esperienza.

In genere, le possibili soluzioni proposte per provare a rivitalizzare il fondo agonistico partono dai paragoni con altri due sport già citati: il biathlon e il ciclismo.

Copiare il biathlon però è difficile, perché da oltre trent’anni si è fatto una sua federazione autonoma, con cui gestisce con grande libertà e agilità tutto ciò che la riguarda, a cominciare dalla comunicazione e dagli accordi con le televisioni (lo sci di fondo è invece parte delle stesse federazioni che regolano e governano lo sci alpino). Il biathlon, addirittura, sta già sperimentando modi per fare a meno della neve e delle località di montagna.

Nemmeno è facile copiare il ciclismo, e forse neppure utile. Le affinità tra i due sport sono tante, e non è inconsueto che i fondisti siano anche ciclisti estivi, ma come mostra anche il Tour de Ski, non basta mettere tappe e salite (nel caso del Tour de Ski il gran finale è sull’Alpe Cermis, con una pendenza media al 24 per cento) per diventare il ciclismo. Già nel 2022, intervistato dalla Gazzetta dello Sport, Pellegrino aveva risposto così alla domanda “Dove va questo fondo?”: «Paghiamo scelte scellerate. Paghiamo l’idea irrealizzabile di trasformarlo nel ciclismo sulla neve».

Non è granché fantasiosa, ma un’altra strada possibile prevede un ritorno al passato. «Il fondo è uno sport che è legato tanto, tanto, tanto alla tradizione», dice Valbusa, «e si è cercato di renderlo moderno troppo velocemente. La ricerca di spettacolo sta arrivando in maniera costante e devastante», e si rischia di trasformare i fondisti in «giullari in mezzo a un circo». A suo modo di vedere bisognerebbe tornare «al vecchio fondo».

Ritorno al passato significa, tra le altre cose, ritorno a gare più lunghe, da 30 ma anche 50 chilometri, e a formati di gara più semplici e costanti, come le semplici gare a tempo o come quelle a inseguimento, in cui si parte in base al ritardo accumulato in una precedente gara (come succede nel biathlon, con l’imprevedibilità aggiunta dai momenti al poligono).

Alle Olimpiadi di Milano Cortina – dove peraltro ci saranno distanze a volte diverse da quelle usate nelle gare di Coppa del Mondo – le gare di fondo, maschili e femminili, saranno a Tesero, in Val di Fiemme. Oltre alle gare sprint e alle staffette, alle gare sui 10 km e a quelle in skiathlon, sia uomini che donne gareggeranno nella 50 km a tecnica classica, con mass start. Un’occasione rara – visto che in Coppa del Mondo c’è una sola gara, in Norvegia, su questa distanza – per vedere una gara di fondo lunga due ore, e valutare l’effetto che fa.