Parlare di sesso e amore in classe
«La mia impressione è che anni fa il porno non occupasse tutto l’immaginario dei ragazzi. Guardando la Venere di Botticelli, hanno sempre sghignazzato, ma negli ultimi anni mi pare deridano l’ingenuità di quel corpo»

Nei discorsi, nei bigliettini e nelle chat che intercetto come insegnante, oggi, c’è un fiorire psichedelico di cazzi e culi. Parole facili, per i maschi tra i 12 e i 15 anni.
Quando litigano o scherzano si lanciano in immagini a sfondo sessuale e grottesco: noci di cocco infilate chissà dove, banane e pali che vorticano su corpi, orecchie e bocche e poi cose che farebbero a sua mamma, a tua nonna e a vostra sorella. La tipa di 3C che ha le tette così e cosà e me la porto di là e poi vedrà chi comanda. A volte sono scemenze, a volte violenze e immagini forti: le usano tra loro anche le ragazze, per offendere maschi e femmine col vilipendio del corpo in tutte le sue forme, che nelle loro parole diventa qualcosa di mostruoso e piatto. Le parole legate al corpo e al sesso hanno una carica sempre insultante, ripetitiva, senza profondità.
Ma cosa accade quando il corpo torna, potente e rivelatore, tra le nostre parole in classe?
Osservo certe reazioni in aula, mentre ascoltiamo Un malato di cuore di De André, nel corso di una lezione sull’Antologia di Spoon River che in anni recenti ho proposto in diverse classi, in contesti e scuole diverse.
Francis Turner – così si intitola la poesia dell’Antologia a cui De André si ispira – è un giovane uomo che non ha mai goduto appieno della vita a causa della sua malattia, incurabile all’inizio del 1900. Evita tutte le emozioni e le fatiche fisiche perché il cuore non reggerebbe, ma quando incontra l’amore è pronto a morire, pur di sperimentare fino in fondo almeno una volta il piacere e la gioia.
Francis Turner
«I could not run or play
In boyhood.
In manhood I could only sip the cup,
Not drink –
For scarlet-fever left my heart diseased.
Yet I lie here
Soothed by a secret none but Mary knows:
There is a garden of acacia,
Catalpa trees, and arbors sweet with vines –
There on that afternoon in June
By Mary’s side –
Kissing her with my soul upon my lips
It suddenly took flight».
Siamo seduti in silenzio, le parole scorrono sulla LIM per rendere più accessibile la comprensione. Ai ragazzi di origine straniera, se necessario, abbiamo dato testi in inglese, brevi traduzioni. I ragazzi sono seri, zitti. Poi, verso la fine del testo di De André, arrivano quelle «cosce color madreperla» della ragazza di Francis, che nell’originale non ci sono. Le cosce, come quelle del pollo. Le cosce che loro sono abituati a mangiare con la salsa barbecue al KFC, solo che questa volta sono di una donna, con tutta la carnalità che la cosa comporta. Mi stupisco delle loro reazioni: si imbarazzano, fanno gli scandalizzati, bisbigliano e infine bisogna interrompere l’ascolto. La parola “cosce” li travolge, eppure è così semplice.
– Leggi anche: Come parlano d’amore e di sesso le ragazze e i ragazzi
Per me è una parola debole, così poco estrema rispetto ai loro voli pindarici nel mondo dello scabroso, eppure li turba, li elettrizza. Forse perché appartiene al corpo vero, alla corporeità che si può esplorare veramente, non mediata da schermi, non in anonimo in qualche chat.
«Ma fanno sesso, Francis e la sua ragazza?», mi chiedono a volte con gli occhi sgranati. Io rispondo la verità esegetica del testo, ovvero: «Non si sa, lui muore prima di capire se sta iniziando a farlo o no. Ma, ragazzi, qui si fa l’amore, mica sesso. Lui si fa venire un colpo al cuore pur di baciare almeno una volta la sua ragazza come si deve».
A questo punto, a volte, un’onda di emotività invade la classe. C’è chi piange in silenzio o chi si turba di nuovo rileggendo cosce – «ma perché “cosce”, prof?» – «ma in che senso madreperla?» – «ma le cosce luccicano?». E io sorrido, perché per caso e senza volerlo abbiamo trovato il posto esatto dell’amore: in mezzo alle cosce e agganciato al cuore.
Rileggiamo insieme il testo, curiosi. Tante cose non sono chiare in questa camporella, così inizia un dibattito surreale: ha iniziato lei o lui? Le mani sono sudate per il caldo o per l’emozione? L’erba è comoda per baciarsi o dopo un po’ ti fa male la schiena?
Quante cose loro non conoscono ancora: sono pur sempre dei ragazzini. Nessun contenuto scabroso è riuscito a contaminarli così nel profondo da impedirgli di immedesimarsi in questa storia. Riprendiamo l’ascolto da capo, più consapevoli, e alla fine della canzone si arriva a quel cuore che batte all’impazzata accelerando le percussioni in sottofondo fino alla morte, che è un’altra parola difficile, a scuola.
Qualche volta mi chiedono se Francis Turner muore felice e io dico che fare l’amore è bello, quindi sì: muore felice. Per rendere accettabile l’idea anche a certe culture e sensibilità specifico: «Perché, come tra marito e moglie, l’amore è l’esperienza più significativa della vita». E aggiungo: «Non come nei porno».
Lì si crolla di nuovo.
La parola pornografia fa ridere i ragazzi – e anche qualche ragazza – in modo isterico. Ma non è sempre stato così. Fino a qualche anno fa avevo davanti persone che – per lo meno tra gli 11 e i 14 anni – non avevano mai visto un film porno, anche se da sempre erano intontiti da programmi televisivi e pubblicità in cui il corpo della donna e i corpi in generale erano già di plastica: merce, consumo puro. Fino a dieci anni fa i maschi si limitavano a disegnare cazzettini apotropaici sui banchi, come nell’antica Roma sui muri dei lupanari, ma non tutti sapevano cosa fosse il mondo dell’hard. A volte incidevano nel legno con la punta del compasso certi cazzetti dritti che sembravano le indicazioni del senso unico nello stradario, e tanto bastava a renderli trasgressivi.
La mia impressione è che anni fa il porno non occupasse tutto il loro immaginario. L’amore era altro. Oggi mi pare che ci sia confusione e sovrapposizione costante tra amore e pornografia, e che molti di loro credano davvero che le cose intime funzionino come nei video porno o nei testi delle canzoni trap. Non è successo in un giorno, ma a un certo punto è successo che a dire la parola pornografia loro ridono come se fosse un gioco, anche in prima media.
E a me viene da piangere.
Guardando la Venere di Botticelli, per ragionare sul Rinascimento, tutti i ragazzi hanno sempre sghignazzato, perché dove c’è un corpo nudo ogni adolescente va un po’ su di giri, ma negli ultimi anni mi pare che lo facciano in un modo diverso: adesso deridono l’ingenuità di quel corpo. Prendono in giro la sua purezza forse perché non sanno più cosa sia la purezza o forse perché la purezza oggi viene percepita come un segno di debolezza, inutile in confronto all’aggressività, alla sguaiatezza.
Dico in aula che la Venere di Botticelli è pura, nuda così, e che la loro risata a deriderla viene dalla troppa mercificazione che hanno intorno, che li ha storditi. Certo, non dico mercificazione ma «quelle immagini che a volte voi guardate dove il corpo della donna viene offeso», e se capiscono cosa intendo non ridono più. Riflettono.
Sarebbe così bello guardare una donna nuda come Botticelli guarda Venere, dico. Oppure, rivolta alle ragazze: sarebbe bello essere guardate così bene, libere di essere nella propria carne, certe che nessuno ti fotograferà e condividerà in lungo e in largo le tue foto rovinandoti la vita.

Sandro Botticelli, Nascita di Venere, 1482 circa. Galleria degli Uffizi, Firenze. ( Art Media/Print Collector/Getty Images)
E questo in classe lo capiscono tutti, perché ognuno ha ormai già una piccola storia di body shaming o addirittura quasi di revenge porn da raccontare, da quando ci sono chat in cui adolescenti confusi si autogestiscono senza mediazione.
Dico che dal mare e dalla conchiglia di Venere esce un profumo, nulla di proibito. Aria fresca per tutti.
«Haram», dicono alcuni. E dentro c’è tutta la forza morale e tutto il rischio del divieto, un po’ com’era il peccato qui da noi un tempo, quando si divideva il mondo tra ciò che era lecito e ciò che non lo era.
Anche di fronte a questo, voglio credere che l’estetica possa sempre superare l’etica, e che Venere possa, prima o poi, mettere d’accordo tutti.
Poco importa che l’abbiano disonorata anche con quelle pubblicità in cui era vestita da influencer per pubblicizzare l’Italia come se fosse Disneyland: lei sarà sempre più grande dell’oscenità.
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