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  • Mercoledì 7 gennaio 2026

Le proteste in Iran sono sempre più importanti

Negli ultimi giorni si sono estese a buona parte del paese, ma la propaganda del regime sta cercando di sminuirle

Le foto delle manifestazioni sono difficili da reperire a causa della censura del regime. Qui una donna con molte uova a Teheran, 7 gennaio 2026 (EPA/ABEDIN TAHERKENAREH)
Le foto delle manifestazioni sono difficili da reperire a causa della censura del regime. Qui una donna con molte uova a Teheran, 7 gennaio 2026 (EPA/ABEDIN TAHERKENAREH)
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Dallo scorso 28 dicembre le proteste in Iran per le disastrose condizioni economiche si sono estese a gran parte del paese. In Iran i giornalisti non possono lavorare in modo libero e indipendente, quindi è difficile sapere con certezza che cosa stia accadendo, ma sui social stanno circolando moltissimi video che mostrano proteste partecipate in varie città, con scontri tra i manifestanti e le forze di sicurezza. Come già avvenuto in passato il regime sta reprimendo le proteste con la forza e contemporaneamente sta cercando di dipingerle come molto più ristrette di quanto invece mostrano le immagini che arrivano dal paese.

BBC Verify, il dipartimento di fact-checking della televisione britannica, insieme alla redazione di lingua persiana, ha verificato decine di questi video. Dall’analisi è emerso che a 11 giorni dall’inizio delle proteste sono state coinvolte almeno 17 province su 31, incluse quelle storicamente più leali alla Repubblica islamica, come Qom, nell’Iran centrale, e Mashhad, nel nord-est. Queste sono soltanto quelle da cui sono arrivati video che è stato possibile verificare, ma BBC scrive che il numero reale è quasi certamente più alto.

Le proteste di questi giorni sono le più partecipate da quelle del 2022, iniziate dopo la morte in carcere della ventiduenne Masha Amini, arrestata per non aver indossato correttamente il velo. Sono cominciate tra i commercianti di Teheran contro la svalutazione della moneta e l’inflazione, che hanno reso inaccessibili per molti anche i beni di prima necessità, ma si sono presto estese alle università e ad altri settori della popolazione.

– Leggi anche: Gli enormi problemi dell’economia iraniana

In alcuni dei video verificati da BBC, per esempio, si sentono cori come «morte al dittatore» (in riferimento all’ayatollah Ali Khamenei, la più importante figura politica e religiosa del paese), a dimostrazione del fatto che le ragioni delle proteste vanno molto al di là del malcontento per la situazione economica.

Una rara foto delle proteste, Teheran, 29 dicembre 2025 (Fars News Agency via AP)

Davanti alle proteste delle ultime settimane il regime aveva reagito inizialmente con un atteggiamento apparentemente conciliatorio, poi la repressione era diventata più violenta. In questi giorni si stima che ci siano stati oltre mille arresti e almeno 35 persone uccise, ma è probabile che i numeri siano più alti. Tra gli episodi verificati dalla stampa internazionale ci sono per esempio gli arresti compiuti dalle forze di sicurezza del regime in un ospedale di Ilam, dove alcuni manifestanti erano ricoverati per le ferite riportate durante le proteste, quando le stesse forze di sicurezza avevano sparato sulla folla.

Sabato Khamenei aveva legittimato la risposta dura delle forze di sicurezza parlando dei manifestanti come di «ribelli» che andavano «rimessi al loro posto».

Parallelamente il regime sta provando a sminuire le dimensioni delle proteste, ridimensionandone anche il grado di appoggio tra la popolazione. Martedì l’agenzia di stampa Fars, controllata dal regime, ha scritto che le proteste sono diminuite e che sono sotto controllo, mentre il giornale ultraconservatore Kayhan le ha attribuite a una presunta «cospirazione nemica», e ha scritto che quest’ultima è stata neutralizzata grazie «alla vigilanza, alla fede e alla devozione» dei mercanti del Grand Bazaar e della popolazione. Il Grand Bazar è il mercato centrale di Teheran dove le proteste erano cominciate.

Secondo Iran International, un canale televisivo di opposizione in lingua persiana che opera nel Regno Unito, le proteste stanno invece continuando in diverse città in tutto il paese, così come gli arresti e gli scontri. Il centro delle manifestazioni rimane il Grand Bazar di Teheran, ma ci sono notizie di cortei in più di novanta centri abitati in tutto il paese. Secondo l’emittente tra i manifestanti si sentono anche cori che inneggiano a Reza Pahlavi, figlio in esilio della dinastia che governava l’Iran prima della rivoluzione del 1979. Martedì Pahlavi ha diffuso un comunicato in sostegno dei manifestanti.

Anche se per il momento le manifestazioni non hanno raggiunto le dimensioni e la portata di quelle del 2022, sono cominciate in un momento di particolare debolezza della Repubblica Islamica, e secondo molti osservatori potrebbero avere delle conseguenze gravi per il regime iraniano. La breve guerra con Israele dell’estate scorsa e la distruzione di Hezbollah hanno gravemente danneggiato le capacità di difesa iraniane, e la caduta del regime siriano di Bashar al Assad e, più recentemente, di quello di Nicolás Maduro in Venezuela lo hanno privato di importanti alleati. In questi mesi il timore del regime per la sua stabilità si era visto anche in un aumento della repressione interna.

Nei giorni scorsi sulle proteste in Iran era intervenuto anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, minacciando un possibile intervento a sostegno dei manifestanti. «Siamo carichi e pronti a partire», aveva detto, senza fornire altri dettagli.

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