Sì: nell’hockey su ghiaccio ci si può menare
Le risse sono regolate da un codice non scritto, anche se vederle è sempre più raro

Chi comincia a seguire l’hockey su ghiaccio spesso rimane stupito quando scopre un aspetto un po’ laterale ma molto radicato del gioco: nell’hockey le risse tra giocatori sono ammesse. Lo stupore spesso aumenta quando si scopre che fanno parte dello sport sin dal suo inizio, che molti tifosi le aspettano con desiderio, che avvengono per motivi ben precisi (spesso su invito) e che sono normate da un codice non scritto, detto The Code, diventato parte della cultura del gioco stesso.
Le risse non sono fatte per il gusto di essere violenti, ma avvengono all’interno di un contesto per certi versi protetto.
Negli ultimi anni tuttavia la loro frequenza è molto diminuita sia perché il gioco si è evoluto, rendendole una strategia meno efficace, sia perché si è diffusa una maggiore consapevolezza sui rischi a cui si espone chi vi partecipa. Al momento in NHL, il campionato nordamericano di hockey, i giocatori che partecipano a una rissa vengono espulsi temporaneamente per 5 minuti, durante i quali la propria squadra gioca con un uomo in meno. Nei tornei che seguono le regole della federazione internazionale di hockey, come le Olimpiadi e quelli europei, fare una rissa comporta un’espulsione definitiva, cosa che le rende più insolite che in NHL. Non sono previste comunque multe o ulteriori sospensioni per le risse, come invece avviene per esempio nel calcio o in altri sport.
Le risse fanno parte del gioco perché sono considerate, in modo un po’ paradossale, una forma di controllo reciproco tra i giocatori: chi commette una giocata scorretta sa che con molta probabilità sarà ingaggiato in una rissa da un giocatore avversario che vuole “vendicarsi”. Questa sorta di implicita minaccia fisica, insomma, scoraggia le giocate sporche e aumenta la responsabilità dei giocatori. Col tempo si è diffuso il ruolo di una specie di giocatori-poliziotti, che hanno il compito di proteggere i compagni più forti e fare da deterrente al gioco troppo fisico. Anche se non hanno grosse abilità tecniche, vengono tenuti in squadra: sono spesso atleti imponenti, e vengono chiamati enforcer (dal verbo inglese enforce, che significa far applicare una norma).

Due giocatori cadono sul ghiaccio dopo una rissa, Montreal, Canada, 1 novembre 2025 (The Canadian Press/Christinne Muschi/AP)
Questo si lega al fatto che l’hockey è uno sport per sua natura molto fisico, che può diventare, non per forza in modo volontario, piuttosto violento. Gli scontri tra i giocatori sono una componente fondamentale del gioco, e sono resi più duri dalle alte velocità che si raggiungono pattinando – anche tra i 35 e i 40 chilometri all’ora – e dalla presenza delle balaustre, le strutture rigide che delimitano la pista da ghiaccio.
Oltre che per intimidire o regolare i conti, le risse sono spesso usate dai giocatori anche per tentare di cambiare l’andamento di una partita, come fossero un modo per trasmettere ai propri compagni nuova energia. C’è poi un aspetto più “commerciale” delle risse: sono state a lungo un grande motivo di attrazione del pubblico, che spesso andava alle partite solo per assistere a una cosa così insolita.
L’importanza raggiunta dalle risse nel gioco è diventata spesso anche oggetto di ironia al di fuori dell’hockey. In Nord America è molto nota la battuta «l’altra sera sono andato a dei combattimenti, e ne è venuta fuori una partita di hockey», attribuita al comico e attore americano Rodney Dangerfield, che fu molto famoso tra gli anni ’70 e ’80.
The Code, il codice non scritto che norma i comportamenti violenti dell’hockey, prevede che in genere una rissa non parta in modo casuale, ma che uno dei due giocatori chieda all’altro se vuole fare a pugni. Nel caso questo accetti, allora la rissa inizia quando entrambi si sono tolti i guanti e termina con l’intervento degli arbitri non appena entrambi hanno finito le energie o uno dei due cade sul ghiaccio (colpire una persona che è sdraiata sul ghiaccio infatti sarebbe troppo pericoloso).
Si può colpire l’avversario solo con i pugni e solo dal busto in su. Durante la rissa il gioco si interrompe e nessun altro giocatore può intervenire. A volte capita che ci siano più risse allo stesso momento. Una rissa può avvenire anche tra portieri, per quanto sia più insolito, perché sono distanti e quindi è quasi impossibile si scontrino. Per loro inoltre lottare è più complesso a causa delle molte protezioni che indossano.
Le risse esistono quasi da sempre, nell’hockey. Già nel 1922 la NHL, che era stata fondata 5 anni prima, aveva una regola per le risse, che determinava l’espulsione di 5 minuti. Divennero molto frequenti a partire dagli anni ’70, quando si diffusero gli enforcer, anche come conseguenza dell’espansione della lega nel 1967 (che raddoppiò le squadre da 6 a 12; oggi in NHL ce ne sono 32). Le risse raggiunsero il numero massimo nella stagione 1987-1988, quando furono 939.
Oggi sono sempre meno: nella stagione regolare 2024-2025 ce ne sono state 300, meno della metà di quelle che c’erano state nella stagione 2003-2004, 789 secondo il sito HockeyFights (sì, c’è anche un sito apposito). Lo scorso anno la media è stata di una rissa ogni 4,3 partite.
Questo cambiamento è dovuto a vari fattori, a cominciare dall’introduzione del salary cap, un tetto massimo per gli stipendi dei giocatori che ha portato a una riduzione degli enforcers. È infatti sempre meno conveniente dal punto di vista economico tenere in squadra un giocatore con un’unica funzione specifica, mentre il gioco diventa più rapido e tecnico.
La diffusione delle analisi statistiche del gioco ha inoltre rivelato la poca utilità delle risse, mentre la lega ha introdotto alcune norme per disincentivarle (senza comunque volerle eliminare del tutto) perché è aumentata la consapevolezza dei rischi che le risse comportano e degli effetti negativi che i colpi alla testa producono sul lungo periodo sui giocatori. Infine c’è un aspetto più d’immagine: mentre prima le risse erano un elemento che attirava gli spettatori, da anni sono poco tollerate dalle televisioni che le considerano un momento di violenza non necessaria.



