È morto Béla Tarr

Uno dei più importanti registi del cinema d'autore europeo, noto per aver diretto “Satantango”: aveva 70 anni

(Matthias Nareyek/Getty Images)
(Matthias Nareyek/Getty Images)
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Il regista ungherese Béla Tarr, tra i più importanti interpreti del cinema d’autore europeo, è morto a 70 anni. Era noto per la sua lunga collaborazione con lo scrittore ungherese László Krasznahorkai, il vincitore del premio Nobel per la Letteratura del 2025, e per aver diretto Satantango, film dalla durata di 7 ore ispirato al suo romanzo più famoso. La notizia è stata data dall’agenzia di stampa ungherese MTI, che ha scritto che Tarr è morto dopo una lunga malattia.

Con la sua predilezione per il bianco e nero, la sua tendenza a utilizzare lunghissimi piani sequenza (cioè scene girate in un’unica ripresa) e i ritmi estremamente lenti e contemplativi dei suoi film, Tarr si era affermato con uno stile molto personale, riconoscibile e apprezzato, che influenzò un’intera generazione di registi d’essai. I due esempi più noti sono Jim Jarmusch e Gus Van Sant, che hanno raccontato in più occasioni quanto Tarr sia stato un riferimento importante per loro.

I luoghi più rurali e periferici dell’Ungheria erano spesso lo sfondo dei film di Tarr, che avevano al centro temi come l’esistenzialismo, il tempo e la crisi delle utopie collettive. Insieme a Satantango, il film più identificativo di Tarr è Il cavallo di Torino, l’ultimo che diresse insieme alla moglie Agnes Hranitzky. Era incentrato sul breve periodo in cui il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche visse a Torino, e vinse l’Orso d’argento al Festival di Berlino del 2011.

Tarr esordì al cinema nel 1978 con il corto Hotel Magnezit, a cui seguirono film che contribuirono a dare qualche indicazione sul suo stile, come Nido familiare (1979), Rapporti prefabbricati (1982) e Almanacco d’autunno (1984).

A partire dalla fine degli anni Ottanta, Tarr sviluppò un rapporto di complicità artistica con Krasznahorkai, che da lì in poi avrebbe scritto la sceneggiatura dei suoi film più famosi. Cominciarono nel 1988 con Perdizione, che raccontava la relazione tormentata tra un uomo depresso e una cantante. Sei anni dopo fu il turno di Satantango, il film più famoso e apprezzato di Tarr.

Raccontava la vicenda degli abitanti di un villaggio ungherese abbandonato che, dopo la fine della loro gestione di una fattoria collettiva, progettano una nuova vita ispirata ai valori del comunismo. I loro piani vengono però stravolti dal ritorno di Irimiás, un carismatico contadino che li convince a fondare una nuova comunità.

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Tarr aveva in mente di trasporre Satantango già nel 1985, l’anno di uscita del romanzo di Krasznahorkai, ma dovette rimandare a causa del rigido controllo statale sulla produzione cinematografica dell’Ungheria socialista. Il principale problema era il tema centrale del libro, che rappresentava in forma allegorica il fallimento delle utopie comuniste, un argomento difficile da affrontare apertamente in quel contesto politico.

Alla fine Satantango uscì nove anni dopo, quando l’Ungheria era diventata una democrazia parlamentare e Tarr era ormai un regista stimato a livello internazionale.

Prima di mettersi a scrivere la sceneggiatura, Tarr visitò personalmente i luoghi che hanno ispirato il romanzo di Krasznahorkai, tra cui i villaggi e le fattorie collettive abbandonate della Grande Pianura Ungherese, una vasta regione rurale nella parte orientale del paese, caratterizzata da quei paesaggi spogli che poi sarebbero diventati lo sfondo del film.

Satantango dura 435 minuti, ma è composto da sole 151 inquadrature: pochissime, per un film di oltre 7 ore. Molte di esse sono lunghi piani sequenza, cioè scene senza montaggio e quindi senza i normali tagli o l’alternarsi di inquadrature diverse tipici per esempio di un dialogo tra due persone.

Uno degli elementi maggiormente citati da chi ha visto Satantango – o almeno da chi ha provato a guardarlo – è il lungo piano sequenza iniziale: dura quasi 8 minuti, e mostra una mandria di mucche che si muove lentamente tra gli edifici fatiscenti del villaggio, anticipando il ritmo lento e il tono simbolico dell’opera.

In diverse interviste, Tarr aveva raccontato che dare grande importanza alla lentezza e spingere lo spettatore a osservare ogni gesto e ogni dettaglio con attenzione quasi contemplativa furono due aspetti fondamentali della costruzione di Satantango.

Per accentuare la sensazione di dilatazione del tempo Tarr curò ogni minimo dettaglio, evitando di inquadrare qualsiasi oggetto che potesse suggerire un legame con l’attualità. «Volevo mettere in scena una sorta di eternità», aveva raccontato in un’intervista data al British Film Institute nel 2024, in occasione del trentennale del film.

Nel 2000 Tarr e Krasznahorkai tornarono a lavorare insieme in Le armonie di Werckmeister, tratto da uno dei romanzi più famosi del secondo, Melancolia della resistenza. In seguito collaborarono anche per le sceneggiature dell’Uomo di Londra (2007) e del Cavallo di Torino (2011), l’ultimo film del regista.

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