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  • Martedì 11 novembre 2025

Cos’è e cosa fa il Garante della privacy

Visto che se ne parla da due settimane, e che ora l'opposizione ha chiesto le dimissioni di tutti i membri

L'insegna della sede del Garante della privacy a Roma, 10 novembre 2025 (ANSA/FABIO FRUSTACI)
L'insegna della sede del Garante della privacy a Roma, 10 novembre 2025 (ANSA/FABIO FRUSTACI)
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Lo scontro tra Report, il programma di giornalismo di inchiesta su Rai 3, e il Garante della privacy va avanti da due settimane tra molte polemiche. Nelle ultime tre puntate Report si è occupato del Garante mettendone in risalto i potenziali conflitti di interesse e contiguità con la politica, e lunedì il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle hanno chiesto le dimissioni di tutti i membri dell’organo, che per la verità sono stati nominati proprio quando PD e M5S erano al governo.

Il Garante per la protezione dei dati personali, comunemente chiamato Garante della privacy, controlla che vengano rispettate le normative nazionali ed europee sul trattamento dei dati personali. È una delle più note tra le molte “autorità amministrative indipendenti” che ci sono in Italia. I garanti sono enti che devono controllare settori particolarmente delicati, come attività e servizi che si svolgono in regime di sostanziale monopolio, o che sono di particolare interesse per la comunità, e che per questo dovrebbero teoricamente essere autonomi rispetto alla politica.

Le cose non stanno però proprio così, perché i loro dirigenti sono spesso esponenti dei partiti che li scelgono: i partiti nominano cioè nelle autorità garanti persone di loro fiducia, talvolta scegliendole tra esperti dei vari settori, talvolta direttamente dai loro organigrammi.

Il Garante della privacy fu istituito nel 1996 in un periodo in cui si era fatta urgente la necessità di tutelare in qualche modo i dati personali. Negli anni poi le sue mansioni sono state ampliate con leggi specifiche, man mano che si allargavano gli ambiti in cui era necessario proteggere i dati delle persone, specialmente online. Anche se il nome “garante” fa pensare a una persona sola, il Garante della privacy è in realtà un organo collegiale di quattro persone, che vengono scelte dal parlamento e hanno un mandato di sette anni.

Nella pratica il Garante della privacy può esaminare reclami dei cittadini, formulare pareri sulle leggi o anche segnalare al parlamento l’esigenza di innovazioni normative o amministrative. A volte viene interpellato dalle istituzioni per consulenze specifiche. Può aprire istruttorie, simili a inchieste, e imporre limitazioni o cancellazioni sul trattamento dei dati fino ad arrivare a sanzioni amministrative (nel caso di reati invece non può intervenire e deve coinvolgere l’autorità giudiziaria).

Gli attuali componenti sono stati scelti nel 2020, durante il secondo governo di Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, sostenuto da una maggioranza di cui facevano parte Partito Democratico, Liberi e Uguali, e Italia Viva. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato proprio questo ai giornalisti che le chiedevano un commento sulla richiesta delle opposizioni di azzerare l’attuale collegio del Garante in seguito alle inchieste di Report, che tra le altre cose contestano il rapporto tra Agostino Ghiglia, uno dei quattro componenti, e Fratelli d’Italia. Meloni ha aggiunto che non è competenza del governo azzerare il collegio. Il coordinatore del suo partito, Giovanni Donzelli, ha comunque detto che Fratelli d’Italia non è contrario a farli dimettere: «Favorevoli, con grande slancio e giubilo, allo scioglimento di qualsiasi ente o autorità nominata dalla sinistra».

La composizione del collegio direttivo del Garante della privacy è quindi frutto di spartizione politica, ma non solo del centrosinistra. Il presidente Pasquale Stanzione è espressione del PD (così come pure il suo predecessore, Antonello Soro); la vicepresidente, Ginevra Cerrina Feroni, è una costituzionalista fiorentina vicina alla Lega; Agostino Ghiglia, il protagonista delle polemiche con Report, fu un esponente di Alleanza Nazionale prima e di Fratelli d’Italia poi; e Guido Scorza è invece un giurista espresso dal M5S, già collaboratore della ministra per l’Innovazione Paola Pisano.

La polemica tra Report e il Garante era iniziata con una multa di 150mila euro data alla Rai a fine ottobre a causa di Report, che aveva diffuso una registrazione audio di una conversazione privata tra l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e sua moglie; Report aveva risposto documentando una visita di Agostino Ghiglia alla sede di Fratelli d’Italia a Roma, in via della Scrofa, accusandolo quindi di essersi fatto condizionare dal partito di maggioranza al governo nel decidere la multa.

Nella puntata successiva Report ha pubblicato un’altra conversazione privata, questa volta di Ghiglia stesso, in cui dice ai suoi collaboratori «Vado da Arianna». Il riferimento è alla sorella di Giorgia Meloni e dirigente di Fratelli d’Italia. Prima della diffusione della puntata che conteneva questa conversazione, il Garante aveva inviato una PEC a Report diffidando il programma dal mandarla in onda. Il Garante sostiene, come nel caso dell’audio di Sangiuliano, che la trasmissione abbia ottenuto il contenuto della conversazione attraverso un’acquisizione illecita di dati personali, cosa che Report nega di aver fatto.

Nella puntata del 9 novembre, infine, Report ha analizzato le spese del collegio e sollevato dubbi su conflitti d’interesse del Garante, in particolare per quanto riguarda una sanzione a Meta, l’azienda proprietaria di Facebook, Instagram e WhatsApp, che secondo Report sarebbe stata ridotta di diversi milioni di euro dopo un incontro tra Ghiglia e il responsabile delle relazioni istituzionali di Meta in Italia Angelo Mazzetti. Il Garante ha definito questa ricostruzione «destituita di ogni fondamento».

– Leggi anche: Le autorità indipendenti, come il Garante della privacy, non sono poi così indipendenti