Anche Meloni si è accorta del problema dell’idroelettrico

Ha detto che le tariffe delle concessioni dovranno essere riviste, dopo anni di proroghe a vantaggio delle aziende energetiche

Una diga di un impianto idroelettrico
Una diga di un impianto idroelettrico (Simone Padovani/Getty Images)

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni pensa che le tariffe delle concessioni idroelettriche debbano essere riviste, cioè che le aziende energetiche le debbano pagare di più rispetto a quanto fatto finora. Lo ha detto al giornalista Bruno Vespa in un’intervista contenuta nel suo nuovo libro, Finimondo, di cui sono state pubblicate alcune anticipazioni. «Una volta che l’Europa avrà definito un esatto quadro normativo, al momento di rinnovare le concessioni sulle centrali dell’energia idroelettrica, dovremmo parlare molto chiaramente con i gestori e rivedere anche le tariffe», ha detto Meloni. «L’energia idroelettrica è quella per definizione più verde. Potrebbe darci molto di più».

Su questo argomento il Post aveva pubblicato un’inchiesta a fine settembre, che mostrava come le aziende dell’idroelettrico riuscissero a fare grandi profitti a fronte di canoni molto bassi. Le concessioni idroelettriche infatti permettono alle aziende energetiche di usare l’acqua in cambio di un canone (cioè soldi) pagato alla pubblica amministrazione. Ma a differenza di altri settori dove il mercato è concorrenziale, nell’idroelettrico moltissime concessioni sono state firmate decenni fa e da allora non ci sono mai state gare. Dall’inizio degli anni Ottanta lo Stato ha prorogato le concessioni otto volte, consentendo alle aziende di incassare miliardi di euro.

Grazie a tutte queste proroghe in Italia la durata media delle concessioni è di circa 70 anni. Alcune hanno superato i cento anni. Il 17 per cento delle concessioni è scaduto nel 2023, l’1 per cento scadrà entro il 2028, il 68 per cento nel 2029 (sono per la maggior parte di Enel) e il 14 per cento negli anni successivi.

In questi anni la Commissione Europea ha avviato una procedura di infrazione per il mancato rispetto delle normative sulla concorrenza, e inviato tre lettere all’Italia per richiamarla agli obblighi.

Solo nel 2021 il governo di Mario Draghi promise di fare le gare inserendole tra gli obiettivi del PNRR, il grande piano di riforme e investimenti finanziato coi fondi europei. Finora però il governo ha cercato di rimandare la questione, anzi ha tentato di proporre alternative per prorogare ulteriormente le concessioni senza fare le gare.

Soprattutto negli ultimi anni, dopo l’aumento del prezzo dell’energia seguito all’invasione russa in Ucraina, le aziende hanno prodotto energia elettrica a costi operativi bassi e l’hanno venduta a prezzi molto più alti. Pur non diffondendo i dati relativi alle rendite garantite dalle concessioni, le aziende energetiche sostengono invece che l’energia idroelettrica sia una tecnologia con costi alti e fissi, e che richieda investimenti ingenti e costanti. Le aziende hanno più volte segnalato al governo il rischio che eventuali gare per le concessioni vengano vinte da società straniere, privando l’Italia del controllo di un bene strategico.

– Leggi anche: Come le aziende energetiche fanno enormi profitti a danno delle regioni italiane

Una soluzione proposta dal governo per venire incontro alle aziende energetiche è stata chiamata “quarta via”: consiste in una trattativa tra le regioni e i gestori per riassegnare le concessioni senza una gara, ma a fronte di un aumento dei canoni e di un preciso piano di investimenti. Negli ultimi anni infatti i canoni dovuti alle pubbliche amministrazioni sono stati ritoccati solo in parte, nonostante il notevole aumento dei profitti: ora però Meloni sostiene che le tariffe vadano ridiscusse, e che le aziende debbano condividere di più i loro profitti.

«In questo, io sono d’accordo con Calenda», ha detto la presidente del Consiglio riferendosi all’ex ministro dello Sviluppo economico e senatore di Azione, che negli ultimi mesi ha chiesto più volte di limitare i privilegi delle aziende energetiche e di favorire il mercato.

Finora per i governi e in generale per la politica è stato complicato intervenire su questo tema per via del conflitto di interessi con le stesse aziende. La più grande, Enel, è privata ma è partecipata dallo Stato al 23,6 per cento; i principali azionisti di A2A sono i comuni di Milano e di Brescia, quelli di Iren sono i comuni di Genova, Torino, Reggio Emilia e Parma. La politica che deve decidere come regolare il mercato è la stessa che beneficia dei profitti delle aziende partecipate.