La riserva naturale di Gela aspetta da 30 anni una bonifica urgente
Una delle zone umide più importanti d’Italia è ancora contaminata da rifiuti e sostanze tossiche, e il nuovo piano di risanamento ha molti problemi
di Simone Fant

Dal 1995 le istituzioni promettono di bonificare la riserva naturale del lago di Gela, detto “Biviere”, una zona umida di prestigio internazionale a pochi chilometri dalla città di Gela, nel sudest della Sicilia. Dopo anni di ritardi e piani mai attuati la riserva è ancora contaminata da metalli pesanti e rifiuti industriali, e l’ennesimo progetto di risanamento ambientale della Regione Sicilia approvato a fine 2024 non risolverà il problema principale: l’inquinamento causato dalle attività agricole.
Le zone umide come la riserva naturale di Gela sono ecosistemi in cui l’acqua – dolce, salata o salmastra – impregna o ricopre il suolo. Paludi, torbiere, stagni e lagune ne sono gli esempi più noti e svolgono una serie di servizi fondamentali per l’uomo: assorbono anidride carbonica, il principale gas serra responsabile dell’aumento della temperatura sul pianeta; filtrano e depurano l’acqua; riducono il rischio di alluvioni e diventano preziose riserve idriche durante i periodi di siccità.
Dal 1987 la riserva è riconosciuta dalla Convenzione di Ramsar sulle zone umide come “habitat ricco di biodiversità”, che per via della sua posizione geografica favorevole e alle condizioni climatiche aride di Gela ospita una straordinaria varietà di specie animali e vegetali: da qui ogni anno sostano, nidificano e migrano migliaia di uccelli di diverse specie, tra cui il Tarabuso, la Moretta tabaccata e il Mignattaio, trampoliere con il becco a falce che è diventato il simbolo dell’area protetta.
Secondo la Lipu, la Lega Italiana Protezione Uccelli che gestisce la riserva per conto della Regione Sicilia, 34 specie sono in uno stato di conservazione “sfavorevole”, cioè necessitano di interventi di tutela, tra cui la rimozione di sostanze inquinanti dal lago.
Nonostante il primo piano di risanamento ambientale risalga al 1995 e cinque anni dopo la riserva sia entrata nella lista dei 40 siti contaminati di interesse nazionale, “SIN”, da bonificare urgentemente, il Biviere presenta ancora oggi problemi simili a 30 anni fa: carenza idrica, degrado degli ambienti naturali, eccessivo aumento di nutrienti e sale nell’acqua del lago, erosione costiera, presenza di discariche abusive e abbandono di rifiuti plastici provenienti dalle serre vicine.

Rifiuti bruciati a poche decine di metri dalla serre dove si coltivano pomodori (Simone Fant/Il Post)
Sin dalle prime indagini ambientali condotte nel 2002 sono state trovate nei suoli e nelle falde acquifere numerose sostanze inquinanti, tra cui idrocarburi, metalli pesanti e composti inorganici, che spesso hanno superato le soglie di contaminazione consentite dalla legge. A seconda della quantità, della tipologia e del livello di esposizione, questi contaminanti possono essere tossici, cancerogeni o persistenti: si accumulano nei tessuti umani e animali, danneggiando organi vitali e aumentando il rischio di tumori. Inoltre, contaminando acqua e suoli, alterano gli ecosistemi e mettono a rischio la fauna, come accaduto nel Biviere.
Seppur con qualche miglioramento negli anni, il lago non ha mai raggiunto una condizione “buona”, né dal punto di vista ecologico né da quello chimico. Nell’ultimo monitoraggio compiuto tra il 2020 e il 2022 da Arpa Sicilia, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, i ricercatori rilevarono nelle acque valori oltre i limiti per mercurio, arsenico e cipermetrina, un insetticida che secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità non è estremamente tossico per l’uomo, ma presenta dei rischi.
L’Arpa ha trovato anche elevate concentrazioni di fosforo, dovute all’uso intensivo di fertilizzanti da parte delle serre e dei tre allevamenti zootecnici che sorgono a ridosso della riserva. Un eccessivo incremento di fosforo nei laghi provoca l’eutrofizzazione, un fenomeno che può portare alla crescita eccessiva di alghe, che impoveriscono l’acqua di ossigeno e per questo decimano le specie acquatiche. A peggiorare la situazione del Biviere hanno contribuito negli anni anche altre attività illecite, come lo smaltimento illegale di rifiuti industriali provenienti dal vicino polo petrolchimico di ENI, un tempo tra i più grandi d’Europa, oggi in fase di dismissione e parzialmente riconvertito in bioraffineria.
A causa di questa contaminazione diffusa e annosa, l’area del Biviere è tra i 152 siti industriali “orfani” che lo Stato deve bonificare a proprie spese, poiché i responsabili dell’inquinamento non sono identificabili oppure per varie ragioni non possono coprire i costi.
Dei 500 milioni di euro di fondi europei del PNRR stanziati per queste bonifiche, la Regione Sicilia ne ha ottenuti 25 per il ripristino della riserva naturale che, tra le altre cose, prevede la bonifica del suolo a contatto diretto con i rifiuti abbandonati: per lo più plastiche bruciate illegalmente dai serricoltori per risparmiare sui costi di smaltimento.
Ma secondo Emilio Giudice, direttore della riserva per conto della Lipu, ripulire l’area dai rifiuti non basterà a risanare la riserva. Giudice studia con minuzia il Biviere sin dagli anni Ottanta, quando l’acqua era ancora limpida e ricca di vegetazione, e ha preso parte a tantissimi degli incontri che avrebbero dovuto provvedere al risanamento ambientale della riserva. «Già nel 1995 le istituzioni sapevano dell’inquinamento causato dai rifiuti industriali e dalle serre, ma non hanno mai fatto nulla di concreto», dice.

Emilio Giudice, direttore del Biviere (Simone Fant/Il Post)
Nel 2017 fu approvato dalla Regione un piano proposto dalla Lipu che prevedeva tra le altre cose incentivi ai serricoltori per ridurre l’uso di fertilizzanti chimici e pesticidi, e sostituire la plastica dei tetti delle serre e dei teli da pacciamatura con materiali biodegradabili. Inoltre ogni ristrutturazione o ricostruzione delle serre avrebbe dovuto includere una riduzione del 30 per cento della superficie coperta piantando un albero autoctono ogni 20 metri quadri. Il piano non è mai stato attuato.
L’area che comprende il lago e i circa 5 chilometri quadrati di serre è inoltre tutelata dalla Rete Natura 2000, uno strumento europeo istituito dalla direttiva Habitat il cui scopo principale è promuovere il mantenimento della biodiversità, tenendo conto al tempo stesso delle esigenze economiche del territorio.
«A Gela la serricoltura è un settore che vale 150 milioni di euro lordi all’anno; non è giusto criminalizzare tutta la categoria di agricoltori per alcuni episodi isolati ma gravi come la combustione di plastica», dice Piero Lo Nigro, presidente degli agronomi della provincia di Caltanissetta. A largo delle strade sterrate che attraversano le serre è molto comune imbattersi in rifiuti abbandonati di ogni genere: bottiglie di vetro, imballaggi e teli da pacciamatura in plastica che aiutano gli agricoltori a controllare le erbe infestanti, a regolare la temperatura del suolo e a proteggere i pomodori dagli insetti parassiti.
Passando da queste parti si sente un odore acre, tipico della plastica bruciata, e il fumo dei roghi di rifiuti visibile in cielo fa sembrare questa pratica illegale e inquinante piuttosto comune. Lo Nigro dice che però i serricoltori stanno diventando più sensibili alla questione ambientale: da circa dieci anni, secondo lui, utilizzerebbero meno sostanze chimiche nei trattamenti e la maggioranza degli agricoltori lavorerebbe nel rispetto delle regole e dell’ambiente (sono naturalmente affermazioni difficili da verificare, ma Lo Nigro segue queste questioni molto da vicino).

Un lotto di terra dove è stato appiccato un rogo, presumibilmente di rifiuti di plastica (Simone Fant/Il Post)
Le colture principali sono i pomodori: varietà come il grappolo, il ciliegino e il grappolino, ma anche qualche vigneto. A partire dagli anni Settanta, con l’espansione della serricoltura nella piana di Gela, il fabbisogno idrico è cresciuto rapidamente, portando alla diffusione di numerosi pozzi artigianali. A Gela piove mediamente molto poco e l’abbassamento delle falde acquifere per usi agricoli ha fatto avanzare il cuneo salino, cioè il punto in cui l’acqua salata del mare risale nell’entroterra. Questa leggera salinità dell’acqua e quindi del suolo ha favorito la coltura intensiva di pomodori, che oggi vengono prodotti tutto l’anno e vengono venduti in tutto il mondo.
Nel 2010 Giudice propose di trasferire altrove alcune serre di pomodoro vicine al Biviere, ma il piano, che prevedeva un indennizzo agli agricoltori, non fu mai accolto. Nella piana di Gela la Regione Sicilia non è mai stata in grado di trovare un equilibrio tra la tutela della riserva naturale e la massiccia industrializzazione del territorio. E, secondo Giudice, nemmeno l’attuale bonifica cambierà le cose.



