Disegnare una copertina per il “New Yorker”

«A differenza di quello che accade per la maggior parte delle commissioni editoriali, incluse quelle per le pagine interne del giornale, il processo per illustrare la copertina è abbastanza singolare. All’inizio dell’anno arriva una comunicazione via email a una serie di illustratori e illustratrici con una lista di festività, ricorrenze e numeri speciali e l’invito a inviare bozzetti che verranno poi tenuti in considerazione per il futuro. In questo caso uno schizzo che avevo mandato alla redazione nella primavera del 2019 era stato ripescato per raccontare la torrida estate del 2023»

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È diverso tempo che non faccio un’illustrazione per un quotidiano. Una delle ultime volte è stata quando il New York Times me ne ha commissionata una sul tema “La camera dei sogni” per l’edizione domenicale nella sezione dedicata ai bambini. Ho accettato perché mi sembrava divertente e perché ho molte opinioni rispetto a come dovrebbe essere la cameretta ideale di un bambino o una bambina. Da piccola mi piaceva arrampicarmi sulle mensole della mia libreria per conquistare la cima dell’armadio e starmene lì da sola, semi nascosta, a leggere o guardare giù.

Un’altra cosa che amavo fare era infilarmi sotto al letto, portare con me una lampada a luce soffusa e usare le doghe come un piccolo museo decorato di adesivi e cartoline. Lì ho letto I viaggi di Gulliver, non tanto perché la storia mi appassionasse particolarmente, quanto perché il libro era in un’edizione un po’ preziosa, piuttosto grande, che rendeva l’esperienza più solenne. Al piano di sopra, a coprire il materasso, c’erano lenzuola colorate con un paesaggio di colline viola, tetti rossi, cespugli e palme, che ho ritrovato solo molti anni dopo, nella versione originale, al LACMA di Los Angeles nel dipinto Mulholland Drive: The road to the studio di David Hockney. So di essere partita da lì, ma nella mia versione illustrata della cameretta dei sogni per il New York Times in primo piano ci sono dei grandi piedi ai quali è attaccato il corpo di una ragazzina sdraiata su una navicella spaziale, il suo letto, circondata da tappezzeria a fiori rosa, una grande lampada anni Settanta e una boccia gialla con dentro un pesce.

Nel tempo che è passato da quell’ultima illustrazione per un quotidiano, mi sono dedicata ad altro. Ho messo ordine al mio lavoro per alcune mostre, ho illustrato copertine di libri, copertine di lana, realizzato sculture, ho scritto un piccolo libro e ho passato intere giornate senza fare molto, scrollando immagini infinite sul telefono o sbucciando ceci pur di non andare in studio a lavorare. In uno di questi pomeriggi, era estate, mi è arrivata un’email da Françoise Mouly, una delle art director del New Yorker. Conoscevo già Françoise da qualche anno, l’ultima volta ero andata a trovarla in redazione nei nuovi uffici al One World Trade Center di New York e le avevo portato un Toblerone gigante che avevo comprato in aeroporto prima di partire.

L’email recitava:

«Hi Olimpia,
i hope this finds you well.
I was looking through old summer sketches and found this from 2019.
If you haven’t used it somewhere else, let me know. I’d love to present it again for a possible summer cover».

(«Cara Olimpia, spero di trovarti bene. Stavo riguardando qualche vecchio schizzo a tema estivo e ho trovato questo del 2019. Se non l’hai già usato da qualche parte, mi piacerebbe proporlo per una possibile copertina estiva».)

A differenza di quello che accade per la maggior parte delle commissioni editoriali, incluse quelle per le pagine interne del New Yorker, il processo per illustrare la copertina è abbastanza singolare. All’inizio dell’anno infatti arriva una comunicazione via email a una serie di illustratori e illustratrici con allegata una lista di festività, ricorrenze e numeri speciali e l’invito a inviare bozzetti che verranno poi tenuti in considerazione per possibili copertine future. In questo caso, uno schizzo che avevo mandato alla redazione nella primavera del 2019 rappresentante una donna che mangia una grande fetta di cocomero era stato ripescato per raccontare la torrida estate del 2023.

Passata la sorpresa, è cominciato l’imbarazzo del fare i conti con uno schizzo del 2019 che adesso mi sembrava così distante, disarticolato e chiassoso. Propongo pertanto a Françoise di farne una versione aggiornata. Il 19 luglio accendo il computer e riporto in modo grossolano quel bozzetto sul programma Adobe Illustrator che uso solitamente per realizzare le mie illustrazioni. Per prima cosa, inizio ad abbozzare forme e colori che possano darmi un’idea di equilibri, spazi vuoti e spazi pieni all’interno del formato della copertina (l’equivalente di 20×27 cm circa). Alle 12.50 questo processo è da poco cominciato e non sono molto soddisfatta.

Vado a mangiare qualcosa e poi torno davanti al computer, cercando di ingentilire i tratti del personaggio creato poco prima e utilizzare lo spazio in modo più interessante. Divido la pagina a metà e decido di sviluppare la parte del corpo che comprende le mani e la fetta di cocomero nella parte inferiore, la parte superiore sarà invece dedicata al volto e ai capelli. Faccio qualche variazione di colore veloce per capire se voglio restare fedele alla palette originale o se invece preferisco distaccarmene. Alle 17.21 salvo l’ultima versione della giornata.

Il giorno successivo è il 20 luglio. Comincio a prendere confidenza con lo spazio come quando maleducatamente si allargano i gomiti a tavola. C’è un momento, verso le 15.09, in cui penso che i capelli del personaggio potrebbero mangiarsi tutto lo sfondo. Alle 15.35 ci ripenso e trasformo quella criniera selvaggia in un caschetto più disciplinato. Inoltre inizio a ragionare sul creare una connessione visiva tra le pupille, i semi dell’anguria e il pattern della maglietta.

Alle 17.04, dopo un tè, riguardo il disegno. Quegli occhi mi disturbano, sono troppo allarmati, incrostati di ciglia e mi ricordano quelli di un leone o di uno strano pesce. Siamo in estate, provo a sostituirli con degli occhiali da sole. Mi rendo improvvisamente conto del tono autunnale della scena. Sta mangiando una fetta di cocomero, non una zucca! Adesso che non ha più le pupille, forse quei due pallini neri potrebbero diventare le sue narici. E forse non è ramata, ma è bionda?

Il 21 luglio mancano sei giorni alla mia partenza per un luogo sperduto nel mezzo della Francia dove andrò a tenere un workshop dal titolo “Plein air illustration” tra i prati e le nuvole in movimento della Nuova Aquitania. Ho tempo, ma non tantissimo.

Arrivo in studio piuttosto tardi e non sono per niente convinta di quel giallo Napoli scelto il giorno prima. Sembra che la parte inferiore della pagina pesi come un macigno e quella superiore evapori tanto è leggera. Noto anche che le unghie delle mani sono ovali, ma in questa illustrazione non c’è nient’altro di ovale, è tutto tondo! Le sostituisco con dei bollini rossi. A quel punto ci sono solo i capelli da cambiare, devono essere dello stesso colore.

Ora tutto torna. La fetta di cocomero è al centro della pagina, ne occupa tutto lo spazio orizzontale. Il suo rosso, verde e nero sono i colori principali. Il rosa dell’incarnato e il bianco di denti e riflessi costituiscono gli unici strappi alla regola. Il personaggio è una specie di Betty Boop contemporanea in cerca di un po’ di ristoro dalla calura estiva.

Alle 14.43 salvo il file “NewYorkerCover_Watermelon_Def” e lo mando a Françoise Mouly.

Ricevo la sua risposta qualche giorno dopo. Il colore di fondo è stato sostituito con un verde più chiaro che secondo Françoise rende l’immagine meno impastata e più leggibile. Françoise mi propone anche di far uscire il personaggio dalla griglia grafica per enfatizzarlo, lasciando alle sue spalle il titolo del New Yorker e la caratteristica banda nera sulla sinistra.

Quando si ha l’opportunità di fare una copertina per il New Yorker, ammetto che la scritta “The New Yorker” la si vorrebbe vedere bene appiccicata sopra al proprio disegno, ma apprezzo il contributo di Françoise atto a smuovere le mie rigidità e chiedo solo se, per mantenere gli equilibri spaziali, la figura possa tornare nella sua simmetria iniziale. Mi viene concesso, così alle 12.51 del 26 luglio, un giorno prima della mia partenza per la Francia, consegno il file “NewYorkerCover_Watermelon_ Def_LightGreen_In” e spengo il computer.

Il 28 agosto esce l’ultima copertina dell’estate 2023 del New Yorker dal titolo “Cocomero”, in italiano.

– Leggi anche: 9 copertine per i 90 anni del New Yorker

Olimpia Zagnoli
Olimpia Zagnoli

È nata a Montecchio Emilia nel 1984. È un'illustratrice e artista multidisciplinare; i suoi lavori sono comparsi in tutto il mondo in diversi formati stampati, come anche in gallerie e in libri per bambini, in campagne di brand e fermate della metropolitana. Vive a Milano in un appartamento con un bagno d'argento. 

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