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  • Martedì 19 dicembre 2023

Il quartiere fuorilegge di Reggio Calabria

Ad Arghillà centinaia di case sono occupate, spesso manca l’acqua, le strade sono piene di rifiuti e domina la criminalità organizzata

di Isaia Invernizzi

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Alcuni condomini di Arghillà visti dall'alto (il Post)
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Nella zona a nord di Arghillà ci sono mille appartamenti, cinquecento sono occupati abusivamente. Nei condomini spesso manca l’acqua, la corrente va e viene. Nelle strade è nettamente percepibile la puzza di fogna, che si alterna a quella di bruciato. In auto bisogna fare attenzione alle buche che nessuno ripara, ai sacchi di spazzatura ammucchiati dove capita e alle carcasse di auto abbandonate. Qui molti abitanti vengono definiti “invisibili”: non hanno la carta di identità né la tessera sanitaria oppure hanno la residenza da tutt’altra parte. Negli anni Novanta il comune di Reggio Calabria pensava che questo quartiere potesse diventare un modello di socialità. L’esperimento è fallito e negli ultimi vent’anni è stato fatto poco o nulla per rimediare: Arghillà è abbandonato a se stesso, fuorilegge, del tutto o quasi controllato dalla criminalità organizzata.

Arghillà dista circa un quarto d’ora in auto dal centro di Reggio Calabria. È su un altopiano a 160 metri di altezza, circondato da prati e ripidi pendii. Dalla piazza principale si vede quasi tutto lo Stretto di Messina ed è diviso in due zone, Arghillà sud e Arghillà nord. I condomini occupati abusivamente, e quindi i problemi, sono soprattutto a nord.

Fino agli anni Settanta c’erano solo campi coltivati. Nel 1984 Rosetta Melidoni si trasferì in un appartamento nella zona sud, in un condominio costruito da una cooperativa. All’epoca non c’era nemmeno la strada. I palazzi si allacciavano alla linea elettrica utilizzata dal cantiere e l’acqua veniva presa da un pozzo. «Nonostante avessimo pagato gli oneri di urbanizzazione, fino al 1990 il comune non costruì le strade di accesso al quartiere» dice Melidoni, che da alcuni anni fa parte del comitato di quartiere. «C’era un passaggio sterrato, molte persone andavano a piedi». Le duemila persone che comprarono casa capirono in fretta che la realtà sarebbe stata molto diversa dalle aspettative.

Negli anni Novanta l’ATERP (Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale Pubblica della Calabria) costruì i condomini nella zona a nord. Un altro palazzo con 50 appartamenti fu realizzato dal comune di Reggio Calabria. L’obiettivo dell’edilizia popolare è dare una casa alle famiglie e alle persone in difficoltà economiche, e le aziende pubbliche come l’ATERP stilano le graduatorie e assegnano gli appartamenti sulla base di diversi criteri, come il reddito e il numero di figli. Ad Arghillà questo sistema non ha mai funzionato del tutto per via delle occupazioni abusive.

«Non avevo alternative» dice Fabrizio Vadalà, che nel 1994 si ritrovò senza lavoro, con un affitto da pagare e due figli piccoli. Gli consigliarono di fare un giro ad Arghillà. «Venni una domenica, vidi un appartamento vuoto, libero, ed entrai. Non c’era nulla, ho dovuto fare tutto, dal bagno alle finestre».

Negli ultimi anni Vadalà ha cercato con insistenza di regolarizzare la sua posizione sfruttando una legge regionale. Ha ricevuto molti rifiuti dall’ATERP motivati da generici problemi burocratici. Insieme ad altri abitanti ha assunto un avvocato per mettersi in regola, riuscendoci solo dopo molti anni. I suoi due figli sono cresciuti, uno si è trasferito in Germania.

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila la popolazione di Arghillà aumentò all’improvviso: molti degli appartamenti furono dati a famiglie di etnia rom che abitavano in edifici abbandonati di Reggio Calabria. Quella dei “Rom di Reggio” è una storia lunga, complicata, piena di contraddizioni di cui la città si è voluta liberare trasformando Arghillà in un ghetto.

Rifiuti abbandonati nella piazza principale di Arghillà

Rifiuti abbandonati nella piazza principale di Arghillà (il Post)

Queste famiglie appartengono a uno specifico gruppo etnico di rom calabresi, che hanno cittadinanza italiana e sono presenti in Calabria da secoli, anche se si stanziarono vicino alla città solo dalla fine degli anni Cinquanta. Costruirono abitazioni, o meglio baracche di legno e lamiera, accanto a due torrenti, e rimasero in quelle condizioni fino alle alluvioni del 1971 e del 1976, quando le baracche furono spazzate via dall’acqua e dal fango.

Il comune trasferì le famiglie rom in due vecchi edifici abbandonati, l’ex caserma Cantaffio conosciuta con il nome di “208” e l’ex lazzaretto. Doveva essere un trasferimento provvisorio, invece rimasero lì per trent’anni. In ogni casa abitavano decine di persone. La corrente elettrica spesso non c’era e le fogne erano a cielo aperto.

Negli anni Ottanta l’Opera Nomadi, un’associazione attiva in diverse regioni, iniziò a sostenere il principio della cosiddetta equa dislocazione, cioè la distribuzione delle famiglie rom in tutti i quartieri della città. I primi tentativi funzionarono: il processo di integrazione era graduale e controllato. Le stesse famiglie rom, provate dell’emarginazione, chiesero al comune di incentivare l’attuazione di questo principio. Negli anni Novanta l’allora sindaco di Reggio Calabria Italo Falcomatà, esponente di centrosinistra e padre di Giuseppe, l’attuale sindaco, avviò i trasferimenti, ma il programma durò pochissimo: fu interrotto nel 1998 perché le circoscrizioni, ovvero gli enti che governano nei quartieri, si opposero all’arrivo delle famiglie rom.

L’amministrazione cittadina quindi sconfessò l’orientamento seguito fino ad allora. Decise di concentrare 25 famiglie nelle case popolari di Arghillà, dove negli anni precedenti si era insediato un altro gruppo di circa 20 famiglie. L’Opera Nomadi protestò contro la contraddittoria posizione del comune, che per anni aveva messo in guardia la popolazione dal rischio di ghettizzazione.

Una settantina di famiglie continuò a vivere nel 208 in condizioni pessime fino all’aprile del 2006, quando l’amministrazione guidata da Giuseppe Scopelliti, di centrodestra, iniziò lo sgombero dell’ex caserma. L’operazione fu chiamata “Delocation rom”. L’impegno di trasferire ad Arghillà al massimo 12 famiglie rom non fu rispettato. In poco tempo decine di famiglie si trasferirono nei condomini, altre occuparono gli appartamenti rimasti.

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Le case popolari di proprietà del comune (il Post)

Da allora la popolazione di origine rom è cresciuta in modo rapido e significativo. Molti dei figli delle persone trasferite negli anni Duemila sono rimasti ad Arghillà. Hanno occupato le ultime case vuote. Molti non hanno i documenti. Se negli anni il comune è riuscito a censirli in qualche modo, risultano comunque senza fissa dimora. A molte ragazze la famiglia trova presto un compagno, in alcuni casi perfino negli anni dell’adolescenza. Anche molti bambini non risultano all’anagrafe: non vanno a scuola, non fanno sport, giocano nei cortili e girano nelle strade per tutto il giorno. È difficile capire quante persone abitino qui: si stima che siano circa seimila, di cui buona parte abusivi.

Negli ultimi anni la criminalità organizzata ha approfittato della fragilità del quartiere e si è insinuata senza troppi sforzi. Le case popolari vengono gestite e vendute illegalmente. Gli abitanti regolari sono spesso minacciati, costretti a lasciare gli appartamenti. Arghillà è diventata una delle piazze di spaccio di Reggio Calabria e un crocevia di ricettazione.

Su un pendio, nel quartiere, ci sono decine di carcasse di auto bruciate e arrugginite. Sono tutte Fiat Panda, il modello preferito dalla criminalità organizzata. Le auto vengono rubate in città, portate qui, smontate in pochi minuti, i telai bruciati e buttati dove capita. Motori, paraurti, specchietti, sedili, cerchi e ruote finiscono in provincia, a Rosarno, da dove poi vengono spediti ovunque in Europa.

Carcasse di auto bruciate

Carcasse di auto bruciate (il Post)

Nelle strade non si passa inosservati, il lungo viale di accesso viene controllato con facilità. Le ronde dei ragazzini in motorino pattugliano l’interno del quartiere. Nell’ultima grande operazione delle forze dell’ordine sono stati trovati 800 grammi di marijuana, 20 grammi di eroina, un fucile a canne mozze con la matricola abrasa e nient’altro: poco, nonostante i traffici siano estesi e importanti, secondo gli stessi Carabinieri.

A Giovanni Votano hanno dato una bastonata in testa, hanno spaccato tutti i vetri dell’auto e tirato una sprangata al portellone. Oltre a essere il presidente del comitato di quartiere, Votano gestisce il negozio di alimentari di Arghillà, unico sopravvissuto al fallimento del piccolo centro commerciale La Piazzetta, abbandonato e distrutto anni fa. Il negozio in realtà è una grande stanza che profuma di detersivo. Le pareti sono piene di scaffali e di scatole, vicino alla cassa c’è un monitor con le riprese delle telecamere installate all’esterno.

Giovanni Votano nel suo negozio

Giovanni Votano nel suo negozio (il Post)

Votano ha fondato il comitato insieme ad altre persone per cercare di reagire a una situazione che lui definisce di «ostaggio»: «Qui è tutto abbandonato, sia quartiere che noi abitanti. Abbiamo chiesto più volte un intervento, ma il comune e l’ATERP non ci ascoltano. Non riusciamo nemmeno a far portar via le montagne di rifiuti, la “spazzatura di transumanza”, come la chiamo io: arrivano, buttano, se ne vanno e nessuno raccoglie».

Oltre ai rifiuti non raccolti, alle buche e all’illuminazione che non funziona, mancano i servizi essenziali. Per decenni le vie del quartiere non hanno avuto un nome: lettere e pacchi non arrivavano, oppure venivano consegnati a caso. Le cose sono cambiate nel 2019 dopo diverse sollecitazioni fatte dal comitato di quartiere alla commissione toponomastica. Furono assegnati i nomi a 22 strade, ma i cartelli e i numeri civici non sono stati ancora posizionati.

Negli ultimi mesi il comitato ha protestato per la frequente mancanza d’acqua. Tre anni fa mancò per 58 giorni consecutivi. I pozzi scavati negli anni Ottanta non sono sufficienti a soddisfare la richiesta di una popolazione più che triplicata. Soltanto alla fine di settembre, dopo un’estate di rifornimenti garantiti dalle autobotti, è stato finanziato lo scavo di un nuovo pozzo. I problemi sembrano essere risolti, almeno fino alla prossima estate.

L'esterno dell'ex centro commerciale La Piazzetta

L’esterno dell’ex centro commerciale La Piazzetta (il Post)

Le occupazioni sono il problema più sentito tra gli abitanti regolari, convinti che trascuratezza e criminalità siano ovvie conseguenze dell’abusivismo. Nel 2016 Rosetta Melidoni aprì uno sportello sociale per conto del comitato di quartiere, la cui sede è in un ex negozio del centro commerciale La Piazzetta. Cinque anni fa Melidoni insieme ad altri componenti del comitato riuscì a convincere 240 famiglie ad autodenunciarsi per uscire dall’abusivismo: lo prevede una legge regionale, una sorta di sanatoria. La procedura tuttavia è lentissima, molte pratiche sono bloccate negli uffici della Regione Calabria per la mancanza di documenti e certificati.

La commissaria dell’ATERP, la leghista Maria Carmela Iannini, è stata nominata due mesi fa. In questo momento il suo compito, dice, è fare una ricognizione degli alloggi a disposizione e di quelli occupati, un lavoro lungo e complesso. «Stiamo partecipando a diversi tavoli tecnici con la prefettura: se ci saranno da fare sgomberi li faremo» dice Iannini. «Mi sto preoccupando di trovare risorse per un progetto di riqualificazione dedicato proprio ad Arghillà, sono fiduciosa».

Iannini si riferisce al PINQuA, il Programma Innovativo Nazionale per la Qualità dell’Abitare: il comune di Reggio Calabria ha candidato Arghillà con un progetto da 15 milioni di euro. L’obiettivo è riqualificare 50 appartamenti, installare pannelli solari sui tetti e costruire una vasca per raccogliere l’acqua piovana da utilizzare negli orti domestici.

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Auto rubate, smontate e bruciate (il Post)

Il sindaco Giuseppe Falcomatà rivendica l’impegno della sua amministrazione per il quartiere: l’avvio del cantiere per un asilo, un nuovo campo di calcetto e l’apertura di un centro medico che offre visite gratuite grazie all’impegno dell’ACE, l’Associazione calabrese di epatologia. «Delocalizzare le famiglie rom in una zona lontana dal centro cittadino è stata una scelta della Regione Calabria che ha provocato la marginalizzazione e anche il proliferare di attività criminali» ha detto in un’intervista a Rai News 24. «Interventi repressivi contro l’illegalità? Un’amministrazione deve avere un approccio più culturale, noi lo facciamo grazie ai fondi comunitari. Finanziamo la riqualificazione degli alloggi comunali e dell’ambiente circostante con spazi di socialità, oltre alle isole ecologiche e alla bonifica».

Questi progetti sono un minimo segnale che qualcosa si sta muovendo, ma secondo gli esponenti del comitato non basteranno a cambiare le cose. Non sono previsti soldi per rifare la maggior parte dei condomini, e comunque prima c’è da risolvere il problema delle occupazioni abusive. «Un conto è mandare via dieci famiglie, un altro è mandarne via cinquecento: ci vuole l’esercito» dice Giovanni Votano. «La situazione è talmente disastrata che il comune può fare poco, così come la Regione. Servirebbe l’intervento del governo, come è successo a Caivano. Non possiamo aspettare che accada un fatto di cronaca».

Piazza don Italo Calabrò piena di rifiuti

Piazza don Italo Calabrò piena di rifiuti (il Post)

Il 9 dicembre Falcomatà avrebbe dovuto inaugurare la grande piazza nella zona a nord di Arghillà intitolata a don Italo Calabrò, tra i fondatori della Caritas. Sei anni fa dalla piazza furono rimosse diverse tonnellate di rifiuti tra auto distrutte, elettrodomestici e detriti. Il comune spese 120mila euro. I volontari del comitato si impegnarono a curare le aiuole e issarono una grande croce illuminata nelle ore notturne. Negli ultimi due anni però è tornato tutto come nel 2017: oggi la piazza è completamente invasa dai rifiuti. La cerimonia è stata rimandata.