L’uomo dei giochi in scatola

«Oggi sembra strano pensarlo ma furono molto importanti per l'immaginario culturale delle generazioni di ragazzi e ragazze che ci giocarono: il Monòpoli contribuì a formare la nostra idea della città, il Risiko! quella della guerra, la Barbie (e Ken) quella della donna e dell'uomo, come dimostra il successo mondiale del film di Greta Gerwig. Qualche anno fa ho scoperto che un unico filo univa tutto quanto, e portava direttamente al centro di Milano, in una casa, guarda caso, in via dei Giardini, dove abitava un certo Emilio Ceretti, l’uomo di cui nessuno oggi ricorda il nome che importò in Italia i giochi in scatola e la bambola più importanti del Novecento»

13 maggio 1939 (Fox Photos/Getty Images)
13 maggio 1939 (Fox Photos/Getty Images)
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La taverna della casa di vacanza dei miei amici era tutta rivestita di perline in legno di cirmolo, un legno dolce, chiaro, giallognolo con grandi nodi scuri, profumatissimo anche dopo anni. Sulle pareti c’erano tante mensole, una delle quali era dedicata alle bambole della sorella più piccola. Su alcune di esse erano disposte in modo quasi maniacale decine di Barbie, vestite con le mise più alla moda nei primi anni Ottanta; a fianco c’erano i Ken e poi tutto un susseguirsi di altri bambolotti della grande famiglia Mattel, di cui non ho mai imparato i nomi. Su un’altra mensola si trovavano i giochi in scatola, che erano l’equivalente dei giochi con i cellulari di oggi, solo che allora si giocava insieme.

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Ricordo estati intere passate a giocare a Monòpoli; io volevo sempre il funghetto rosso, l’amanita muscaria, come segnaposto personale. La distribuzione delle carte, dei soldi, gli scambi delle proprietà per cercare di fare i tris o i bis di colore e poter costruire case e alberghi… i tagliandi degli Imprevisti o delle Probabilità, che divennero veri e propri modi di dire tra noi: «È il vostro compleanno, ogni giocatore vi regala 1.000 lire», «Andate in prigione direttamente e senza passare dal via», «Uscite gratis di prigione, se ci siete: potete conservare questo cartoncino sino al momento di servirvene (non si sa mai!), oppure venderlo» e tanti altri, sino al più oscuro di tutti, almeno per noi che avevamo tra i dieci e i quattordici anni: «Maturano le cedole delle vostre cartelle di rendita, ritirate 15.000 lire».

Il Monòpoli ci salvò interi pomeriggi e ci insegnò che non tutte le strade, le vie e le piazze avevano lo stesso valore: Viale dei Giardini valeva tanto, tantissimo, molto di più di Bastioni Gran Sasso. La passione durò un paio di anni, salvo venir superata dalle partite a bottiglia, ma soprattutto da un nuovo gioco importato da poco in Italia dalla Francia che, almeno inizialmente, era rivolto a un pubblico maturo e adulto. Il Risiko!, gioco di guerra e strategia militare.

Monomaniaco come sono, anche nel Risiko! volevo avere sempre le stesse armate, quelle nere, con le quali vinsi la mia prima partita. Le partite duravano ore e ore, ci si fermava solo per andare a casa a mangiare, e ritornare a lanciare dadi e invadere la Kamchatka, la Çita o la Jakuzia. Solo pochi mesi fa mi sono accorto che sul tabellone del Risiko! degli anni Ottanta che ancora posseggo il mondo è geograficamente ripartito in modo molto semplice, ma manca la Russia e c’è invece, enorme, l’Ucraina di cui fanno parte anche la Bielorussia, i Paesi Baltici, tutta la Russia europea, il Caucaso e la Crimea.

I giochi in scatola continuarono ad avere un incredibile successo fino alla fine degli anni Ottanta, l’ultimo decennio prima dell’esplosione dei videogiochi, grazie al Super Nintendo e al Game Boy a cui sarebbero seguite le PlayStation e gli smartphone. Oggi sembra strano pensarlo ma furono molto importanti per l’immaginario culturale delle generazioni di ragazzi e ragazze che ci giocarono: il Monòpoli contribuì a formare la nostra idea della città, il Risiko! quella della guerra, la Barbie (e Ken) quella della donna e dell’uomo, come dimostra il successo mondiale del film di Greta Gerwig. Qualche anno fa ho scoperto che un unico filo univa tutto quanto, e portava direttamente al centro di Milano, in una casa, guarda caso, in via dei Giardini, dove abitava un certo Emilio Ceretti, l’uomo di cui nessuno oggi ricorda il nome che importò in Italia i giochi in scatola e la bambola più importanti del Novecento.

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Ceretti era nato a Milano nel 1908, in una famiglia della ricca borghesia cittadina. Il padre, ingegnere, era il “re delle teleferiche”, un pioniere in materia a livello mondiale. Il figlio scelse di studiare Giurisprudenza, anche se non mise mai piedi in un’aula di tribunale. Fu fascista durante gli anni del consenso, in quel periodo storico, nemmeno breve, in cui gli oppositori del regime si contavano su poche mani, e iniziò a scrivere recensioni cinematografiche sull’Ambrosiano, un quotidiano milanese. Passò al Tempo e contemporaneamente iniziò a tradurre libri di autori inglesi e americani per Arnoldo Mondadori, che lo notò e lo mise a lavorare nella collana Medusa dal 1933.

La svolta che cambiò la vita di Emilio Ceretti arrivò nel 1936. Giusto un anno prima la Parker Brothers, leader statunitense dei giochi in scatola, rilevò il brevetto e i diritti di “The Landlord’s Game”, un gioco ideato nel 1903 da Elizabeth J. Magie che, nell’intenzione della sua inventrice, una donna progressista e femminista, doveva aiutare a capire che i monopòli erano dannosi per i consumatori e la società. Il 31 dicembre 1935 venne brevettato il tabellone di gioco, identico a quello di oggi e il gioco fu messo in vendita con il nome di Monopoly. L’anno seguente i dirigenti della Parker Brothers decisero di proporre il gioco all’estero e qualcuno decise di contattare il più grande editore italiano, Arnoldo Mondadori. Concentrato sul settore dei libri e giornali, Mondadori decise di rifiutare la proposta della Parker e di non entrare nel settore dei giochi in scatola, ma chiese a Emilio Ceretti, uno dei “giovani” della sua azienda che stimava, se la cosa lo interessasse.

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Con due amici Ceretti fondò l’Editrice Giochi, per rilevare i diritti del Monopoly per l’Italia e iniziare la produzione. I due amici facevano parte come lui dell’altissima borghesia meneghina: Walter Toscanini, figlio del sommo maestro Arturo, e Paolo Palestrino, figlio di uno dei proprietari della Stipel, che oggi conosciamo come TIM. Ai tre si aggiunse poi il determinante Aldo “Micio” Borletti, figlio di Senatore e nipote di Romualdo, proprietari della Rinascente e di una conglomerata di dimensioni enormi.

Il Monopoly statunitense andava però adattato al contesto italiano. Per prima cosa Ceretti italianizzò i nomi delle proprietà, cioè dei cartoncini colorati su cui si costruiscono le case e gli alberghi. I toponimi della versione originale erano presi da Atlantic City. Ceretti, che viveva e amava molto Milano, soprattutto le zone centrali dove abitava in un palazzo affacciato sui Giardini pubblici oggi dedicati al suo amico Indro Montanelli, decise che le due proprietà più preziose del gioco, quelle che maledicevi i dadi se ci finivi sopra, perché eri costretto a vendere case e alberghi, non si sarebbero più chiamati Boardwalk e Park Place, ma Parco della Vittoria e Viale dei Giardini.

Altro rimando milanese è un cartoncino azzurro, Bastioni Gran Sasso. Anche Vicolo Corto e Vicolo Stretto, i due cartoncini rosa che nessuno voleva mai, dal valore misero e che nell’odonomastica milanese non esistono, potrebbero essere localizzati con due lunghi e stretti vicoli che si aprivano lungo via Manzoni, a pochi passi dai Giardini pubblici, e che i milanesi chiamavano vicolo dei Tignoni e vicolo dei Facchini. I due lunghi vicoli scomparvero nel 1940, per aprire via Pisoni e via dei Giardini dove, per caso, Ceretti avrebbe vissuto per lunghi decenni.

Altri due problemi che si posero all’Editrice Giochi furono la censura e le leggi fasciste. Sin dal 1923 in Italia era vietato usare parole straniere per le insegne dei negozi, ma ben presto il divieto venne esteso a ogni altro settore. Ceretti ovviò al problema con un colpo di genio, fatta la legge trovato l’inganno: Monopoly divenne Monòpoli, sostituì la “y” con la “i”, anche se questo dava al gioco il nome di una città pugliese invece dei monopòli che in origine voleva, almeno in teoria, combattere. Le conoscenze di Ceretti e dei suoi soci furono decisive per il lancio perché portarono al Monòpoli una grande recensione sul Corriere della Sera e la vetrina della Rinascente, il grande magazzino battezzato da Gabriele D’Annunzio che apparteneva alla famiglia di Aldo Borletti.

Le vendite furono subito ottime, ciò nonostante Ceretti decise di continuare a fare il lavoro che più amava, il giornalismo, continuando a scrivere recensioni cinematografiche per vari giornali, e a tradurre sia per Mondadori, sia per una piccola casa editrice che aprì, probabilmente grazie agli utili ricavati dal Monòpoli. In quelli gli anni tradusse Aldous Huxley, Sinclair Lewis e Katherine Mansfield, autori stranieri attenzionati dal Minculpop, il ministero della Cultura popolare che si occupava della censura. L’ultima traduzione di Ceretti per Mondadori, realizzata nel ’39 e pubblicata l’anno seguente nella collana della Medusa, fu Velocità e altri racconti di Sinclair Lewis, che sfuggì alla censura fascista benché nel 1935 Lewis avesse pubblicato It Can’t Happen Here, un romanzo distopico in cui gli Stati Uniti sono governati da un presidente ultrapopulista di nome Buzz Windrip che trasforma il Paese in un regime militare nazifascista.

Nel 1940 Ceretti fu inviato di guerra per il Popolo d’Italia, il giornale di regime, dove diventò amico di Indro Montanelli con cui andò in Finlandia per seguire la guerra contro la Russia di Stalin. In possesso di un brevetto di volo, Ceretti venne accorpato alla Regia Aeronautica e assegnato a varie missioni militari in Sicilia, Sardegna, Libia e nell’Egeo, a Rodi, che nell’agosto del 1942 gli fecero avere la medaglia d’argento al valor militare. Per sei mesi fu sul fronte russo durante la disastrosa invasione delle forze tedesche e italiane, ma nell’ottobre 1943 si staccò dal fascismo e fuggì dai bombardamenti di Milano per rifugiarsi nella sua villa sul Lago Maggiore dove ebbe contatti con la Resistenza.

Nel dopoguerra Ceretti abbandonò il giornalismo per dedicarsi esclusivamente alla produzione e distribuzione dei giochi in scatola. Il Monòpoli sembrava il picco della sua storia. Invece nel 1959 cominciò a distribuire in Italia la Barbie, che era stata ideata pochi mesi prima dalla moglie di uno dei due soci fondatori della Mattel e negli anni successivi l’Allegro Chirurgo, il Risiko! (fu lui a introdurre i carri armati), Scarabeo e Cluedo e una infinità di altri giochi in scatola epocali, come Rischiatutto, che l’Editrice Giochi creava per sfruttare il successo dei giochi televisivi di Mike Bongiorno e della Rai.

Dal 1936 al 1977, in quarant’anni e nonostante la guerra, il Monòpoli vendette più di due milioni di scatole, ma anche negli anni successivi continuò a produrre più di centomila pezzi all’anno. Il Risiko! ebbe il suo picco di vendite dalla fine degli anni Settanta sino agli anni Novanta, arrivando anche a centocinquantamila scatole vendute all’anno. Nel 1983 l’Editrice Giochi fatturava venti miliardi di lire, che aumentarono per tutto il decennio in coincidenza con un nuovo boom del Monòpoli, che arrivò a vendere anche mezzo milione di scatole all’anno.

Emilio Ceretti rimase però uno sconosciuto. Nonostante avesse fatto il giornalista, le sue interviste sui quotidiani sono scarsissime. Si sa che nel 1942 si sposò con Minnie Gerli con cui ebbe quattro figli e che morì a Milano il 28 marzo 1988 a ottant’anni. Solo Il Giornale gli dedicò un “coccodrillo” scritto dal direttore Indro Montanelli, ovviamente. L’Editrice Giochi è oggi di proprietà di una società canadese, ma i diritti sul Monòpoli italiano erano già stati ceduti alla casa editrice Hasbro alcuni anni fa. Di Barbie si sa tutto: dopo alcuni anni di appannamento, è ridiventata di moda grazie al film, ovviamente coprodotto dalla Mattel. Mia figlia, adolescente, è corsa al cinema a vederlo, mentre mio figlio, di poco più grande, gioca a Monopoly sul cellulare. Nella casa in montagna conservo ancora gelosamente il Risiko! e ho anche provato a giocarci con i figli, con scarsissimo successo… del Monòpoli ho perso ogni traccia, probabilmente buttato via, incresciosamente, da mia mamma tanti anni fa.

PM
PM

Nato sul bordo degli anni Sessanta, cresciuto negli orrendi Settanta, non maturato negli Ottanta, in qualche modo giunto sino a oggi vivendo tra Milano, la Francia e la Sardegna. Preferisce rimanere anonimo. È l'autore dell'account @milano_scomparsa_o_quasi su Instagram.

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