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  • Domenica 22 ottobre 2023

Cosa c’è dentro alle sale bingo

Negli ultimi vent'anni si sono sparse in tutta Italia, la pandemia ne ha fatte chiudere molte ma rimangono un rischio per i giocatori compulsivi

di Valerio Clari

(LaPresse - Vince Paolo Gerace)
(LaPresse - Vince Paolo Gerace)

Le sale bingo hanno di solito grosse insegne luminose e porte con i vetri oscurati. Nelle città più grandi, ma anche nelle province, fanno ormai parte del panorama urbano: sono lì, quasi sempre agli stessi incroci, da circa vent’anni. A introdurre il gioco del bingo in Italia fu il governo di Massimo D’Alema nel 1999, le prime sale aprirono due anni dopo, nel 2004 erano già oltre 300, e a fine 2022, dopo la pandemia, ne erano rimaste 186. Non sono più una novità e non godono nemmeno di troppa salute, però sono aperte sette giorni la settimana, dalla tarda mattinata fino a notte inoltrata, raccolgono 1,5 miliardi l’anno di giocate, danno lavoro a 8000 dipendenti, e hanno una clientela fedele e un po’ diversa da quella delle sale scommesse e del lotto.

Il bingo rappresenta una quota marginale del remunerativo settore fisico del gioco d’azzardo in Italia (136 miliardi di euro giocati nel 2022) e come altri giochi negli ultimi anni sta subendo la concorrenza dell’online. Ma mantiene una sua peculiarità fatta di grandi sale, molto personale (circa il 10 per cento di quello impiegato nel settore dei giochi), premi tutto sommato limitati e il tentativo – non sempre riuscito – di rendere i propri spazi luoghi di intrattenimento, oltre che di scommessa.

Ma nonostante girino meno soldi e la struttura del gioco, analoga a quella della più comune tombola, possa sembrare rassicurante e tutto sommato innocua, una parte degli avventori delle sale bingo sono dipendenti patologici dal gioco d’azzardo. Le associazioni che si occupano di aiutare i giocatori compulsivi non notano particolari differenze fra i vari tipi di giochi, ciascuno dei quali può essere pericoloso per le persone che presentano fragilità di origine biologica, psicologica o sociale. Giochi differenti piuttosto attirano profili diversi, per sesso e soprattutto età: il bingo piace mediamente di più alle donne e alle persone più anziane. Sembra la classica tombola, si può iniziare giocando cifre molto piccole, ma può portare anche a impegnare molto tempo e molti soldi.

Dietro alle porte oscurate che si affacciano sulle strade c’è spesso una prima stanza con i videolottery, le cosiddette “macchinette” che contribuiscono in modo decisivo a mantenere il business sostenibile, ma anche ad aumentare le possibili tentazioni e interazioni per giocatori patologici. Poi arriva la sala bingo vera e propria, divisa a metà da una parete di vetri fra la zona fumatori e non fumatori. Sono perlomeno di grandezza equivalente, ma a volte quella in cui si fuma è più grande: in fondo, o su un lato, c’è la “regia bingo”, dove sta la macchina che estrae le palline e dove è seduto l’operatore, o l’operatrice, che legge i numeri.

Su tutte le altre pareti sono presenti schermi più o meno maxi con i numeri estratti, il montepremi, la divisione dei premi, qualche animazione computerizzata molto datata. L’illuminazione è quasi sempre solo artificiale, come nei casinò, il che rende l’ambiente uguale a sé stesso in ogni ora della giornata. La sala è occupata da tavoli quasi sempre circolari, da sei-otto posti. Di mattina e pomeriggio, quando i giocatori sono meno, a ognuno è spesso seduta una persona sola, che finisce con l’essere piuttosto isolata anche se in uno spazio comune; di sera si riconoscono invece coppie, gruppi familiari, amici.

Una sala bingo a Milano (foto Il Post)

Non che ci sia troppo tempo per socializzare o fare conversazione: il ritmo è serrato, le partite sono veloci. Nel giro di un minuto, un minuto e mezzo, qualcuno urla «cinquina». Entro tre, tre e mezzo, parte un grido ancora più soddisfatto: «Bingo». Dagli altri tavoli si sbuffa o impreca, il personale che distribuisce le cartelle parte immediatamente per un nuovo giro di vendite: tempo un minuto o due e si riparte.

Il funzionamento del gioco del bingo è quello della tombola, solo che vengono premiate solo cinquine e tombola (bingo). I numeri sono novanta, il giocatore può acquistare un numero variabile di cartelle, solitamente da una a cinque: ognuna può costare fra i 50 centesimi e i 3 euro, a seconda della giornata, dell’ora, della scelta della sala. Le cartelle arrivano dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli e hanno un numero di serie: le sale le devono comprare dallo Stato pagandole in anticipo.

Quando un giocatore dichiara cinquina o bingo comunica il numero di serie della cartella, e nel giro di pochi secondi la regia procede ai controlli computerizzati. Se tutto è confermato al posto del vincitore viene collocato un segnaposto con una C o una B (non in tutte le sale) e prima che cominci la nuova partita la vincita arriva su un vassoio, rigorosamente in contanti, come prevedono le regole imposte dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli.

Emmanuele Cangianelli è il presidente di EGP (Associazione esercenti giochi pubblici), uno degli enti che raccolgono le società che gestiscono le sale bingo (e non solo): «Da anni come associazione chiediamo di poter introdurre più strumenti digitali nelle sale: parlo dei pagamenti con bancomat e carte di credito, ma anche di un uso più semplice dei tablet al posto delle cartelle cartacee, o della possibilità di far cominciare partite in condivisione online con altre sale quando in una manchi il numero minimo di giocatori per iniziarla. Ma i regolamenti sono rimasti quelli di vent’anni fa».

Oggi i tablet sono disponibili in alcune delle sale bingo, ma il giocatore deve comunque comprare la cartella cartacea e poi inserire il numero di serie sul tablet, cosa che permette il controllo dei numeri automatico, come succede nel bingo online. Ma i numeri delle cartelle sono scritti in piccolo e la clientela è in buona parte anziana, tanto che in alcune sale sono in vendita anche occhiali da lettura. Nel ritmo serrato delle partite tutto il procedimento è piuttosto macchinoso, e la maggior parte dei giocatori procede con segni, talvolta fantasiosi e scaramantici, col pennarello sulla carta.

Una cartella per giocare (foto Il Post)

Anche facendo bingo non si diventa ricchi: le vincite possono andare da un centinaio di euro, nei momenti in cui gli avventori sono meno e i prezzi delle cartelle più bassi, ad alcune centinaia. Si può arrivare a qualche migliaia di euro con qualche premio e nei momenti di punta, come le sere delle vacanze di Natale, ma non è la norma. Sono stati inseriti nel gioco dei premi “jackpot”, che crescono con il passare delle partite (finché qualcuno non li vince), legati a bingo realizzati con un numero limitato di palline estratte. Il 70 per cento del prezzo della cartella finisce nei montepremi, un altro 11 per cento costituisce il prelievo dello stato, il restante 19 per cento è il margine che resta ai gestori. Da queste cifre bisogna togliere una quota da pagare per il controllo centralizzato del gioco, sempre da parte dei Monopoli, e il canone mensile per la concessione delle licenze.

Questo canone è negli ultimi mesi al centro di una disputa fìnita al TAR e in attesa di una pronuncia dal Consiglio di Stato. Le sale bingo possono aprire e operare quando ottengono attraverso una gara pubblica una licenza dallo stato, che dovrebbe durare 9 anni. L’ultima concessione scadeva nel 2016 e prevedeva un canone mensile di 2800 euro al mese per sala: da allora si va avanti in regime di proroga, le concessioni vengono rinnovate di anno in anno, di biennio in biennio, a chi le possiede già. L’ultima proroga, decisa all’interno della legge di bilancio per il 2023, fissava la scadenza a fine 2024 e il canone mensile a 8625 euro, una quota “attualizzata” e più che triplicata rispetto alla precedente. Tutti i concessionari hanno fatto ricorso al TAR, che ha sospeso temporaneamente l’aumento. Cangianelli dice che queste proroghe sono un problema, e che impediscono alle sale di fare investimenti con cui potrebbero provare a contrastare la concorrenza dei giochi online.

La prima sala Bingo aperta a Treviso nel novembre del 2001 (FRANCO TANEL/ANSA)

Rispetto ai primi anni Duemila, quando il rilascio di molte concessioni attirò un gran numero di imprese e di operatori anche di dimensioni medio-piccole, negli ultimi anni le proprietà si stanno concentrando in aziende di dimensioni maggiori, che devono avere sede e pagare le tasse in Italia, ma spesso fanno parte di gruppi multinazionali. È il caso delle tre più grandi, che posseggono oltre la metà delle sale totali: due di queste sono spagnole, dove il gioco del bingo è più diffuso e fiorente.

I numeri delle sale, in progressivo calo (211 nel 2014, 205 nel nel 2017, 191 nel 2021, 186 nel 2022), sono il risultato di chiusure e delle difficoltà di nuove aperture, dovute anche ai regolamenti degli enti locali, che non concedono autorizzazioni in prossimità di strutture frequentate da categorie considerate “vulnerabili alle tentazioni del gioco d’azzardo”. È il cosiddetto distanziometro: le sale da gioco non possono aprire nel raggio di cinquecento metri da scuole, chiese, oratori, impianti sportivi e strutture simili.

Ma il problema della sale oggi è spesso anche di sostenibilità economica in termini assoluti: quota pubblica a parte, le spese maggiori per le aziende del settore sono costituite dai costi delle strutture e da quelli del personale. A seconda delle dimensioni, ogni sala può avere fra i 25 e i 50 dipendenti, per coprire vari turni: ci sono gli addetti alla sicurezza e alla pulizia, i camerieri, gli operatori del bingo in senso stretto, i gestori di sala e i responsabili delle cucine. I contratti sono regolati da normative specifiche, ma spesso si tratta di un lavoro a tempo determinato, o part time, a cui si dedicano studenti o più spesso persone straniere. In una serata mediamente affollata, ci sono fra gli otto e i dieci dipendenti che girano continuamente fra i tavoli.

Il tentativo delle sale è quello di attirare i giocatori anche con un’offerta varia e complementare al bingo, che può andare dalle gare di karaoke alle cene offerte o a prezzo ridotto. In alcune sale si possono vedere le partite di calcio, sui tavoli arrivano a pagamento bibite, cocktail e anche cibo, ma il gioco resta ovviamente l’attrattiva principale.

La clientela è per lo più composta da fruitori abituali, che spesso si conoscono e riconoscono fra loro, che chiamano gli operatori per nome, che mostrano di avere una certa familiarità con luoghi, giocate e ambiente. Nonostante i prezzi contenuti delle cartelle, il ritmo molto alto delle partite può facilmente far sì che si spendano 100-200 euro in una serata, anche senza essere giocatori patologici o compulsivi.

C’è equilibrio fra giocatori uomini e donne, che si avvicinano al cinquanta per cento (in generale nel settore del gioco il rapporto è molto sbilanciato verso i primi, che sono oltre il 60 per cento dei clienti). L’età media è più alta rispetto a quella dei giocatori in senso assoluto ed è stimata intorno ai 50-55 anni. Soprattutto nelle grandi città gli immigrati di prima e seconda generazione costituiscono una componente importante della clientela attuale: non esistono statistiche ufficiali in merito, ma molti operatori e gestori raccontano di una forte presenza di persone di origine asiatica. La regione dove sono presenti più sale è la Sicilia (28), seguita da Campania, Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna.

La criminalità organizzata si è in certi casi infiltrata nelle società che gestiscono le sale. Dice Cangianelli: «Ci sono stati problemi di questo genere soprattutto nei primi dieci anni, un po’ meno negli ultimi dieci, perché il sistema delle concessioni dei giochi ha regole piuttosto rigide e i controlli sono molto facili. Per le organizzazioni criminali è molto più semplice inserirsi nei circuiti di gioco illegale online».

Tiberio Patrizi è presidente dell’associazione di volontariato No Game del Lazio che si occupa di fornire aiuto ai giocatori compulsivi e alle loro famiglie: «Ogni giocatore patologico trova il suo gioco: il bingo attira soprattutto i pensionati e gli anziani, che cominciano per perdere tempo e per noia, e poi iniziano a vederlo come una possibile soluzione per i loro problemi economici. Le dinamiche sono sempre le stesse, dopo una fase di gioco “normale” si passa a forme patologiche». Patrizi racconta di testimonianze di persone che passano intere giornate nelle sale e spiega che proprio la velocità del gioco e la possibilità di riprovarci subito sono molto apprezzati dai giocatori compulsivi, che «non amano il tempo d’attesa».

Le sale bingo non hanno attualmente la possibilità di rifiutare l’ingresso ai giocatori che vengono individuati come “compulsivi”, come avviene invece all’estero. L’esercente può proibire l’ingresso a chi è ubriaco, ma deve limitarsi a provare a consigliare un giocatore patologico. L’EGP sostiene che le associazioni di categoria stiano spingendo per una regolazione in questo senso, che permetta di creare ambienti di gioco «più sani».

Alcune delle politiche intraprese dalle sale per aumentarne l’appetibilità come luoghi di intrattenimento possono attirare fasce di clienti particolarmente fragili, come sottolinea il dottor Alessio Masnata, responsabile dell’area prevenzioni del CEIS di Genova e del servizio ambulatoriale per il gioco d’azzardo patologico: «Persone con problematiche relazionali e che rimangono sole possono essere attirate dalle sale che si presentano come luoghi ludici e ricreativi, ma che hanno zone d’ombra molto grandi. Le sale bingo sono luoghi seduttivi per le persone anziane con difficoltà economiche, che spesso dopo un’iniziale vincita finiscono col giocare di più per rincorrere le perdite: a quel punto si entra della dipendenza da gioco d’azzardo, che si inserisce fra le dipendenze comportamentali e che è una definizione più corretta rispetto alla molto diffusa “ludopatia”, termine improprio».

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Dove chiedere aiuto
Il Telefono Verde Nazionale per le problematiche legate al Gioco d’Azzardo (TVNGA) fornisce gratuitamente consigli alle persone con problematiche legate al gioco d’azzardo e ai loro familiari, e si può chiamare al numero 800 558822.