Magnifici dinosauri sbagliati

Per molto tempo artisti e illustratori li hanno immaginati diversi da come apparivano, influenzando l’idea che ne abbiamo oggi

di Emanuele Menietti

(Charles R. Knight)
(Charles R. Knight)

Nel suo trattato Natural History of Oxfordshire pubblicato nel 1677 in Inghilterra, il naturalista britannico Robert Plot descrisse uno strano osso trovato in una cava nelle vicinanze della città inglese di Cornwell. Dalla sua forma, Plot aveva concluso che si trattasse dell’estremità di un femore di un essere umano gigantesco o di qualche altro animale, forse un elefante risalente all’epoca della dominazione dei Romani. La descrizione era accompagnata da un disegno del pezzo di osso, in una tavola con diversi altri elementi. Senza saperlo, Plot aveva pubblicato la prima illustrazione scientifica di un fossile di dinosauro, oltre un secolo e mezzo prima che fosse ideata la parola “dinosauro”.

Nei secoli seguenti, la storia delle scoperte sui dinosauri andò di pari passo con quella della paleoarte, l’insieme delle tecniche e dei lavori artistici per mostrare sulla base delle conoscenze scientifiche come dovevano apparire quegli animali. Per molto tempo le illustrazioni risentirono delle scarse e spesso confuse idee sui dinosauri, portando molti artisti a disegnarli a dir poco in modo fantasioso e creativo. Su quei disegni si sarebbe formato per decenni l’immaginario collettivo su animali ora spaventosi ed enormi ora goffi, lenti e dall’aspetto quasi comico. I dinosauri furono per anni enormi lucertole verdastre, con caratteristiche anatomiche molto distanti da quelle che possedevano in realtà questi animali vissuti centinaia di milioni di anni fa.

La segnalazione dello strano pezzo di femore di Plot passò sostanzialmente inosservata per diverso tempo, del resto il suo trattato era dedicato ai soli ritrovamenti di minerali, fossili e altri reperti dell’Oxfordshire. Quasi un secolo dopo la pubblicazione, il lavoro di Plot fu ripreso da un altro naturalista inglese, Richard Brookes, nel suo ambizioso compendio A New and Accurate System of Natural History dove non solo segnalò il fossile, ma ritenne opportuno dargli un nome. Vista la somiglianza del disegno con il sacco di pelle che contiene i testicoli, decise fosse una buona idea chiamarlo Scrotum Humanum. Brookes non fece molte altre ipotesi sulla storia del fossile, che era comunque un indizio di ere remote in cui erano vissute creature ormai estinte.

La tavola con il frammento di femore nel libro di Robert Plot

Oggi quel reperto è andato perso, ma dal disegno e dalla descrizione alcuni paleontologi hanno concluso che si tratti di un osso di megalosauro, uno dei primi dinosauri a essere chiamati come tali grazie alle ricerche di William Buckland nei primi decenni dell’Ottocento. Studiando altri fossili, compresi quelli di una mandibola e di alcuni denti, Buckland aveva concluso che quel misterioso animale fosse un rettile, probabilmente un feroce carnivoro mai identificato prima. Dai pochi reperti disponibili, ipotizzò che si trattasse di una sorta di coccodrillo, ma molto più grande e possente.

L’idea che i dinosauri fossero sostanzialmente una versione più grande dei rettili condizionò a lungo le rappresentazioni artistiche di questi animali, che spesso accompagnavano importanti trattati di storia naturale. Nel 1859, per esempio, una ricostruzione realizzata da Samuel Griswold Goodrich mostrava una coppia di megalosauri in un ipotetico scenario preistorico. I due individui apparivano con un muso da coccodrillo e il resto del corpo simile a quello di un leone, una sorta di versione rivista e corretta delle chimere, gli animali mitologici descritti nell’antichità. Come in altre illustrazioni, il megalosauro era rappresentato come un plantigrado, ricondotto cioè al gruppo di animali che camminano appoggiando tutta la pianta del piede sul terreno.

(Samuel Griswold Goodrich)

Prima del lavoro di Goodrich erano comunque già stati illustrati alcuni animali preistorici, sempre con notevoli licenze. A inizio Ottocento il naturalista francese Johann Hermann aveva disegnato uno schizzo dello pterodattilo, cioè un genere di pterosauro: un rettile volante che non va però confuso con i dinosauri. Quel disegno è considerato il primo vero esempio di paleoarte ottocentesca, anche se mostra un animale molto diverso da come doveva apparire nella realtà, rappresentato con pelliccia e padiglioni auricolari.

(Johann Hermann)

Nella prima metà del diciannovesimo secolo le scoperte di nuovi fossili erano ancora sporadiche e c’era una certa confusione intorno alla paleontologia, una disciplina emergente e che doveva essere ancora formalizzata del tutto. Fu in questo contesto che nel 1830 il geologo britannico Henry De la Beche dipinse Duria Antiquior, un acquerello che mostra una grande varietà di animali preistorici quasi tutti acquatici, con alcuni rettili volanti in cielo. Alcuni erano rappresentati in modo più fedele di altri, per lo meno con una buona aderenza alle conoscenze scientifiche dell’epoca ancora limitate. De la Beche avrebbe negli anni successivi prodotto molte altre illustrazioni, a volte con qualche guizzo umoristico e per prendere in giro altri colleghi come lo stesso Buckland.

(Henry De la Beche)

Qualche anno prima il medico e geologo britannico Gideon Algernon Mantell aveva trovato nel Sussex alcuni denti e altri resti fossili di uno strano animale preistorico. Aveva messo a confronto i reperti con gli animali contemporanei e si era persuaso di avere trovato l’equivalente di un’iguana, lunga però una trentina di metri. Usò le ossa di cui disponeva per ricomporre una sorta di puzzle, immaginò poi i pezzi mancanti e produsse un primo schizzo dell’animale. Lo chiamò Iguanodon, iguanodonte, cioè “denti di iguana”, visto che aveva fatto la scoperta grazie ai fossili di parte della bocca dell’animale.

(Gideon Algernon Mantell)

Mantell era molto fuoristrada rispetto a come appariva davvero un Iguanodon, ma negli anni successivi alla pubblicazione dei suoi lavori quell’idea di una enorme iguana preistorica condizionò il lavoro di vari artisti. Il pittore britannico John Martin trasse ispirazione da Mantell per disegnare nel 1837 “The Country of the Iguanodon”, un disegno su carta in cui alcuni iguanodonti lottano tra loro prendendosi a morsi. L’illustrazione è molto dinamica, ma ha ancora qualcosa dell’arte antica con la rappresentazione di animali che ricordano i draghi. Non manca nella parte destra del disegno un piccolo pterodattilo che osserva la scena, tenendo le ali aperte.

(John Martin)

Verso metà Ottocento qualcosa iniziò a cambiare nelle illustrazioni, complici le nuove scoperte sui fossili. Nel 1841 il biologo britannico Richard Owen ideò il nome scientifico Dinosauria dalle parole greche “deinos” (“possente”) e “sauros” (“lucertola”). Forse non immaginava che la sua proposta di classificazione avrebbe avuto così tanto successo, ma era certo che fosse arrivato il momento di mettere ordine nelle scoperte e nella nomenclatura. Owen fu tra i primi a proporre che il megalosauro, l’iguanodonte e altri animali preistorici scoperti avessero particolari tratti in comune che li rendevano qualcosa di diverso rispetto ai rettili. Certo, aveva usato la parola “sauros” per definire quelle creature del passato, ma c’erano ormai sufficienti elementi per rappresentarle più fedelmente, magari anche in tre dimensioni.

Owen collaborò con lo scultore inglese Benjamin Waterhouse Hawkins, che in occasione della Grande Esposizione d’Inghilterra del 1851 creò le prime versioni a grandezza naturale dei dinosauri e di altri animali preistorici. Le cose sfuggirono lievemente di mano quando per la notte di San Silvestro del 1853 Owen organizzò una cena per una ventina di scienziati, ospitati all’interno di un enorme modello di iguanodonte. La collezione fu arricchita e in seguito esposta al Crystal Palace Park di Londra, dove è ancora oggi visibile.

(Ian Wright, Wikimedia)

Le grandi sculture divennero un’attrazione, sicuramente molto più accessibile di un’illustrazione su un trattato scientifico, e il loro aspetto contribuì a creare l’immaginario dell’epoca sui dinosauri. Erano animali tozzi, ancora una volta plantigradi e squamosi, ma alcune delle loro fattezze iniziavano a essere più in linea con le caratteristiche effettive di questi animali. Chi li rappresentava si basava del resto sulle conoscenze scientifiche, ma la disponibilità di pochi fossili non rendeva possibili ricostruzioni accurate.

Nella seconda metà dell’Ottocento la scoperta di grandi fossili negli Stati Uniti portò a nuove grandi opportunità per lo studio dei dinosauri. Finanziati da istituzioni accademiche o da privati, i paleontologi si facevano un’agguerrita concorrenza approfittando dell’assenza di leggi e regole condivise per la tutela dei fossili. I ritrovamenti avvenivano in un contesto caotico, con l’annuncio frequente della scoperta di nuove specie, che magari qualche anno dopo venivano smentite e ricondotte ad altre già scoperte in precedenza.

Nel 1858 un progresso fondamentale per la paleontologia fu la scoperta nel New Jersey di una grande quantità di ossa fossili di quello che oggi chiamiamo adrosauro (Hadrosaurus foulkii), un animale vissuto tra gli 85 e i 65 milioni di anni fa e che divenne la prima specie di dinosauro a essere descritta negli Stati Uniti. Le ossa erano state trovate una ventina di anni prima da un agricoltore che le aveva tenute da parte, fino a quando non le aveva viste per caso il paleontologo William Parker Foulke. Lo scheletro non era completo, ma la quantità di ossa era comunque sufficiente per farne una ricostruzione che fu esposta all’Accademia di scienze naturali di Filadelfia.

Ricostruzione della prima esposizione di un adrosauro (Wikimedia)

Il modo in cui era esposto fu stupefacente per molti. Ricostruendo lo scheletro, i paleontologi avevano concluso che l’adrosauro rimanesse in piedi sulle zampe posteriori e decisero quindi di mostrarlo in quel modo. L’idea che ci potessero essere grandi animali preistorici bipedi ebbe un forte impatto sul modo in cui venivano rappresentati questi animali dagli illustratori. Alcune caratteristiche fisiche continuarono a essere lasciate alla creatività degli artisti, ma le nuove informazioni sull’andatura permettevano di immaginare meglio alcuni aspetti come la muscolatura.

La scoperta del driptosauro sempre nel New Jersey fornì ulteriori conferme sul fatto che ci fossero dinosauri bipedi. Il paleontologo statunitense Edward Drinker Cope, uno dei più agguerriti nella corsa ai fossili, illustrò il driptosauro in piedi su due zampe nel 1869, in una posa che ricorda quella di alcuni gallinacei o di un canguro.

(Edward Drinker Cope)

Una decina di anni dopo in Europa furono scoperti fossili ben conservati di alcuni individui di iguanodonte che resero possibile una ricostruzione più accurata. Anche in questo caso divenne evidente che questi animali avevano zampe anteriori molto corte rispetto a quelle posteriori, una circostanza che suggeriva il fatto che si muovessero di preferenza sulle due zampe posteriori. Nei disegni divennero qualcosa di diverso da un’iguana, anche se continuavano a essere rappresentati con altre caratteristiche tipiche dei rettili.

Negli Stati Uniti i numerosi ritrovamenti avevano intanto portato alla scoperta di molti altri dinosauri come lo stegosauro e il triceratopo. Fu soprattutto grazie alle loro singolari caratteristiche fisiche, come grandi scaglie ossee e corni, che i paleontologi misero in dubbio gli studi svolti in precedenza e iniziarono a contemplare la possibilità che fossero esistite molte più specie diverse tra loro di animali preistorici. La grande varietà implicava che ci fossero dinosauri di taglie diverse, alcuni veloci e agili e altri lenti e maestosi, probabilmente con movenze più simili a quelle dei mammiferi e degli uccelli che a quelle dei rettili.

Le maggiori conoscenze scientifiche accumulate nel settore alla fine dell’Ottocento iniziarono a riflettersi nelle illustrazioni artistiche. Questo cambio di paradigma viene spesso associato al quadro “Leaping Laelaps” realizzato nel 1897 dal pittore statunitense Charles Robert Knight. Il quadro mostra una scena molto dinamica con due driptosauri che lottano in un prato: appaiono agili e veloci, molto diversi dai dinosauri disegnati ancora qualche decennio prima.

(Charles Robert Knight)

Col finire del diciannovesimo secolo finì anche una certa frenesia nei confronti delle scoperte intorno ai dinosauri. I risultati scientifici in molti settori, a cominciare da quello sanitario spesso con effetti concreti nella vita di tutti i giorni, misero in secondo piano un mondo lontanissimo e che del resto non esisteva più. I dinosauri mantennero un loro fascino, ma tornarono a essere percepiti nel complesso come grandi animali, lenti e “inferiori”, con una visione specista che vedeva nella loro estinzione la migliore dimostrazione della loro inutilità.

Non è forse un caso se il primo cartone animato a mostrare un dinosauro, Gertie the Dinosaur (1914), utilizza un sauropode, cioè un animale erbivoro dal collo molto lungo e che si muove su quattro zampe. Nel cortometraggio Gertie ha le movenze di un elefante e non appare per nulla aggressivo. Questa immagine dei dinosauri lenti e placidi a sangue freddo prevalse per diverso tempo, nonostante le collezioni dei musei di storia naturale continuassero ad arricchirsi di nuovi esemplari, di illustrazioni e diorami che mostravano ricostruzioni sicuramente più dinamiche e movimentate spesso ispirate ai lavori di Knight, molto prolifico nell’immaginare scenari preistorici. Dinosauri simili a Gertie sono spesso presenti nei Flintstones, la serie animata statunitense ideata negli anni Sessanta che metteva insieme animali vissuti milioni di anni prima degli esseri umani.

La scoperta e la successiva descrizione nel 1969 del Deinonychus antirrhopus da parte del paleontologo statunitense John Ostrom cambiarono nuovamente le cose. Ostrom aveva scoperto un dinosauro carnivoro di piccole dimensioni, con una struttura scheletrica che suggeriva agilità e velocità, tutti elementi tali da rimettere in discussione la visione più condivisa sul fatto che questi animali fossero lenti e a sangue freddo. Riprendendo alcune teorie esposte molti anni prima, Ostrom portò nuovi elementi a favore delle ipotesi sullo stretto rapporto tra i dinosauri e gli uccelli dei giorni nostri (che sono a tutti gli effetti dinosauri).

Robert Bakker, uno degli studenti di Ostrom, divenne uno dei più convinti sostenitori della necessità di rivedere le conoscenze date per assodate sui dinosauri. Oltre a promuovere questa revisione, Bakker diede un contributo fondamentale a quello che sarebbe diventato noto come il “Rinascimento dei dinosauri” quando disegnò un Deinonychus antirrhopus per illustrare le nuove scoperte su quella specie. Il disegno è considerato l’icona di quel nuovo corso che portò a ripensare i dinosauri, comprendendone meglio la fisiologia e il comportamento.

(Robert Bakker)

Tra gli anni Settanta e Ottanta le illustrazioni di dinosauri persero i riferimenti alle lucertole e iniziarono ad assumere fattezze, movenze e caratteristiche più simili a quelle di alcuni uccelli, e talvolta dei mammiferi per gli artisti più creativi. La nuova ondata comprese artisti come Mark Hallett, John Gurche, Doug Henderson e Gregory S. Paul, spesso coinvolti dagli stessi paleontologi desiderosi di inserire nelle loro ricerche illustrazioni per mostrare le loro scoperte e ricostruzioni. In particolare Paul mostrò di avere una grande sensibilità sulla necessità di essere il più possibile aderente alle nuove scoperte, cercando di lavorare non solo sull’anatomia dei dinosauri, ma anche sulla loro postura, sulle movenze e su dettagli in precedenza trascurati come quelli delle zampe e degli artigli, dove presenti.

(Gregory Scott Paul)

Nel suo romanzo del 1990 lo scrittore statunitense Michael Crichton inserì i Deinonychus antirrhopus, tra i dinosauri più spaventosi del libro, ma scelse di chiamarli con il nome di altri dinosauri, i Velociraptor, ritenendo che suonasse meglio nel racconto. Il regista Steven Spielberg pochi anni dopo fece la stessa scelta per la versione cinematografica del romanzo: fu un enorme successo e permise alle nuove teorie del rinascimento dei dinosauri di farsi strada, facendosi conoscere anche al di fuori delle università. Al di là degli effetti speciali e di alcune imprecisioni, volute per rendere le scene più spettacolari, Jurassic Park era il primo film a mostrare dinosauri intelligenti, agili e in grado di elaborare strategie di caccia, molto diversi dagli animali ingombranti e poco aggraziati di precedenti rappresentazioni cinematografiche.

Negli ultimi anni nuovi ritrovamenti, soprattutto in Cina dove la paleontologia su grande scala è iniziata molto dopo rispetto a Europa e Stati Uniti, hanno permesso di estendere ulteriormente le conoscenze sui dinosauri e sulla loro grande varietà. È ormai chiaro che molte specie apparivano diverse da come ce le eravamo immaginate fino a pochi anni fa, con conferme sul fatto che molti dinosauri fossero piumati e probabilmente variopinti.

Esempi di Dromaeosauridae, famiglia di dinosauri teropodi piumati (Wikimedia – Fred Wierum)

Le illustrazioni degli ultimi anni riflettono queste conoscenze e sono la conferma di quanto di scientifico ci sia nella paleoarte e ci sia sempre stato anche nei secoli passati. I primi disegni dei dinosauri non erano “sbagliati” rispetto a quelli attuali, mostravano semplicemente ciò che si sapeva all’epoca su animali vissuti in ere remotissime, talmente distanti da non essere sempre accettate facilmente in un contesto in cui il creazionismo aveva ancora una forte rilevanza. I primi dinosauri disegnati mostravano quel pezzo di storia, dentro una storia ancora più grande che ancora dobbiamo finire di scoprire.