Il caso che sta agitando le scienze comportamentali

La disputa tra una docente italiana di Harvard e un blog che la accusa di frode sta rianimando gli scetticismi su un intero settore

L'università di Harvard (Wikimedia Commons)
L'università di Harvard (Wikimedia Commons)
Caricamento player

Con “scienze comportamentali” si intende quell’insieme di materie di studio interdisciplinari che studiano i processi cognitivi che portano le persone a comportarsi in un determinato modo. Nella categoria vengono fatte rientrare la psicologia e l’antropologia, ma anche le scienze cognitive, come la filosofia della mente. Tra gli anni Novanta e i primi del Duemila hanno cominciato a moltiplicarsi però anche gli studi di “economia comportamentale”, che studiano l’influenza dei fattori psicologici, emotivi, culturali e sociali sui comportamenti e le decisioni economiche degli individui, introducendo sostanzialmente nello studio dell’economia il fattore dell’irrazionalità umana, ignorato dalle teorie economiche classiche.

Alcuni di questi studi hanno avuto un forte impatto e sono stati addirittura usati da alcuni governi per orientare le proprie politiche, anche con buoni risultati. Dal 2010 i governi di Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Giappone e organizzazioni come ONU, Commissione europea e Banca Mondiale hanno cominciato a investire in “Nudge Unit”, ovvero piccoli gruppi di ricercatori che applicano la “nudge theory” elaborata dal premio Nobel Richard Thaler. Sostiene che determinati comportamenti delle persone possano essere influenzati meglio attraverso piccoli accorgimenti, che possono essere ignorati senza conseguenze economiche o punizioni, in sostituzione a leggi, divieti e incentivi economici. Nel Regno Unito, tra le altre cose, politiche messe in atto su consiglio della Nudge Unit hanno portato a convincere 100 mila persone in più all’anno a donare gli organi, a far sì che il 20 per cento di persone in più cambiasse il suo fornitore di energia elettrica rendendo il mercato più competitivo, o a raddoppiare il numero di richieste per arruolarsi nell’esercito.

Nonostante alcuni brillanti risultati, il campo delle scienze comportamentali è in crisi da oltre un decennio, ovvero da quando, nel 2011, il professor Daryl Bem pubblicò su una famosa rivista scientifica uno studio in cui sosteneva di avere le prove che alcune persone siano capaci di precognizione, ovvero di percepire il futuro. In un esperimento Bem aveva infatti notato che più della metà delle volte i partecipanti indovinavano correttamente dove sarebbe apparsa un’immagine erotica sullo schermo di un computer prima che apparisse, e l’aveva letta come prova che «l’inversione del tempo» fosse possibile. Lo studio utilizzava metodi allora comuni nel settore, come quello di fare affidamento su campioni relativamente piccoli e di conseguenza poco rilevanti a fini statistici.

– Leggi anche: L’importanza delle ricerche scientifiche strambe

Da allora, lo scetticismo nei confronti degli studi di economia comportamentale è molto aumentato. Ad alimentarlo è soprattutto il lavoro di tre professori dell’Università della Pennsylvania e dell’Università di Berkeley: Uri Simonsohn, Joseph Simmons e Leif Nelson. Nel 2011 pubblicarono uno studio molto influente che mostrava come alcune pratiche a lungo tollerate nel campo, come quella di interrompere uno studio di cinque giorni dopo tre giorni se i dati sembravano promettenti, potevano portare a un’ondata di risultati falsati. L’articolo spiegava tra le altre cose perché così tanti studi nel settore risultassero spesso impossibili da replicare per eventuali ricercatori che provassero a farlo.

Dal 2013 i tre professori gestiscono il blog Data Colada, diventato un punto di riferimento per lunghe discussioni sui metodi statistici talmente affidabile che molti hanno cominciato a rivolgersi a loro per approfondimenti e inchieste quando si imbattono in pratiche di ricerca che sembrano fraudolente. Il loro lavoro ha avuto un innegabile impatto nel settore: nel 2017, per esempio, la professoressa della Harvard Business School Amy Cuddy, autrice di vari studi e libri sulle conseguenze positive di assumere determinate posture (“power pose”) sul posto di lavoro per le donne in carriera, diede le dimissioni dopo varie critiche sulla sua metodologia pubblicate da Data Colada. Ed è stato proprio Data Colada a parlare per primo del principale caso che da due anni sta agitando il settore: quello che coinvolge lo studio sulla disonestà a cui hanno lavorato Francesca Gino, professoressa della Harvard Business School, e Dan Ariely, un popolare esperto di economia comportamentale e psicologia cognitiva.

– Leggi anche: Un disonesto studio sull’onestà

In breve: nel 2012 cinque ricercatori della Harvard Business School di Boston e di altre università e istituti di ricerca americani pubblicarono sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) un autorevole articolo sui comportamenti disonesti, in seguito molto citato e ripreso nell’ambito dell’economia comportamentale e anche nel perfezionamento dei processi di lavoro in società di assicurazioni e agenzie governative. L’articolo riportava uno studio che sosteneva che le persone siano più inclini a condividere i propri veri dati personali se devono garantirli con una firma all’inizio del modulo, anziché alla fine.

Nel 2021 Data Colada accusò gli autori dello studio di aver usato un insieme di dati artefatti per ottenere le conclusioni desiderate. Ariely è accusato di falsificazione in almeno un articolo, ma insegna ancora alla prestigiosa Duke University. Gino, professoressa italiana da anni molto conosciuta nel settore per la sua instancabile produzione di articoli accademici di alto livello e per un libro piuttosto conosciuto (Rebel Talent: Why It Pays to Break the Rules at Work and in Life), è invece stata messa in aspettativa non pagata da Harvard mentre l’università indaga sulla possibilità che abbia manipolato i dati di quattro diversi studi tra il 2012 e il 2020.

Gino ha intentato una causa per diffamazione contro l’ateneo e i blogger, in cui chiede almeno 25 milioni di dollari di risarcimento, dicendo di essere stata diffamata. Benché le prove contro di lei siano sembrate a molti convincenti, infatti, lei dice che rimangono circostanziali e nega di aver commesso una frode. Anche gli autori di Data Colada hanno riconosciuto che non esiste alcuna prova schiacciante che dimostri che sia stata la stessa dottoressa Gino, e non qualche collaboratore che ha lavorato con lei, a falsificare i dati.

Il caso ha però acuito una crisi già in corso. Secondo il New Yorker, che ha dedicato un lungo articolo al caso di Gino, negli ultimi vent’anni il settore delle scienze comportamentali ha cominciato ad attirare, e a premiare, studi sempre più assurdi e meno plausibili, incentivato dal fatto che il mercato del lavoro accademico richiede la pubblicazione di grandi numeri di articoli su testate prestigiose. Pubblicare una ricerca dai risultati particolarmente straordinari può aprire la strada non solo a migliori contratti in università prestigiose, ma anche inviti a parlare in televisione, alla radio o a grandi eventi con gettoni in denaro considerevoli.

«I ricercatori potevano tranquillamente misurare dozzine di variabili ed eseguire tantissime analisi, poi pubblicare soltanto le correlazioni che apparivano loro “significative”. Ma come dice una battutaccia nel settore, se torturi i dati abbastanza a lungo, sono pronti a confessarti qualsiasi cosa» ha scritto il giornalista Gideon Lewis-Kraus sul New Yorker. «La disciplina aveva dato contributi cruciali e duraturi, ma la credibilità più ampia delle scienze comportamentali era stata compromessa. Ben presto, interi rami di scoperte apparentemente affidabili cominciarono a sembrare campati in aria. Alcune figure di spicco del settore furono costrette a considerare la possibilità che i loro contributi alla disciplina fossero, in ultimo esame, nulli».

Non tutti sono d’accordo: l’eminente psicologo Norbert Schwarz ha definito il lavoro di gruppi di ricercatori come Data Colada «una caccia alle streghe», un ex presidente dell’Associazione per le scienze psicologiche l’ha chiamato «terrorismo metodologico», lo psicologo di Harvard Daniel Gilbert ha detto di pensare a loro come a «piccoli bulli spudorati». Da parte propria l’autore di Data Colada Joe Simmons ha consegnato al New Yorker un articolo non ancora pubblicato sul blog in cui afferma che «esiste certamente una vasta letteratura accademica sui comportamenti umani che è veritiera e importante», ma che esiste anche molto lavoro completamente separato dalla realtà, popolato di scoperte sugli esseri umani che non possono essere vere.

«Una parte influente della letteratura scientifica nel nostro settore è popolata effettivamente da storie inventate su creature pseudoumane, talmente malleabili che praticamente qualsiasi intervento somministrato in un dato momento può cambiare drasticamente il loro comportamento», scrive Simmons. «Un campo non può premiare la verità se non la decifra o non la può decifrare, quindi premia invece altre cose. Novità. Velocità. Impatto. Fantasia. E punisce di fatto il contrario. Risultati intuitivi. Progresso incrementale. Cura. Curiosità. Attinenza alla realtà».

– Leggi anche: Le classifiche delle migliori università del mondo lasciano il tempo che trovano