Il problema sono gli asili nido più che le materne

I posti sono pochi e costosi, mentre le scuole dell'infanzia per le quali il PD propone l'obbligo sono già molto frequentate

(BBC Creative/Unsplash)
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Durante un confronto elettorale che si è tenuto martedì scorso al Meeting di Rimini, il segretario del Partito Democratico Enrico Letta ha ricevuto alcuni fischi dopo aver proposto di estendere l’obbligo scolastico alle scuole dell’infanzia, chiamate più spesso scuole materne, frequentate da bambine e bambini dai tre ai cinque anni. «Dobbiamo rendere obbligatoria la scuola d’infanzia, che oggi non è obbligatoria. E poi dobbiamo allungare l’obbligo scolastico fino alla maturità. Sono due scelte importanti, fondamentali», ha detto Letta, prima di ricevere una contestazione piuttosto inusuale per una platea solitamente indulgente come quella del Meeting, organizzato ogni anno dall’influente movimento cattolico conservatore Comunione e Liberazione.

La proposta di Letta, che fa parte del programma elettorale del Partito Democratico, è stata criticata anche da alcuni avversari politici. Matteo Salvini, leader della Lega, ha definito l’estensione dell’obbligo il risultato di una «mentalità statalista, centralista, burocratica, dove tutto lo decide lo stato, prima dello stato vengono i cittadini». Mara Carfagna, ministra per il Sud, recentemente passata da Forza Italia ad Azione e candidata per il cosiddetto “terzo polo”, ha detto che l’idea di Letta è «in perfetto stile sovietico» e «fuori dalla realtà»: «lo sa Enrico Letta che l’offerta di nidi e asili in molti Comuni del Sud non arriva al 15 per cento dei bambini residenti? Lo sa che al Sud oltre il 60 per cento delle madri non è occupata né può esserlo per mancanza di asili?».

Le due domande di Carfagna, in realtà, sono un chiaro segnale della confusione creata intorno alla proposta del PD, che riguarda le scuole dell’infanzia e non gli asili nido a cui invece ha fatto riferimento la ministra per il Sud nella sua replica. Una confusione alimentata, tra gli altri, anche da esponenti dello stesso PD.

Asili nido e scuole dell’infanzia non sono la stessa cosa, sia perché ai primi si accede da zero a due anni e alle materne da tre a cinque, ma soprattutto perché tra i due servizi per la prima infanzia ci sono grandi differenze in termini di accessibilità, finanziamento e spese sostenute dalle famiglie. I problemi, come è emerso più volte negli ultimi anni e come dimostrano i dati, riguardano soprattutto gli asili nido e molto meno la scuola dell’infanzia.

Per contestualizzare le parole di Letta, alcuni esponenti del PD hanno ricordato che l’obbligo è già previsto in Francia e che la frequentazione dei servizi educativi prima delle scuole primarie ha un significativo impatto positivo sulla formazione dei bambini: lo confermano molti studi pubblicati negli ultimi anni, tra cui alcuni realizzati in Italia. «Come emerso anche dalle indagini internazionali che confrontano i diversi paesi, emerge anche con i dati nazionali che l’aver frequentato la scuola dell’infanzia ha un effetto positivo sugli apprendimenti anche tenendo conto del background socio-economico-culturale degli studenti», si legge nelle conclusioni di un report pubblicato nel 2016 dall’INVALSI, l’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e Formazione, l’ente che valuta la qualità della scuola italiana.

L’esigenza dichiarata dal PD di introdurre un obbligo nella scuola materna potrebbe dunque far pensare che siano pochi i bambini che la frequentano. In realtà l’Italia è messa molto bene: nel 2020 il 94,6 per cento dei bambini tra 3 e 5 anni ha frequentato la scuola dell’infanzia anche senza l’obbligo. Come mostrano i dati diffusi dall’associazione Openpolis, l’Italia è tra i primi posti in Europa.

Negli ultimi anni questa percentuale, molto alta, è stata tuttavia in calo, passando dal 97,3 per cento del 2013 al 93,6 per cento del 2019, con una leggera ripresa segnalata nel 2020. Nonostante la diminuzione, l’Italia non dovrebbe avere difficoltà nel rispettare gli obiettivi fissati per la prima volta dal Consiglio Europeo di Barcellona vent’anni fa e aggiornati nel 2021, secondo cui almeno il 96 per cento dei bambini dai 3 ai 6 anni dovrebbe frequentare una scuola dell’infanzia.

Il calo degli ultimi anni e l’ambizioso obiettivo fissato dall’Unione Europea mostrano che la proposta di Letta ha comunque un fondamento, come ha commentato anche la sociologa Chiara Saraceno su Repubblica. Saraceno invita a considerare il 5,4 per cento dei bambini che non frequentano la scuola dell’infanzia, prevalentemente costituito da stranieri o bambini provenienti da famiglie in condizioni di marginalità sociale. Un altro aspetto interessante segnalato da Saraceno riguarda i servizi offerti, che non sono identici in tutte le regioni. Nel Mezzogiorno, per esempio, molte scuole dell’infanzia sono solo a tempo parziale e senza mensa, un’offerta organizzativa scarsa che spinge alcune famiglie a tenere i bambini a casa e a iscriverli in anticipo alla scuola primaria.

Questa condizione di disomogeneità nelle diverse regioni italiane ha conseguenze anche su un altro obiettivo dell’estensione della formazione fin dai primi anni, cioè la possibilità di sostenere l’occupazione femminile. «Porsi l’obiettivo di un’offerta universale e gratuita di qualità significa porre le basi delle pari opportunità e di adempimento dell’articolo 3 della Costituzione a partire dai bambini», ha scritto Saraceno. «Ciò faciliterebbe anche le pari opportunità tra madri e padri, creando anche buona occupazione. Non chiamiamolo obbligo, se la parola non piace, anche se è una scelta fatta già dal 90% dei genitori e chi non la fa è spesso proprio chi – straniero, o in condizione di forte marginalità sociale – dovrebbe essere incoraggiato a mandare i bambini alla scuola dell’infanzia. Chiamiamola offerta universale e gratuita a favore dei più piccoli, ed anche dei loro genitori».

Pur rilevanti, le difficoltà che riguardano le scuole dell’infanzia sono minime rispetto ai gravi ed estesi problemi di offerta e accessibilità degli asili nido in Italia.

Secondo gli ultimi dati dell’ISTAT, al 31 dicembre 2019 (prima dell’interruzione del normale andamento dell’anno educativo 2019/2020 dovuta all’epidemia di Covid-19), erano disponibili 361.318 posti. Ma il dato più importante riguarda la disponibilità dei posti rispetto al totale dei bambini sotto i tre anni: in Italia è al 26,9%, in leggera crescita rispetto al 25,5% dell’anno educativo 2018/2019. Significa che negli asili nido italiani ci sono 25,5 posti ogni 100 bambini sotto i tre anni.

Questo numero è ben più basso della soglia del 33 per cento che era stata fissata dal 2002 nel Consiglio Europeo di Barcellona con l’obiettivo di raggiungerla entro il 2010. A dieci anni dalla scadenza, l’Italia è ancora lontana.

Ci sono molte differenze tra le diverse aree del paese, nelle regioni e anche nelle singole province: sia il Nord-est che il Centro sono oltre gli obiettivi europei (rispettivamente 34,5% e 35,3%); il Nord-ovest è molto vicino alla soglia (31,4%) mentre il Sud (14,5%) e le Isole (15,7%), pur in miglioramento, risultano ancora distanti. Ci sono differenze anche all’interno delle città, per esempio tra l’offerta garantita nei quartieri del centro rispetto a quelli periferici. Alcuni dei motivi che incidono sono la storica attenzione al tema da parte dei diversi territori, la capacità di spesa dei comuni e lo sviluppo delle reti sociali.

Il governo Draghi ha deciso di stanziare 4,6 miliardi del PNRR, il piano nazionale di ripresa e resilienza, proprio alla costruzione e alla riqualificazione di asili nido e scuole per l’infanzia con l’obiettivo di aumentare i posti. Nella prossima mappa si possono visualizzare i dati dei posti disponibili in tutti i comuni italiani.

Oltre alla mancanza di posti disponibili, un altro problema legato all’accessibilità degli asili nido sono i costi delle rette: spesso costano centinaia di euro al mese, rispetto alle poche decine di euro della scuola dell’infanzia. L’ISTAT spiega che il «reddito netto annuo delle famiglie con bambini che usufruiscono del nido è mediamente più alto (37.699 euro) di quello delle famiglie che non ne usufruiscono (31.563 euro)». Esaminando nel dettaglio le fasce di reddito, solo il 14% dei bambini che appartengono alle famiglie povere frequenta l’asilo nido. La percentuale sale al 20,2% e 25,6% rispettivamente nella terza e quarta classe di reddito, fino a raggiungere il 35,1% nella fascia più abbiente.

Non è un caso quindi che i programmi dei partiti che si presentano alle prossime elezioni contengano proposte più o meno argomentate sui costi delle rette degli asili nido. Il PD è l’unico partito che include anche le scuole dell’infanzia, con l’obbligo ripreso da Letta durante il confronto della scorsa settimana, «per garantire la progressiva gratuità dei servizi educativi 0-3 anni per i nuclei familiari a basso ISEE, con particolare attenzione all’offerta formativa nel Sud del Paese». In sostanza, il PD prevede la gratuità delle rette dal nido alla scuola dell’infanzia per le famiglie con un reddito basso.

La proposta di Italia Viva e Azione non è molto diversa. Oltre all’attuazione del piano asili nido del PNRR, con la costruzione di nuovi asili, propongono il potenziamento dell’attuale bonus asili nido che garantisce un contributo da 3.000 euro l’anno per le famiglie fino a 25mila euro di ISEE, 2.500 con ISEE da 25 mila fino a 40 mila euro e 1.500 euro nella fascia da 40mila euro in su. Il terzo polo vorrebbe rendere gratuito l’asilo nido per tutte le famiglie con reddito ISEE inferiore a 25mila euro e introdurre un contributo decrescente per chi è nella fascia tra 25 e 40mila euro.

Nel programma della coalizione formata da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia si legge di «asili nido gratuiti» e «asili nido aziendali» per sostenere la natalità. Non è chiaro, però, con quali risorse economiche possa essere sostenuta questa proposta. Secondo un’analisi dei docenti universitari Francesco Figari e Mariacristina Rossi, pubblicata su La Voce, servirebbero 5,5 miliardi ogni anno per garantire gratuità e universalità degli asili nido.

Anche per Europa Verde e Sinistra Italiana, che si presentano in coalizione con il Partito Democratico, gli asili nido devono essere pubblici e gratuiti come «servizio essenziale e disponibile sull’intero territorio nazionale». Per raggiungere questo obiettivo, i due partiti propongono di utilizzare genericamente le risorse economiche del PNRR. Nel programma di Unione popolare, un cartello elettorale che tiene assieme Rifondazione comunista, Potere al Popolo! e Dema, viene citata la scuola «comunale o statale garantita a tutti a partire dai tre anni, e costruzione di asili nido pubblici in tutto il paese». Tra i principali partiti, l’unico che nel programma non ha incluso proposte specifiche sugli asili nido è il Movimento 5 Stelle.