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Il più grande creatore di labirinti al mondo

Il New Yorker racconta Adrian Fisher, che ne ha fatti più di 700: il suo segreto è fare in modo che le persone li risolvano «appena prima di non poterne più»

(Dan Kitwood/Getty Images)

Adrian Fisher è un signore inglese di settant’anni che da circa quaranta progetta labirinti. Ne ha creati più di 700 – compreso uno verticale in un grattacielo di Dubai e quello che si vede sulle nuove banconote da cinque sterline – e in un recente articolo scritto per il New Yorker Nicola Twilley lo ha definito «il più grande creatore di labirinti al mondo, con un tale distacco sugli altri da non avere nessun rivale in grado di insidiarlo». Lo storico e studioso di labirinti Jeff Saward ha detto invece che «è l’unico a essere riuscito a fare dei labirinti un lavoro, oltre che una passione».

Twilley è andata a trovare Fisher l’estate scorsa, nella sua casa del Dorset: un modesto cottage in mattoni con ampio giardino nel sud dell’Inghilterra, in cui vive con Marie, la sua seconda moglie e socia in affari. Lo ha descritto come un tipo «corpulento, canuto e ben rasato, che si veste con quella che per certi inglesi del ceto medio di una certa età è quasi un’uniforme: pantaloni con la piega, camicia e maglione tonalità gioiello, sul quale sono immancabili le tracce di qualcosa che ci è finito sopra mentre mangiava».

Fisher ha accolto Twilley in un ufficio pieno di libri, modelli e cianfrusaglie, e si è presentato come «un uomo del rinascimento, dalla grande creatività e dalle molte passioni», che tra le altre cose si diletta con i mosaici e sta scrivendo un romanzo che parla di astronauti, dell’ammiraglio Nelson e di cavalieri arturiani. Twilley ha confessato di non capire se ci senta poco o abbia solo la tendenza a ignorare le domande che non ritiene interessanti. Ha scritto che predilige «uno stile di conversazione socratico» (fa molte domande) e che chi ci lavora insieme lo descrive come un gran professionista, ma anche come una persona non semplicissima con cui avere a che fare.

Nato nel 1951, già da ragazzo Fisher creò i primi indovinelli e giochi di carte e si appassionò alla «matematica ricreativa». Studiò contabilità e lavorò per alcuni anni in una multinazionale del settore manifatturiero, occupandosi dell’aumento della produttività e dell’efficienza. Intanto si interessava sempre più ai labirinti, tra le altre cose realizzandone uno nel giardino della casa di famiglia. Aveva ancora meno di trent’anni e ha ricordato che quel primo labirinto «piaceva molto agli amici, spesso piuttosto ubriachi».

Si appassionò talmente tanto ai labirinti che con un socio fondò Minotaur Design, una società per progettarli. Ben presto si rese conto però che i committenti mancavano: «all’inizio pensai fosse impossibile» ha detto. «Come inizi? come fai?». Intuì che, come ha sintetizzato Twilley, «se voleva fare labirinti, prima doveva far sì che la gente volesse labirinti».

Decise quindi di scrivere una lettera che fu pubblicata sul Times, nella quale tracciò una breve storia dei labirinti e in cui si presentò come un «consulente» in materia. Poco dopo fu contattato da un’ex attrice sposata con un magnate del settore chimico, la quale lo invitò per un tè e gliene commissionò uno per una tenuta in stile Tudor nell’Oxfordshire.

Era il 1980 e Fisher le fece poi avere per lettera il disegno fatto a mano di un labirinto circolare «formato da sette anelli concentrici con al centro una meridiana» che si ispirava alla tradizione cristiana e che per essere “risolto” richiedeva controintuitivamente di allontanarsi più volte dal centro. Una volta realizzato, il labirinto piacque, attirò una certa curiosità e portò a nuove richieste. «Fisher», ha scritto Twilley, «chiese un prestito, comprò un computer, una stampante, un’auto di seconda mano e si reinventò come disegnatore di labirinti a tempo pieno».

Non erano molti altri a farlo. Prima del Novecento, i labirinti erano piuttosto diffusi, prima come metafore dei quesiti filosofici o religiosi che interessano l’umanità e poi anche come semplici decorazioni e passatempi: per chi li faceva ma anche per chi, osservando dall’alto delle finestre e dalle terrazze delle proprie ville, si gustava il vagabondare di chi ci era dentro. Il New Yorker cita un saggio del 1922 sulla storia dei labirinti, ma come ha spiegato Saward c’è tuttavia parecchia confusione: «la storia dei labirinti è a sua volta un labirinto».

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Negli anni Sessanta del Novecento, in parte grazie all’arte e alla letteratura, si iniziarono a vedere i primi segni di un ritorno d’interesse. All’epoca esisteva un altro esperto di labirinti britannici: un certo Greg Bright, che in breve tempo si fece notare per i suoi progetti «deliberatamente diabolici», ma che dopo averne fatti alcuni all’aperto si dedicò a quelli su carta – peraltro rifiutando una lucrativa offerta della Disney – e che, ha scritto Twilley, «nel 1979 sparì, senza mai pubblicarne o realizzarne altri».

Negli anni Ottanta Fisher trovò quindi terreno relativamente fertile per la sua attività, in un’occasione occupandosi tra l’altro di semplificare un labirinto fatto proprio da Bright, da Fisher definito «molto feroce e molto ostile». Alle richieste britanniche si aggiunsero quelle dal resto del mondo, a quelle di classici labirinti di siepi altre più innovative: come quello verticale a Dubai (sulla facciata di un palazzo, non percorribile dagli umani) o uno, piccolissimo, per un tatuaggio. Secondo Twilley, «Fisher ha contribuito a inventare i labirinti nel grano» e ha inoltre «reintrodotto i labirinti di specchi».

Ne ha fatti alcuni contenenti citazioni religiose, altri più bizzarri (per esempio uno con un lago, un vulcano artificiale e con una «camera di sicurezza» per una principessa mediorientale). Nel mondo, i labirinti di Fisher sono in 42 paesi: uno, il più grande del mondo, è a Ningbo, in Cina, e ce n’è un altro che tocca tre stati, realizzato al confine tra Paesi Bassi, Belgio e Germania.

In genere, i suoi labirinti continuano a farsi notare perché è spesso necessario allontanarsi dal centro e da quella che si ritiene la direzione giusta per uscirne. Perché presentano alcuni tratti relativamente lunghi in cui non si deve fare altro che camminare dritti, per concedere una breve tregua ai dubbi di chi li percorre. Spesso ci sono poi statue o strutture ripetute uguali più volte, così da ingannare le persone. In molti casi sono poi pensati per essere a loro modo aggreganti e associativi, cioè per far sì che più persone finiscano in uno stesso punto. Del labirinto nel suo giardino, Fisher ha detto che è uno strumento «perfetto per le feste», per come facilita l’interazione tra invitati».

Fisher ha detto inoltre di ritenere che la sua attività da progettista di labirinti sia per molti versi simile a quella di uno scacchista, nella misura in cui richiede «di pianificare le mosse in anticipo», e ha aggiunto che – a differenza di quelli più perfidi di Bright – i suo labirinti sono «fatti per intrattenere» e sono pensati per potere essere risolti «appena prima che non se ne possa più».

Twilley, che ha passato un’ora intera a percorrere insieme a Fisher un suo labirinto «grande quanto mezzo campo da calcio» ha scritto che è un’esperienza che non si sente di consigliare a nessuno. Lui infatti le diceva che, avendolo disegnato nel 2004, non si ricordava più com’era fatto, ma lei aveva la sensazione che la stesse solo prendendo in giro e mettendo alla prova.

A parte questo, Fisher ha detto a Twilley di non avere alcuna intenzione di ritirarsi dalla sua attività, e ha anche raccontato che il suo interesse per far perdere tempo alle persone è andato di pari passo con quello per fargliene guadagnare. Negli anni Ottanta propose per esempio una nuova mappa per semplificare la rappresentazione delle varie linee dei bus di Londra: fu rifiutata, ma poco dopo ne fu adottata una che aveva evidentemente preso spunto dalla sua proposta. Un’altra sua proposta, anche questa rifiutata, prevedeva di sostituire con dei numeri i nomi delle stazioni della metropolitana di Londra. Come ha detto a Twilley lo storico d’arte e appassionato di labirinti Bret Rothstein «essere esperto nell’ottimizzazione dei percorsi fa di te anche un esperto nel suo opposto». Tra le due cose, comunque, Fisher si è senza dubbio specializzato nella seconda.

A conclusione di un complesso discorso sull’utilità dei labirinti, tra le altre cose in certi esperimenti con animali o per le loro funzioni metaforiche, Twilley ha scritto: «anziché cercare da solo di ottimizzare tempi e spostamenti di un paese, Fisher ha scelto una strada più semplice, seppur donchisciottesca: costruire labirinti che incoraggiano milioni di persone a sperimentare un diverso modo di approcciarsi ai problemi».

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