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Perché l’homepage del Post era rivestita da un preservativo?

Le campagne comunicative e i simboli della lotta all'AIDS a quarant'anni dalla sua scoperta

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Il primo dicembre la homepage del Post era un po’ diversa dal solito. Quando si accedeva per la prima volta al sito, infatti, la pagina appariva rivestita da un preservativo rosso. Il motivo era una campagna di sensibilizzazione di Durex in occasione della giornata mondiale contro l’AIDS, che ricorre ogni anno proprio il primo dicembre e che fu ideata nel 1988, durante il summit mondiale dei ministri della Salute sui programmi di prevenzione per l’AIDS.

Quest’anno la ricorrenza è simbolicamente importante, perché sono trascorsi quarant’anni da quando la malattia fu descritta per la prima volta: nessuno ancora la conosceva e non aveva un nome. Più precisamente, avvenne il 5 giugno 1981 sul bollettino epidemiologico settimanale dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), il più importante organo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti. Il bollettino segnalava cinque casi di polmonite da Pneumocystis carinii, che generalmente interessa persone con il sistema immunitario compromesso. I cinque casi in questione erano giovani uomini di Los Angeles che in precedenza non avevano avuto problemi di salute. Erano tutti e cinque omosessuali e due di loro erano morti prima della pubblicazione del bollettino.

Il 5 giugno 1981 viene quindi considerato convenzionalmente come la data in cui cominciò l’epidemia di HIV, il virus dell’immunodeficienza umana che causa l’AIDS (acronimo di Acquired Immuno Deficiency Syndrome), lo stadio clinico avanzato dell’infezione. Come spiega il sito del ministero della Salute, il virus attacca e distrugge un tipo di globuli bianchi responsabile della risposta del sistema immunitario contro virus, batteri, protozoi, funghi e tumori. L’HIV può trasmettersi quando il virus – contenuto in liquidi biologici quali sangue e suoi derivati, sperma e secrezioni vaginali, latte materno – entra nel corpo di un’altra persona attraverso ferite della pelle o lesioni non visibili della mucosa.

In questi quattro decenni si sono susseguite diverse campagne di comunicazione per sensibilizzare sull’AIDS e per prevenire la trasmissione dell’infezione, ad esempio grazie all’uso di preservativi. Alcune erano campagne ministeriali, realizzate soprattutto attraverso spot televisivi, spesso accusate di essere meno efficaci di quelle realizzate da enti non governativi.

Uno degli spot più famosi fu trasmesso a partire dal 1988 per un paio d’anni. Il secondo uscì nel 1990, ed è quello entrato nell’immaginario comune: le persone infettate dal virus dell’HIV venivano indicate con una sagoma viola fosforescente intorno al corpo. Altre campagne si sono concentrate sull’indecisione e i timori che le persone possono avere prima di fare un test di sieropositività, ricordando l’importanza di farlo anche per gli altri. Altre infine hanno cercato di parlare anche ai più giovani dell’uso del preservativo con un linguaggio informale e ironico, non senza polemiche. Andando avanti nel tempo, le campagne hanno introdotto testimonial e nuove consapevolezze sull’argomento.

C’è però un simbolo che non è nato appositamente per accompagnare questa giornata, né è stato creato da una campagna di comunicazione ministeriale, ma occupa uno spazio molto importante nell’immaginario comunicativo legato alla lotta all’AIDS. È il red ribbon, il nastro rosso.

Fu inventato su impulso dell’artista statunitense Patrick O’Connell, morto quest’anno a 67 anni per cause legate all’AIDS. Dopo aver scoperto di essere malato a metà degli anni Ottanta, ha raccontato il New York Times, O’Connell fondò nel 1988 Visual AIDS, un gruppo a sostegno degli artisti che convivono con la malattia, che inizialmente si riuniva nel suo loft nel quartiere di Chelsea, a New York: l’obiettivo era concepire campagne di arte concettuale per portare l’attenzione sulla malattia.

Intorno a Visual AIDS O’Connell riuscì a riunire l’attenzione e la partecipazione di molte persone, anche influenti. Questo risultò fondamentale quando nel 1991 cominciò il Ribbon Project, “il progetto del nastro”, che fu probabilmente concepito in una delle loro riunioni. Il colore rosso rappresentava il sangue, mentre il fiocco dal design scarno voleva in qualche modo creare un parallelo con il silenzio che circondava la malattia. Furono distribuiti migliaia di fiocchi rossi in giro per New York.

Poco tempo dopo l’avvio del progetto si sarebbe tenuta al Minskoff Theater la cerimonia dei Tony Awards, i più prestigiosi premi dell’industria teatrale americana: O’Connell e gli altri di Visual AIDS cominciarono a cercare agganci attraverso le loro conoscenze per poter fare apparire i nastri rossi all’evento. Alla fine il celebre attore Jeremy Irons, che conduceva la serata, comparì per la prima volta sul palco con il fiocco rosso addosso, e come lui fecero molti altri durante la serata. Da lì in poi i fiocchi rossi si diffusero ovunque, alle cerimonie degli Oscar e degli Emmy, in giro per le città statunitensi e infine in tutto il mondo.

L’AIDS ha dunque segnato gli ultimi quarant’anni, e parte di questa storia – la scoperta della malattia, le campagne, i manifesti e le opere d’arte – è stata raccolta a Milano nella mostra “40 anni positivi. Dalla pandemia di AIDS a una generazione HIV free”, organizzata dall’associazione Milano Checkpoint alla Galleria dei Frigoriferi milanesi e sostenuta tra gli altri da Durex. Si potrà visitare ancora fino al 5 dicembre.

Nonostante i molti passi avanti degli ultimi decenni, grazie ad esempio alle terapie antiretrovirali che permettono di tenere sotto controllo l’infezione, la prevenzione resta ancora un aspetto importante nella lotta all’AIDS.

Durex ha da poco presentato la sua annuale relazione dell’Osservatorio “Giovani e Sessualità”, in collaborazione con Skuola.net, che è stata realizzata intervistando un campione di 15mila giovani tra gli 11 e i 24 anni. Ne è emerso un approccio sempre più precoce al sesso – il 42 per cento ha detto di aver avuto il primo rapporto sessuale tra i 15 e i 16 anni – cui però non corrisponde un’adeguata precauzione verso comportamenti a rischio: solo il 49 per cento ha detto di usare abitualmente il preservativo nei rapporti sessuali (contro il 57 per cento del 2018).

L’indagine ha anche confermato come ancora ci sia eccessivo pudore nelle discussioni intorno alla prevenzione e ai comportamenti sessuali sani e responsabili, a partire dagli ambienti familiari: il 54 per cento dei giovani intervistati ha detto di non parlare con i genitori di prevenzione e sesso sicuro, la maggior parte cerca informazioni su internet (50 per cento), si confronta con gli amici (11 per cento) e in alcuni casi non parla con nessuno (8 per cento).

A questo si aggiunge il fatto che il 44 per cento di loro dice di non aver avuto accesso ad alcun programma di educazione sessuale a scuola: per quanto gli studenti generalmente se ne lamentino (uno su tre dice di aver sentito a scuola «cose che conosceva già»), le ricerche dell’Osservatorio Durex hanno riscontrato una maggiore consapevolezza tra i ragazzi che hanno parlato a scuola di rischi e prevenzione.

A questo proposito, sempre in occasione della giornata mondiale contro l’AIDS, Durex e Croce Rossa hanno lanciato il progetto “LoveREd”, con cui sono stati donati 92mila preservativi Durex a circa 200 scuole italiane, e distribuiti materiali informativi. In ognuno degli istituti coinvolti è stato aperto un Comitato Croce Rossa, dove lavorano giovani volontari della Croce Rossa per facilitare un approccio fra pari con gli studenti.

Sono state avviate attività formative per aiutare i ragazzi a vivere con serenità e consapevolezza la propria sessualità, a partire dalla conoscenza dei servizi disponibili sul territorio (per esempio quelli di supporto psicologico). Questa è la prima di una serie di iniziative che saranno organizzate durante l’anno scolastico, con l’obiettivo di rendere la sessualità un argomento comune tra i giovani e di cui parlare senza imbarazzo.

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