Un'operazione dei carabinieri contro il bracconaggio ittico
  • Italia
  • mercoledì 17 Novembre 2021

Il problema della pesca di frodo nei fiumi del nord Italia

Bande di bracconieri ittici operano soprattutto nel delta del Po con storditori elettrici e reti proibite, distruggendo l'ecosistema

Un'operazione dei carabinieri contro il bracconaggio ittico

Da ormai una decina d’anni nei fiumi e canali del nord Italia è diffuso il fenomeno del bracconaggio ittico, cioè della pesca di frodo: l’ultima operazione dei Carabinieri del corpo Forestale è di qualche giorno fa in provincia di Parma, dove due pescatori-bracconieri sono stati fermati sul Rio Puntone Nero, nel comune di Bedonia, mentre utilizzavano un elettrostorditore per catturare decine di pesci, in pochi minuti e con estrema facilità.

Il fenomeno è diffuso in Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna e soprattutto nel delta del Po. I bracconieri ittici provengono in larga parte dalla Romania e da altri paesi dell’est Europa come Bulgaria e Moldavia. In due o tre ore riescono a pescare anche 500-600 chili di pesce. Nelle reti finiscono carpe, pesci siluro, lucioperca, temoli russi, carassi. Sono destinati ai banchi dei mercati dell’est Europa oppure, e non è raro, anche a qualche mercato italiano. Del fenomeno si è occupato poco tempo fa, con un articolo, anche il Guardian.

Le bande di pescatori di frodo si sono spartite il territorio, non entrano mai in contrasto tra loro e hanno confini ben definiti. Ogni gruppo è composto da 10-15 persone, divise in due squadre. I bracconieri arrivano sull’argine del fiume, di notte, e gonfiano un gommone. Quindi mettono in funzione l’elettrostorditore, un congegno piuttosto semplice composto da una batteria per automobili collegata a un trasformatore regolabile. L’elettricità viene fatta passare attraverso due cavi, in tensione, muniti di interruttore e collegati a un’asta di metallo, o a un retino metallico, con un manico di gomma. Basta immergere l’asta nell’acqua per liberare le scariche. I pesci vengono storditi e attirati verso le reti. I bracconieri, in una sola notte di pesca, riescono a catturare buona parte della fauna ittica presente in quell’area.

Spiegava in un’intervista al Mattino Stefano Testa, tenente colonnello della sezione operativa antibracconaggio dei carabinieri: «Il pesce corre lungo la linea di forza e viene raccolto. Oppure sale a galla e viene recuperato successivamente». Un altro gruppo è incaricato di portare il pesce in un casolare abbandonato. Qui avviene una prima sommaria lavorazione, poi i pesci vengono caricati, in cassette colme di ghiaccio, su furgoni diretti nell’est Europa. Le norme igieniche e sanitarie sono totalmente assenti. Le certificazioni per i prodotti trasportati sono spesso false.

«I pesci siluro, che nelle nostre acque possono superare i due metri e i 100 kg, vivono nel fondo dei fiumi. Gli studi hanno evidenziato che sono altamente inquinati, assorbono e trattengono nel grasso le sostanze tossiche disperse nelle acque dei fiumi», dice al Post Marco Falciano, guardia giurata ittica volontaria che opera nella zona di Ferrara. «Sono pesci che, se mangiati, possono nuocere alla salute e che non vanno a finire solo nei mercati ittici dell’est Europa ma anche in quelli italiani, con certificazioni false o “comprate”».

Pesci siluro pescati di frodo nel delta del Po sono strati trovati sui banchi dei mercati a Roma, Bologna, Milano.

Un’operazione dei carabinieri contro il bracconaggio ittico

Il siluro è un pesce allogeno (cioè introdotto dall’esterno), presente nelle acque italiane da circa 50 anni. Divora tutto ciò che trova, distrugge la fauna ittica, e vive più a lungo degli altri pesci presenti nei fiumi del nord Italia. Per questo negli anni passati era stata incentivata la caccia a questa specie: ce ne sono troppi e sono dannosi. Il problema è che i bracconieri li catturano per venderli come alimenti. Avere meno pesci siluro in acqua è positivo ma se finiscono sulle tavole dei consumatori il rischio per la salute è concreto. «Senza contare», aggiunge Marco Falciano, «che i mezzi utilizzati dai bracconieri non fanno distinzioni: si uccidono pesci siluro ma allo stesso tempo carpe, lucci, gamberi, granchi d’acqua dolce. Dove passano i bracconieri viene distrutto tutto l’ecosistema».

«La situazione è migliorata rispetto a qualche anno fa», dice al Post Gianluca Veronesi, presidente dell’associazione Amici della Golena, un gruppo di pescatori impegnati, nella zona del Casalasco, Bassa Cremonese, nella vigilanza anti bracconaggio. «Abbiamo pattugliato questa fetta di territorio segnalando molti bracconieri ai carabinieri. È un lavoro duro: lo facciamo di notte, tra le 23 e le 5 del mattino. Grazie alla nostra vigilanza molti bracconieri se ne sono andati in altre zone, oppure all’estero. Certo, purtroppo il fenomeno è ancora presente. E qui non esiste una polizia fluviale, ci sono carabinieri forestali che si danno un gran da fare ma non hanno nemmeno un natante. Metteremo a disposizione il nostro, che tra poco avremo».

Oltre all’elettrostorditore a essere utilizzate sono anche le reti a tramaglio. Si tratta di reti rettangolari con tre livelli di maglie di diversi diametri che restano ben tese grazie a pali fissati sul fondo o alle sponde. Una rete regolare può essere lunga, per legge, fino al massimo di 25 metri, le reti dei bracconieri sono lunghe centinaia di metri. A maggio nel canale Brian, a San Donà di Piave, è stata individuata una rete alta due metri e lunga 100 in cui erano rimaste imprigionate carpe, un pesce siluro di 50 chili e numerose tartarughe. «Qui nel cremonese trovammo una rete di 700 metri», dice Gianluca Veronesi. Nel canale di Ostellato, in provincia di Ferrara, fu sequestrato un tramaglio di quattro chilometri.

È frequente anche l’uso di fertilizzanti agricoli sparsi nell’acqua, per creare una carenza di ossigeno: il pesce nascosto nelle buche o nelle tane tra i canneti viene spinto a muoversi e va inesorabilmente verso le reti. Anche in questo caso i danni ai corsi d’acqua sono enormi.

Nel nord Italia il fenomeno è diventato importante a partire dal 2012, quando quella che in Romania viene chiamata “mafia del pesce” iniziò a spostarsi verso i corsi d’acqua italiani. Il delta del Danubio, dove agivano prima i bracconieri, nel 2012 fu infatti riconosciuto riserva della biosfera e patrimonio dell’Unesco. I controlli aumentarono e così le pene per chi veniva trovato a pescare di frodo. In Romania si rischiano oggi fino a quattro anni di carcere per il bracconaggio ittico e agiscono 12 corpi speciali impegnati nella tutela dell’ambiente.

Delta del Danubio e delta del Po hanno caratteristiche simili. I bracconieri rumeni, provenienti soprattutto dalla provincia di Tulcea, hanno trovato condizioni ambientali estremamente favorevoli. Ai rumeni si sono uniti ungheresi, albanesi e moldavi. In Italia il pesce d’acqua dolce non ha grande mercato. Ha molto mercato, invece, nei paesi dell’est, in alcune zone mediorientali e dell’Africa, dove pesci siluro e pesci gatto sono molto richiesti. Del pesce siluro vengono commercializzate anche le uova, lavorate e salate e spesso spacciate per caviale, che invece viene dallo storione.

Un pesce siluro pescato nelle acque del Po (Foto Movimento Gruppo Siluro)

Secondo uno studio dell’università di Ferrara, in otto canali del delta del Po c’è stata una diminuzione del 30 per cento delle specie ittiche presenti, e cioè pesce siluro e carpa. Il volume d’affari del business illegale in Italia è intorno ai 5-6 milioni di euro l’anno. Con enormi danni ambientali. Ogni azione di pesca di frodo permette di catturare anche 20 quintali di pescato venduto poi fino a 10 euro al chilo. Ha detto il tenente colonnello Testa al Guardian: «Riuscite a immaginare un’azienda normale che abbia così tanto profitto con un investimento così basso?».

A contrastare le attività dei bracconieri sono stati ultimamente soprattutto i carabinieri forestali. Ma molto hanno fatto anche le guardie volontarie che percorrono in barca i fiumi di notte per individuare i bracconieri e segnalarli alle autorità. Negli ultimi mesi del 2020 il nucleo carabinieri di Rovigo ha portato a termine una importante operazione, denominata Gold River: 14 persone, 13 rumeni e un ungherese, sono state iscritte nel registro degli indagati. I reati ipotizzati, come venne scritto nel comunicato dei carabinieri, erano «il maltrattamento di animali e il bracconaggio ittico, il deterioramento di habitat e pregiudizio della popolazione acquatica e la frode in commercio, poiché nel corso dell’attività è stata rinvenuta documentazione falsa in merito alla tracciabilità del prodotto ittico, di cui in realtà non si conosceva l’origine».

Inoltre, i carabinieri hanno accertato che parte del pesce sequestrato dal personale del Servizio veterinario, sebbene non idoneo al consumo umano, «veniva immesso nel commercio alimentare, comportando gravi rischi per la salute dei consumatori».

Non è facile monitorare i 1.400 chilometri quadrati del delta del Po, ma negli ultimi mesi sono stati fatti molti passi avanti. I controlli sono diventati più stringenti, tanto che alcuni gruppi di bracconieri hanno spostato il loro raggio d’azione verso i corsi d’acqua del centro Italia. Da mesi inoltre è fermo al Senato un disegno di legge che inasprisce le sanzioni in materia di bracconaggio e stabilisce un generale divieto di pesca professionale, consentendola però in molte acque dolci, cioè in tutti quei bacini dove storicamente ha una tradizione, un indotto economico e una filiera enogastronomica da preservare, oltre che in tutte le acque salmastre e lagunari dove operano solitamente i pescatori di professione.

In pratica, spiega la Fipsas, Federazione italiana pesca sportiva a attività subacquee, «oltre che nelle acque lagunari e salmastre, si potranno continuare a calare reti e nasse in tutti quei laghi italiani dove la pesca professionale ha una rilevanza evidente e dove era già precedentemente esercitata in base alle rispettive normative territoriali». Per la federazione, che riunisce il maggior numero di pescatori sportivi, le nuove norme, più dure, sono l’unico mezzo per contrastare il bracconaggio che mette in pericolo la pesca sportiva e il suo indotto. Si tratta di 2 milioni di persone, mille punti vendita e un giro d’affari di circa 400 milioni di euro l’anno. Altre associazioni sono invece fortemente contrarie alle nuove norme perché finirebbero per penalizzare proprio quel settore che  vorrebbero tutelare.

Attualmente il reato di bracconaggio è inserito nell’articolo 40 della legge 154 del 2016 che prevede ammende da 2.000 a 12.000 euro e pene detentive fino a due anni. «Non è un deterrente sufficiente», dice Marco Falciano, «ma non sarebbero nemmeno necessarie nuove leggi se venisse contestato ai bracconieri il reato di associazione a delinquere, che prevede pene decisamente più consistenti. Si tratta di vere organizzazioni criminali che si occupano di tutta la filiera, dalla pesca fino alla falsificazione dei documenti di trasporto e al commercio nei mercati ittici, anche italiani».