Da mesi a Camogli si prova a dare un nome a centinaia di morti

Sono i resti delle salme recuperate in mare dopo il crollo del cimitero lo scorso febbraio: un'indagine lunga e delicata

La frana che ha provocato il crollo del cimitero di Camogli (Vigili del Fuoco)
La frana che ha provocato il crollo del cimitero di Camogli (Vigili del Fuoco)

Sul cancello del cimitero di Camogli sono stati appesi biglietti, disegni e alcuni nastri bianchi con i nomi delle persone morte le cui salme non sono state ancora identificate, dopo il crollo di un’ala con centinaia di loculi: i resti sono stati recuperati, hanno un numero ma ancora non sono stati riconosciuti. Lo scorso 22 febbraio, un lunedì, erano passate da poco le 15 e aveva appena smesso di piovere, e già durante la mattinata erano state notate diverse fratture nella falesia che sosteneva parte del cimitero a picco sul mare del golfo Paradiso, nella riviera di Levante, in provincia di Genova. «Sta andando giù», dice un uomo nel video che documentò il crollo. Centinaia di bare e urne finirono disperse trenta metri più sotto, nel fango e nel mare.

Il recupero iniziò poche ore dopo e durò per settimane, ma il lavoro più delicato non è ancora concluso e riguarda il riconoscimento di centinaia di corpi, da identificare prima di tumularli nuovamente.

È un’indagine complessa e faticosa, inedita nella storia recente italiana. Negli ultimi mesi alcune esperte del dipartimento di medicina legale dell’ospedale San Martino di Genova hanno incrociato le informazioni fornite dalle famiglie e sono riuscite a identificare i primi corpi. Cinquantotto morti erano già stati riconosciuti, manca poco per dare un nome ad altri 130. È molto più complicato invece riuscirci con i resti custoditi nelle cassette e con le ceneri, più di duecento. In totale caddero verso il mare 415 defunti.

Bruna Capurro ricorda bene il pomeriggio in cui crollò il cimitero. Era al lavoro, durante un funerale. Capurro è titolare di una storica agenzia di pompe funebri di Camogli, incaricata dal comune di gestire la ricollocazione di centinaia di bare dopo la frana di febbraio. «Mi chiamò il sindaco e mi disse che era crollata una parte del cimitero. Lì per lì non ci credetti», racconta. «Scendemmo al cimitero molto preoccupati, solo con i famigliari stretti della persona di cui era appena stato celebrato il funerale. Dopo aver completato il servizio funebre andammo subito verso il mare per trasportare le casse che erano già state recuperate. La giornata si concluse molto tardi. Era buio, lavorammo con la luce degli smartphone».

Le ricerche delle bare e dei corpi durarono a lungo anche a causa del pericolo di nuovi crolli. Nelle settimane successive i vigili del fuoco impiegarono sommozzatori, elicotteri, droni subacquei, sonar; il tratto di mare venne circoscritto e chiuso per impedire che le correnti trasportassero al largo i corpi. Un lavoro paziente e pietoso per dare un conforto alle famiglie che nel frattempo si erano costituite in un comitato chiamato “Caligo su Camogli”. Caligo è la parola che indica la nebbia generata dal mare, tipica all’inizio della primavera quando le masse di aria tiepida vengono a contatto con l’acqua ancora fredda. Secondo le credenze popolari, il caligo è la nebbia che accompagna le anime verso l’aldilà.

(Vigili del Fuoco)

Le bare intatte vennero messe in un tendone, le altre – centinaia – nella camera mortuaria del cimitero dove si trovano tuttora. Ad aprile è stata firmata la convenzione tra il comune e il dipartimento di Medicina legale dell’ospedale San Martino di Genova per il riconoscimento dei corpi, anche attraverso l’esame del DNA.

Per identificare i corpi sono molto importanti le informazioni recuperate dalle famiglie, a cui è stato chiesto di compilare una scheda “ante mortem”, molto dettagliata, per trovare elementi utili a evitare l’esame del DNA, più lungo e complesso. Sono stati chiesti dati come altezza e corporatura, segni fisici distintivi come colore dei capelli, barba o baffi, cicatrici, tatuaggi, evidenti malformazioni. Alcune famiglie sono riuscite a fornire la documentazione medica di protesi o dispositivi come pacemaker in cui era ancora riportato il numero di serie.

Il dipartimento di medicina legale ha chiesto di indicare anche fratture, eventuali esami radiologici fatti in vita, rilevanti patologie pregresse o se il famigliare fosse stato sottoposto ad autopsia. Sono stati indicati anche eventuali difetti dentali. Nella scheda sono stati inseriti disegni del corpo e delle mani in cui indicare possibili segni distintivi utili al riconoscimento. Infine, è stato chiesto di ricordare quali vestiti indossasse la persona defunta, se avesse gioielli o la fede nuziale al momento della sepoltura.

Le specialiste in medicina legale che hanno lavorato all’identificazione, Camilla Tettamanti e Francesca Frigiolini, hanno fatto una serie di raccomandazioni alle famiglie in un video pubblicato sul sito del comune, anche in vista dell’esame del DNA, necessario quando non è possibile ottenere elementi identificativi.

«È importante compilare la schede solo con le informazioni di cui si ha assoluta certezza, altrimenti i tempi si possono allungare», ha spiegato Tettamanti. «Le persone che possono aiutare a fornire informazioni genetiche sono il padre o la madre della persona da identificare, eventuali fratelli o sorelle, e i figli. L’esame del DNA è solo una delle tecniche per identificare resti umani: purtroppo la condizione precedente può inficiare questo tipo di analisi perché non sempre è possibile ottenere prelievi utili e possono esserci anche situazioni in cui non sono presenti famigliari che possano fornirci materiale genetico utile».

Secondo le previsioni, nelle prossime settimane dovrebbero arrivare i risultati delle analisi su 130 corpi che al momento sono custoditi nella camera mortuaria del cimitero. Altre ottocento bare che erano nelle aree vicino alla parte crollata sono state spostate e ricollocate in altre zone e lo stesso è stato fatto con le bare recuperate dal fango e dal mare. Capurro descrive l’esperienza come «drammatica», anche perché non è stato possibile contare su qualcuno che in Italia avesse già fatto qualcosa di simile in precedenza.

Con i resti recuperati dal mare è stato importante agire subito, per impedire che si deteriorassero ulteriormente. Per tutte le altre bare, anche quelle che sono state risparmiate dal crollo, la parte più complessa è stata ricontattare le famiglie. «Negli elenchi del comune c’erano solo numeri fissi, che nessuno ha più», spiega Capurro. «Come succede in molte comunità relativamente piccole, ci siamo trovati di fronte tantissimi casi di omonimia. Molti famigliari sono trasferiti e non è facile contattarli perché nel frattempo le loro tracce si sono perse. Inoltre molti defunti erano soli, senza figli o parenti. Rimarranno senza un nome anche i corpi che erano nei loculi risalenti all’inizio del Novecento e di cui è molto difficile ricostruire la storia e le parentele».

I defunti senza un nome potrebbero essere sepolti nello stesso luogo, con un monumento per ricordare la frana, ma al momento il comune non ha preso una decisione definitiva.

(ANSA/ GIUSEPPE RISSO)

Del crollo di parte del cimitero di Camogli si è occupata anche la procura di Genova, che nei mesi scorsi ha avviato le indagini per frana colposa. Al momento gli inquirenti coordinati dal sostituto procuratore Fabrizio Givri e dal procuratore aggiunto Paolo D’Ovidio hanno indagato due tecnici comunali che negli ultimi anni si erano occupati dei lavori di ristrutturazione. Nella perizia depositata a luglio e realizzata da Claudio Scavia, docente di geologia all’università di Torino, si parla di «quindici anni di lavori eseguiti al risparmio» nel cimitero di Camogli.

Già nel 2014 il dipartimento di Scienze della terra dell’università di Genova aveva segnalato il problema in un dossier intitolato «Proposta di valutazione della stabilità delle coste rocciose: il caso studio delle falesie tra Genova e Camogli». Nella premessa dello studio si legge che l’evoluzione di queste falesie intensamente urbanizzate «potrebbe mettere a rischio numerose infrastrutture pubbliche e private».

Il dossier contiene una serie di foto e rilievi delle pareti rocciose a rischio di crolli. Una delle ricostruzioni delle sezioni delle falesie riguarda la parte che sosteneva l’ala del cimitero crollata. Nello studio si dà conto anche dei crolli avvenuti in passato, come quello del 2008, il 30 ottobre, che «provocò lo scivolamento di un cuneo roccioso di grosse dimensioni e il crollo di vari frammenti di roccia nella falesia sottostante il cimitero di Camogli».

I due cantieri più recenti di ristrutturazione e consolidamento del cimitero risalgono al 2015 e al 2020, entrambi finanziati con i fondi destinati agli «eventi calamitosi», ma con investimenti piuttosto contenuti: 200mila e 470mila euro. Nonostante i lavori, non venne segnalato il pericolo di crollo dell’ala del cimitero sorretta dalla falesia. Anche di questo si stanno occupando i magistrati.

Dal 22 febbraio il comune ha investito 2 milioni di euro per mettere in sicurezza la parte crollata e per costruire nuovi spazi. Il cimitero è stato riaperto venerdì 29 ottobre dopo otto mesi di chiusura. Nei prossimi mesi sono in programma altri lavori.

La zona crollata è stata coperta da pannelli di metallo alti due metri e mezzo: è l’unica area dove i parenti dei defunti, una settantina, possono entrare solo accompagnati dal custode. Nella zona Nord della piana A, a ridosso dell’ala crollata, sono stati messi un cancello e una rete metallica che impediranno l’accesso in caso di allerta meteo gialla o di pioggia intensa. Alcuni sensori per osservare il movimento delle falesie sono stati posizionati sui loculi considerati a rischio e altri in tutto il tratto della costa.

«Abbiamo fatto il possibile, lavorando tutti i giorni, per consentire ai cittadini di pregare e far visita ai propri cari», ha detto il sindaco di Camogli, Francesco Olivari. «La riapertura del cimitero rappresenta, per tutta la città di Camogli, un momento davvero importante, segno non solo di un ritorno alla normalità ma anche di grande civiltà e spirito di comunità».