L'unica fotografia nota di Buddy Bolden, il secondo in piedi da sinistra.

Buddy Bolden, il primo a suonare jazz

Visse ovviamente a New Orleans, suonò della musica irresistibile che non ci è arrivata, e morì novant'anni fa in un manicomio

di Stefano Vizio
L'unica fotografia nota di Buddy Bolden, il secondo in piedi da sinistra.

Sappiamo pochissimo dell’uomo a cui la maggior parte degli storici della musica attribuiscono le principali responsabilità nell’invenzione del jazz. Si chiamava Charles Bolden, era soprannominato “Buddy”, visse a New Orleans tra l’Ottocento e il Novecento e di lui è rimasta soltanto una foto, e nessuna registrazione né musica scritta. Nacque probabilmente nel 1877 e morì il 4 novembre 1931, novant’anni fa, dopo aver trascorso metà della sua vita in un manicomio.

Molto raramente, nella storia della musica, singoli individui sono responsabili da soli di grandi innovazioni, che invece sono sempre il frutto delle sperimentazioni e delle reciproche influenze di gruppi più o meno ampi di musicisti, di solito accomunati dall’età e dalla provenienza. Fu così anche per il jazz, che nacque in una città che alla fine dell’Ottocento era diversa da tutte le altre, negli Stati Uniti. New Orleans aveva una storia legata alla dominazione coloniale francese prima e spagnola poi, e che soprattutto fin dal Settecento era abitata in buona parte dalle persone deportate in schiavitù dall’Africa occidentale e dai loro discendenti.

Il contesto culturale che si sviluppò nell’Ottocento fu quindi il risultato di uno straordinario sovrapporsi e mescolarsi di culture diversissime, che diede origine tra le altre cose alla cultura creola. Era un termine con cui inizialmente si indicavano le persone nate in Louisiana da genitori europei, e che poi andò a definire più genericamente – e un po’ impropriamente – la popolazione meticcia di lingua prevalentemente francese e di religione cattolica. New Orleans era la più vivace città del Sud, un posto in cui i costumi erano spiccatamente emancipati e libertini in un contesto, quello degli Stati Uniti dell’Ottocento, assai puritano.

Era anche una città in cui migliaia di afroamericani vivevano in povertà estrema, in condizioni di schiavitù prima della Guerra civile e di profonda segregazione dopo, per via delle leggi Jim Crow. Per le donne spesso la prostituzione era l’unica strada per guadagnarsi da vivere, e i molti bordelli in cui lavoravano diventarono dei luoghi di socialità e spettacolo nel Quartiere Francese, la zona dove si concentrava la popolazione di origine africana. Appena più a nord c’era Congo Square, una piazza che venne chiamata così perché per decenni la domenica fu il ritrovo degli schiavi africani, che vi si riunivano per cantare, suonare e ballare la loro musica tradizionale.

I ritmi africani e caraibici, il blues e il gospel cantati dagli schiavi nelle piantagioni di cotone, il ragtime suonato dai pianisti e dagli intrattenitori neri nei bordelli e nei locali notturni, le marce suonate ai funerali delle bande di strada: tutti questi stili si mischiavano continuamente e ogni sera a New Orleans, dove vivevano e lavoravano migliaia di musicisti. E nei primi anni del Novecento il trombettista Buddy Bolden diventò il più famoso dei musicisti neri della città.

Suonava più forte degli altri e amava improvvisare – forse perché non sapeva leggere la musica – e questo lo portava continuamente a passare da un genere all’altro. Per mantenersi suonava il valzer, la mazurca, la polka, gli spiritual, ma presto arrivò a sviluppare uno stile soltanto suo, che ebbe uno straordinario successo perché diverso da tutto il resto, in una città in cui le novità e la varietà musicale non mancavano. Intorno al 1906 Bolden era il musicista nero più famoso di New Orleans, e i bambini si ritrovavano fuori da casa sua la mattina per sentirlo mentre si esercitava.

A Bolden è attribuita in particolare l’invenzione del “Big Four”, una forma ritmica che cambiava quella tradizionalmente adottata dalle “marching band” perché introduceva una sincope – cioè uno spostamento dell’accento, che a sua volta è un momento della battuta sottolineato dalla sezione ritmica con maggiore intensità – sull’ultimo quarto della battuta.

Come ha spiegato il trombettista e divulgatore Wynton Marsalis nel documentario di Ken Burns Jazz, quella innovazione apparentemente semplice cambiò radicalmente la musica che si suonava in quegli anni a New Orleans. Perché, in breve, ne cambiò le regole, le strutture e il perimetro. Mettendo le basi per quello che, anni dopo, qualcuno avrebbe cominciato a chiamare jazz.

Se prima le strutture ritmiche delle bande di strada avevano ancora un’impostazione molto tradizionale, legata alle marce militari o alle istituzioni accademiche o sportive, con l’introduzione del “Big Four” per i musicisti si ampliarono da subito le possibilità. Su quel ritmo nuovo, infatti, era possibile applicare al contesto di una grande banda l’approccio più libero, più musicale, più ritmato, più espressivo della musica nera che si era sviluppata nei decenni precedenti nel Sud degli Stati Uniti.

Gli ottoni delle band cominciarono perciò a suonare una musica che mescolava tradizioni legate in precedenza prevalentemente al canto, alle chitarre o al pianoforte, come il ragtime, il blues e il gospel. Erano tradizioni musicali in cui l’improvvisazione aveva un ruolo importante, se non primario, e da allora inventare sul momento le melodie diventò una possibilità anche per i trombettisti, i clarinettisti, i sassofonisti o i trombonisti. Non si può sapere con certezza se sia stato proprio Bolden a inventare il “Big Four”, ma sappiamo che fu lui a renderlo famoso con la sua band, che aggiunse le chitarre alla sezione ritmica e riservò ai fiati il ruolo di strumenti solisti.

Bolden alla tromba e gli altri ottoni della sua band suonavano molto forte, su ritmi forsennati, improvvisando i temi e andando principalmente “a orecchio”. Il pubblico ne andava pazzo: una delle composizioni più celebri attribuite alla sua band è “Funky Butt”, letteralmente sedere puzzolente, chiamata così per l’effetto stalla che si creava nelle sale da ballo quando le persone si agitavano sui ritmi e le melodie mai sentiti prima della band di Bolden. L’espressione funk entrò nel gergo della musica nera americana, e decenni dopo sarebbe stata usata per indicare un intero genere.

Bolden fu il musicista più richiesto di tutta New Orleans per una decina d’anni, tra la fine dell’Ottocento e il 1907. All’epoca l’industria discografica era appena nata, e nemmeno si chiamava così perché il supporto prevalente erano i cilindri fonografici, visto che i dischi lo sarebbero diventati dal decennio successivo. Sarebbero dovuti passare ancora una decina d’anni prima che a qualcuno venisse in mente di registrare un disco jazz (che peraltro fu di una band di imitatori bianchi). Bolden quindi non fu mai registrato, e visto che non usava gli spartiti conosciamo la sua musica soltanto per sentito dire, o nelle versioni che furono incise da altri a partire dagli anni Venti.

Dopo pochi anni di successo, Bolden iniziò a stare male. Beveva molto, sviluppò una dipendenza e diventò scontroso, violento e paranoico. Iniziò a saltare i concerti, o ad abbandonare quelli che iniziava, e tra il 1906 e il 1907 fu arrestato varie volte, perfino su richiesta della madre impaurita dai suoi attacchi d’ira. Appena trentenne, Bolden fu portato al Louisiana State Insane Asylum, dove gli fu diagnosticata la schizofrenia: rimase in manicomio per oltre vent’anni, fino alla sua morte, il 4 novembre 1931. Si sa che venne sepolto allo Holt Cemetery, ma la sua tomba non è mai stata individuata.