Una targa in ricordo di Serena Mollicone ad Arce. (Fabrizio Corradetti/LaPresse)
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  • mercoledì 15 Settembre 2021

Il nuovo processo sul vecchio omicidio di Serena Mollicone

Vent'anni dopo ci sono nuove testimonianze sul ruolo dei carabinieri della caserma di Arce accusati di avere ucciso la 19enne

Una targa in ricordo di Serena Mollicone ad Arce. (Fabrizio Corradetti/LaPresse)

Nuove testimonianze emerse in un processo riaperto nei mesi scorsi stanno aggiungendo dettagli e ipotesi alla storia dell’omicidio di Serena Mollicone, uccisa vent’anni fa ad Arce, un paese di poco meno di 6.000 abitanti in provincia di Frosinone. Nel giugno del 2001, la 19enne Mollicone fu trovata morta in un bosco: secondo l’accusa il giorno prima era entrata nella caserma dei carabinieri di Arce, e non ne era più uscita in vita.

L’anno scorso, dopo nuove indagini e nuove scoperte, furono rinviati a giudizio l’ex maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, ai tempi dell’omicidio comandante della stazione di Arce, la moglie Annamaria, il figlio Marco, Vincenzo Quatrale, all’epoca sottufficiale, e l’appuntato Francesco Suprano. Il processo è iniziato lo scorso marzo. La famiglia Mottola e Quatrale sono accusati di concorso in omicidio, quest’ultimo anche di istigazione al suicidio di un brigadiere della stessa stazione. Suprano è accusato di favoreggiamento. L’ipotesi del pubblico ministero, Beatrice Siravo, è che la ragazza sia stata aggredita nei locali della caserma dei carabinieri di Arce e poi assassinata in un altro luogo. Tutti gli imputati respingono le accuse.

Serena Mollicone aveva 19 anni, studiava a Sora, era all’ultimo anno dell’istituto psico-pedagogico Vincenzo Gioberti. La mattina di venerdì 1° giugno 2001 prese un autobus per andare all’ospedale di Isola Liri dove aveva appuntamento per una radiografia. Al termine dell’analisi tornò ad Arce. Alcuni testimoni dissero di averla vista in piazza Umberto. Nel pomeriggio il padre Guglielmo (la madre era morta qualche anno prima), maestro elementare, non vedendola tornare si rivolse alla stazione dei carabinieri. Il corpo della ragazza venne trovato da alcuni volontari due giorni dopo, domenica, in un bosco a circa otto chilometri da Arce.

Serena Mollicone. (TG3/ANSA/DEF)

Il giorno prima quella stessa zona era stata perlustrata, senza risultato, dai carabinieri. Serena Mollicone era coperta da foglie e arbusti, mani e piedi erano legati da fascette; la testa era in una busta di plastica, stretta all’altezza della bocca da vari giri di nastro adesivo, che la bloccava anche in altre parti del corpo assieme a del filo di ferro legato a un arbusto. L’autopsia stabilì che la ragazza era morta per asfissia. A pochi metri dal corpo i carabinieri della stazione di Fontana Liri trovarono un rotolo di nastro isolante finito, un paio di forbici, una matassina di color rosso di fil di ferro.

Il maresciallo Gaudio, del reparto radiomobile di Pontecorvo, cittadina a 15 chilometri da Arce, venne incaricato di effettuare una perquisizione a casa Mollicone. «Tre giorni dopo la perquisizione», ha testimoniato il maresciallo durante il processo, come riportato dal sito Ciociaria Oggi, «venne trovato il telefono di Serena nel primo cassetto del comò. Quel comò però lo avevamo già aperto. Venimmo anche a sapere che in un cassetto, non so di che stanza, era stata trovata una piccola parte di hashish. Ma quando avevamo fatto l’ispezione il 3 giugno non avevamo trovato nulla». Sul telefono era stato memorizzato il numero 666, associato al nome Diavolo. Secondo gli inquirenti a inserire quel numero furono gli stessi che fecero ritrovare il telefono a casa Mollicone e che tentarono così di accreditare una improbabile pista satanica.

Fu la prima anomalia, ma ne seguirono altre. Il 9 giugno si tennero ad Arce i funerali di Serena Mollicone. Durante la cerimonia un’auto dei carabinieri si fermò davanti alla chiesa, due militari entrarono e si avvicinarono al padre della vittima chiedendogli di seguirli in caserma. Il motivo, spiegato solo dopo, era che Guglielmo Mollicone doveva apporre la firma al verbale di ritrovamento del telefonino di sua figlia. Per giustificare il fatto di aver prelevato l’uomo nel mezzo della cerimonia, il maresciallo Franco Mottola disse anni dopo che a dare l’ordine fu il procuratore di Cassino, Gianfranco Izzo, cosa che quest’ultimo ha sempre smentito. Si trattò, secondo Izzo, di un tentativo di far convergere le attenzioni dell’opinione pubblica sul padre della vittima.

La caserma di Arce. (ANSA/ANTONIO NARDELLI)

Il 6 febbraio 2003 venne arrestato un carrozziere di Arce, Carmine Belli. In uno scatolone nella sua officina venne trovato un biglietto con indicato un appuntamento dal dentista, lo stesso da cui andava Serena Mollicone. Portato nella caserma dei carabinieri, Belli fu interrogato a lungo. Dopo tre mesi, a fine maggio 2003, la Procura di Cassino chiuse le indagini e chiese, ottenendolo, il processo con l’accusa di omicidio volontario. Carmine Belli fu assolto in primo grado il 7 luglio 2004, verdetto confermato in Appello e poi in Cassazione nel 2006. Contro di lui non c’era nessuna prova, ma trascorse in carcere 18 mesi. Belli ora è testimone nel processo di Cassino. Dice: «All’epoca c’era anche Franco Mottola a fare l’indagine. Mi interrogava, mi chiamava».

Dopo l’assoluzione di Belli le indagini, che erano rimaste ferme per due anni, ricominciarono. La Procura di Cassino chiese che venissero fatti accertamenti tra gli amici della vittima e più in generale tra i gruppi di ragazzi che si trovavano il pomeriggio in piazza ad Arce. Emerse che Serena Mollicone aveva più volte espresso la volontà di denunciare Marco Mottola, sostenendo che fosse un pessimo esempio il fatto che il figlio del comandante dei carabinieri vendesse hashish e utilizzasse, come base, proprio la caserma. Michele Fioretti, allora fidanzato della Mollicone, ha ripetuto la circostanza anche in aula, pochi giorni fa, durante il processo: «Una settimana prima di scomparire, parlando di Marco Mottola, Serena mi disse “Si fa le canne e spaccia, bell’esempio per Arce, prima o poi lo vado a denunciare”».

Nel 2008 gli inquirenti iniziarono a seguire la pista che portava alla caserma di Arce. Venne chiamato in Procura a Cassino il brigadiere Santino Tuzi che raccontò di aver visto il 1° giugno 2001 Serena Mollicone entrare nella caserma, e di non averla più vista uscire. Tre giorni dopo Tuzi ritrattò, disse anche di non aver mai visto in vita sua Serena Mollicone. L’11 aprile 2008 il brigadiere fu ritrovato morto a bordo della sua auto sul greto del fiume Liri, ad Arce. Si era sparato al petto con la Beretta d’ordinanza, disse l’autopsia.

Le indagini parlarono allora di suicidio per motivi sentimentali. Un’ipotesi a cui la figlia, Maria Tuzi, non ha mai creduto: «La morte di mio padre è strettamente legata a quella di serena Mollicone. Credo che avesse paura, che fosse stato minacciato», ha detto ai giornalisti nella pausa di un’udienza del processo. Per la morte di Santino Tuzi è indagato Vincenzo Quatrale, ora maresciallo, con l’accusa di istigazione al suicidio. Agli atti del processo ci sono gli audio dei due interrogatori di Santino Tuzi. Ha detto Maria Tuzi in un’intervista al Messaggero: «Nel primo interrogatorio mio padre è tranquillo, rivela dettagli importanti. Nel secondo è preoccupato, inspiegabilmente ritratta tutto».

Il secondo funerale di Serena Mollicone, nel 2017, dopo la riesumazione del corpo. (Fabrizio Corradetti/LaPresse)

Secondo il pubblico ministero il giorno della scomparsa di Serena Mollicone, Tuzi e Quatrale erano in caserma. Invece di denunciare quanto accaduto avrebbero compilato un falso ordine di servizio per far figurare che al momento dell’omicidio, tra le 11 e le 13.30, erano usciti per una missione. Secondo l’accusa, Quatrale negli anni successivi avrebbe esercitato pressioni su Tuzi perché non rivelasse ciò che era realmente accaduto.

Dopo la morte di Santino Tuzi, l’attenzione della procura si concentrò sulla caserma dei carabinieri. Vennero indagati il maresciallo Franco Mottola, il figlio Marco e il brigadiere Suprano. Venne prelevato loro il DNA e analisi scientifiche furono effettuate sugli abiti indossati da Serena Mollicone il giorno del ritrovamento del corpo. Il 18 febbraio 2015, dopo quattro anni di indagini, la Procura di Cassino chiese l’archiviazione dell’indagine. Angelo Valerio Lanna, giudice dell’udienza preliminare, si oppose ordinando il proseguimento delle indagini e scrisse nella motivazione che considerava «tema di approfondimento l’ipotesi investigativa dell’evento omicidiario all’interno della stazione dei carabinieri di Arce».

Durante un sopralluogo nella caserma di Arce vennero notati alcuni segni su una porta di un locale in disuso. La Procura di Cassino chiese ai periti di approfondire l’analisi. Il corpo di Serena Mollicone venne riesumato e le indagini furono affidate al laboratorio Labanof dell’Università di Milano, diretto dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo. Nella perizia che fu poi consegnata alla Procura di Cassino venne scritto che «particolare attenzione andava data alla ferita sull’arcata sopraccigliare della ragazza, da mettere in relazione a un segno di rottura su una porta della caserma individuato a 1 metro e 54 centimetri da terra».

Il criminologo Carmelo Lavorino, perito nominato dalla famiglia Mottola, obiettò: «La porta non è l’arma del delitto perché Serena era alta un metro e 55 centimetri, il segno di rottura sulla porta è a un metro e 54 mentre la ferita sull’arcata sopraccigliare di Serena è a 1 metro e 46 da terra». Secondo il laboratorio scientifico dell’università di Milano, i segni sulla porta e la ferita della Mollicone sono invece compatibili perché la ragazza indossava scarponcini e quindi era più alta di 155 centimetri, ed era stata spinta dal basso verso l’alto.

La conclusione delle investigazioni scientifiche da parte dei Ris, comunicate nel 2018, fu che Serena Mollicone era svenuta in seguito a un colpo nella caserma di Arce e che era stata uccisa successivamente. Nel luglio 2020 il giudice per le indagini preliminari decise di rinviare a giudizio le cinque persone attualmente sotto processo. L’ipotesi del pubblico ministero è che Serena Mollicone fosse andata in caserma quel giorno per affrontare Marco Mottola, che tra i due fosse avvenuta una lite violenta e che poi,in aiuto del ragazzo fossero intervenuti, con ruoli diversi, il padre, la madre e Quatrale. Due mesi prima della decisione del gip, il 3 maggio, era morto  di infarto Guglielmo Mollicone.

A testimoniare al processo è stato chiamato anche Giuseppe Pizzo, che nel 2001 era nell’Unità analisi crimini violenti della Polizia e venne inviato ad Arce per affiancare i carabinieri. Ha raccontato in aula, come riportato dal  Messaggero, che lui e i suoi colleghi concentrarono le indagini sul bar Della Valle. Simonetta Bianchi, che nel bar lavorava, disse ai poliziotti di aver visto la mattina dell’1 giugno una ragazza che sembrava Serena Mollicone parlare con un ragazzo biondo vicino a un’auto bianca.

«Mostrammo alla Bianchi una foto del funerale di Serena dove alcuni ragazzi portavano la bara e lei indicò Marco Mottola. Disse: “Questo chi è?”. Sulla scorta di queste indicazioni fu eseguita una ispezione proprio a carico di Marco Mottola. La polizia scientifica eseguì il luminol nella Lancia Y10 di Mottola e l’esito fu negativo». La Procura decise comunque di fare un confronto all’americana tra la Bianchi e Mottola: «Lei non lo riconobbe, ma era molto agitata», ha detto Pizzo in aula. Quella pista fu così abbandonata.

A testimoniare è stato anche chiamato Davide Bove, amico di Marco Mottola. Come ricorda Frosinonetoday, per vent’anni, in tre diversi verbali di interrogatorio a cui era stato sottoposto, Bove aveva detto di non ricordare che cosa stesse facendo la mattina del 1° giugno. Nell’ultima testimonianza ha detto invece che quella mattina Marco Mottola era con lui in piazza. A smentirlo ci sono i tabulati telefonici: dall’utenza fissa dell’alloggio dei Mottola in caserma quel giorno partì una telefonata verso casa Bove, un minuto e mezzo di conversazione alle 11.34, seguita sei minuti dopo da una chiamata di analoga durata da casa Bove sul cellulare di Marco Mottola.

Il presidente della Corte Massimo Capurso ha chiesto a Bove se fosse stato avvicinato da qualcuno nei giorni scorsi e indotto a dare quella versione dei fatti. Bove ha negato, ma Capurso ha deciso di trasmettere gli atti della deposizione in Procura ipotizzando la falsa testimonianza. Hanno testimoniato anche alcuni amici di Serena Mollicone che hanno parlato delle persone che Serena frequentava: tra queste, hanno detto in aula ed è stato riportato dai quotidiani locali, c’era anche Marco Mottola, leader di un gruppo di ragazzi che tra loro si chiamavano Gruppo Fantastico e che si trovavano spesso nei locali della caserma dei carabinieri, soprattutto quando i genitori erano fuori per il fine settimana. Lì, è stato più volte detto in aula, facevano uso di droghe leggere.

La prossima udienza del processo si terrà il 24 settembre. Quel giorno verrà ascoltata la registrazione di una intercettazione ambientale in cui si sentono le voci di Tuzi e Quatrale. Quest’ultimo, infatti, dopo le prime dichiarazioni di Tuzi in cui raccontava della presenza di Serena Mollicone in caserma l’1 giugno, si era reso disponibile a far installare sulla propria auto una cimice. Allo scopo, scrisse la Procura, «di carpire le conversazioni» con il collega. La difesa di Quatrale ribatte all’accusa di istigazione al suicidio: «Quel giorno Vincenzo Quatrale non era in caserma. E in riferimento alla ipotesi di accusa d’istigazione al suicidio di Tuzi, possiamo affermare che ha agito con spirito di servizio, ha rispettato un ordine imposto ed è rimasto implicato in una situazione assurda. Quatrale, quando ha parlato con Tuzi, sapeva di essere intercettato, ha fatto solo il suo dovere, non ha mai avuto nulla da nascondere».