(Sean Gallup/Getty Images)

Il problema della fila nei bagni per le donne

È il risultato di città ed edifici progettati prima a misura d'uomo, e poi in base a una parità puramente quantitativa: come si risolve?

(Sean Gallup/Getty Images)
Caricamento player

Negli ultimi anni, tra i parametri della progettazione urbanistica, si è cominciato a tenere sempre più concretamente in considerazione anche la differenza di genere: per modificare la mobilità e i trasporti di alcune città, ad esempio, ma non solo. Un aspetto preso in considerazione ha a che fare con i bagni, quelli pubblici e quelli a disposizione negli uffici, nei teatri e così via. Spesso, i servizi igienici riservati alle donne sono lontani, scomodi e, soprattutto, c’è sempre la fila. Perché?

La risposta veloce è che le città, gli spazi pubblici e gli spazi in generale sono stati costruiti a misura d’uomo, compresi i bagni. E quando si è tentato di intervenire per rimediare alle code fuori dai bagni delle donne (sulle quali c’è una specifica rivendicazione, che ha una sua storia), si è assunto come principio quello della quantità e non un principio basato sul riconoscimento della differenza, unica strategia che – come dimostrano i bagni – risulta efficace per arrivare, nella sostanza e non solo nella forma, a una reale situazione di equilibrio tra i generi.

Nel dicembre del 2015, durante un comizio in Michigan, l’allora candidato Repubblicano alle primarie statunitensi Donald Trump prese in giro Hillary Clinton perché la sera del dibattito televisivo era arrivata in ritardo sul palco, a causa del bagno per le donne che era occupato: «Non vedendola, ho pensato che avesse rinunciato. Dov’era andata? Dove se ne era andata Hillary? Hanno dovuto cominciare senza di lei. E io so dov’era andata: è disgustoso, nemmeno ne voglio parlare», ha detto parlandone.

Clinton era semplicemente andata in bagno. Perché una volta tornata, si chiedeva commentando l’episodio il New York Times, la candidata Democratica non aveva riconosciuto pubblicamente che il suo ritardo era dovuto a un’ingiustizia?

Nel 2017, il caso di una donna multata ad Amsterdam perché tre poliziotti l’avevano sorpresa a fare pipì in un vicolo, dato che il primo bagno pubblico per signore si trovava a due chilometri di distanza, si era trasformato in un dibattito più ampio sul sessismo, con tanto di proteste collettive. La capitale dei Paesi Bassi aveva infatti 35 orinatoi pubblici per uomini e solamente tre bagni pubblici per donne.

Il bagno riservato alle donne è un esempio primario, ma efficace, di quanto possa essere complicato quando si è una donna vivere in un mondo costruito a misura d’uomo.
L’usanza di costruire bagni pubblici iniziò a diffondersi nel XIX secolo. La preoccupazione principale era, allora, «quella di fornire servizi igienici per gli uomini, il cui ruolo nello spazio pubblico era accettato e anzi considerato importante per l’economia», ha spiegato la studiosa di pianificazione urbana Clara Greed: «Fin dall’inizio la fornitura di bagni pubblici per donne era vista come un di più, un lusso o, sotto altri aspetti, come un problema».

Man mano che, nel secolo successivo, le normative edilizie prendevano forma, continuavano a trascurare i bisogni delle donne: e questa, dice Greed, non era certo una casualità dato che architetti, ingegneri e funzionari vari erano storicamente maschi. Basti pensare che, negli Stati Uniti, le senatrici hanno ottenuto i servizi igienici vicino all’aula solo nel 1993, e le donne del Congresso soltanto nel 2011: prima dovevano fare un lungo viaggio per andare in bagno.

La rivendicazione di una parità per i bagni ha una sua storia, almeno negli Stati Uniti. Nel 1973, per protestare contro la mancanza di bagni femminili ad Harvard, le studentesse versarono barattoli con un liquido simile all’urina sui gradini dell’aula magna dell’università. Sempre negli anni Settanta, grazie a un gruppo di studenti e studentesse, venne fondato il Committee to End Pay Toilets contro il fatto che in moltissime città e stati americani l’accesso agli orinatoi usati dai maschi per fare pipì fosse gratuito, mentre l’accesso a un water, per le necessità di tutte e per una specifica necessità di tutti, fosse a pagamento. Il successo della loro rivendicazione portò all’approvazione di diverse leggi che vietarono i bagni a pagamento (nel 1973, Chicago divenne la prima città a promulgare questo divieto).

Nel 1989 in California venne introdotta una legge per garantire alle donne dello stato un maggior numero di servizi igienici, dopo che un senatore era andato a un concerto all’Hollywood Bowl di Los Angeles rendendosi conto del tempo interminabile che la moglie e la figlia avevano passato in coda al bagno, mentre lui se l’era sbrigata velocemente. Uno dei movimenti più recenti per la parità nei bagni si chiama Potty parity e continua ancora oggi a promuovere l’approvazione di leggi per aumentare nelle normative dei diversi stati il numero obbligatorio di servizi a disposizione delle donne. E diversi obiettivi sono anche stati raggiunti.

Tutte queste rivendicazioni, e gli sforzi legislativi che ne sono conseguiti, insieme alle modifiche dei regolamenti edilizi hanno sì contribuito a ridurre gli squilibri di genere nell’accesso ai bagni, ma non li hanno risolti. Il problema persiste, e per molte ragioni: una di queste, scriveva l’Atlantic un paio di anni fa, «naturalmente è il sessismo». E il fatto che il principio di parità venga interpretato spesso in modo formale e non sostanziale.

Se l’esperienza non bastasse, esistono ricerche e dati che hanno dimostrato e quantificato la disparità di genere nell’accesso ai bagni. Nel Regno Unito, il 59 per cento delle donne afferma di fare regolarmente la fila, rispetto all’11 per cento degli uomini. Altri studi dicono poi che le donne usano il bagno per più tempo: 90 secondi in media, contro i 60 secondi dei maschi.

Tempi e code si spiegano – al di là degli stereotipi secondo cui le donne vanno in bagno  in coppia per parlare e fare altro – perché a differenza di un orinatoio, l’uso del water in una cabina prevede che la porta debba essere aperta e chiusa due volte e che la tazza venga pulita o coperta. C’è poi la questione dei vestiti che devono essere calati e rimessi, e quella delle borse che le donne portano più spesso degli uomini e che devono essere appese, e spesso non si sa dove. È poi più probabile – dato che il lavoro di cura ricade più frequentemente sulle donne – che i bambini piccoli vadano con loro al bagno. Infine, considerando che l’aspettativa di vita è più alta tra le donne, ci sono più persone anziane di sesso femminile, ed è plausibile che abbiano bisogno di visite al bagno più lunghe e frequenti.

Poi ci sono dei motivi biologici: circa la metà della popolazione femminile è tra i 12 e i 52 anni e quindi ha le mestruazioni, cosa che comporta di dover periodicamente affrontare una terza funzione corporea, oltre alle solite due per cui si va in bagno. Cercare, tirare fuori assorbenti e tamponi da una borsa, scartarli, posizionarli e smaltire gli scarti aumenta il tempo che si trascorre in un bagno. Le infezioni alle vie urinarie – che sono più frequenti nelle donne – e la gravidanza sono infine condizioni che richiedono un maggior uso del bagno.

Un altro motivo che spiega perché le donne aspettano di più per accedere a un bagno è che il numero netto di sanitari per le donne è inferiore a quello per gli uomini. La superficie totale dei bagni è spesso divisa equamente tra i generi, ma una cabina con una tazza occupa inevitabilmente più spazio di un orinatoio. Complessivamente, è stato calcolato che mediamente un’area toilette maschile può ospitare dal 20 al 30 per cento in più di sanitari (orinatoi e cabine).

I bagni del Priestfield Stadium, Gillingham, Regno Unito (Justin Setterfield/Getty Images)

La parità, in questo specifico settore, può essere interpretata in vari modi. Il più semplice è che ci sia lo stesso numero di bagni per uomini e per donne o che questi bagni abbiano una dimensione identica. John Banzhaf, docente di legge alla George Washington University, ha spiegato che fino a poco tempo fa questo criterio era il più diffuso: i bagni «venivano costruiti uno sopra l’altro, esattamente della stessa dimensione. Quello per gli uomini al primo, al terzo e al quinto piano; quello per le donne al secondo, al quarto e al sesto». Poiché, come abbiamo visto, i bagni degli uomini includono gli orinatoi che occupano meno spazio, la parità numerica e spaziale si traduce però in una disparità.

Un altro genere di parità può avere a che fare con lo stesso numero di sanitari all’interno delle rispettive toilette. Tuttavia, questo non risolve il problema del maggior tempo che le donne necessariamente trascorrono nei bagni. E fino a quando c’è poco afflusso, l’effetto complessivo non causa lunghe code: ma quando il concerto o il film finisce, arrivano più donne di quante il sistema possa ragionevolmente gestirne.

Una buona soluzione potrebbe essere allora quella di non applicare il principio delle “quote rosa” ai bagni: di non pensare allo stesso numero di bagni, agli stessi metri quadrati dei bagni o dei sanitari, ma di pensare a ciò che necessario. E che è stato, ancora una volta, quantificato: avere cioè almeno un sanitario e mezzo o due sanitari per donne ogni sanitario per maschi. A Hong Kong, i regolamenti edilizi hanno stabilito questo criterio per quanto riguarda i bagni pubblici.

Tokyo, Giappone (Chris McGrath/Getty Images)

C’è però chi sostiene che anche questa non sarebbe una buona soluzione, almeno da un punto di vista economico: non avrebbe senso aumentare il numero di bagni o la loro dimensione se si riduce l’area di un edificio che si può affittare o vendere. Eppure, nella progettazione e nella costruzione, il fattore tempo viene tenuto spesso in considerazione, e non solo in caso di emergenza: conta il tempo che ci vuole per uscire in caso di incendio o altro, ma anche quello di attesa agli ascensori. È raro, invece, che si tenga conto dei tempi per i bagni.

Questo criterio di parità (più bagni per tutte), potrebbe comunque essere valido per le nuove costruzioni, mentre il problema resterebbe per le strutture già esistenti.

Negli anni sono state pensate e progettate anche alcune soluzioni creative, come il Peequal creato da Amber Probyn e Hazel McShane perché erano stanche di fare la fila per il bagno ai festival musicali del Regno Unito per i quali avevano lavorato: «Durante le pause, dovevamo scegliere se andare in bagno o a prendere da mangiare, perché le code per le donne erano semplicemente folli». Non hanno comunque avuto molto seguito.

E quindi? Si potrebbero usare tutti e tutte gli stessi bagni: ridurrebbe il tempo di attesa del 63 per cento e si supererebbe peraltro quella discriminazione che la separazione dei bagni in maschi e femmine può comportare nei confronti delle persone intersessuali o transgender.

– Leggi anche: Non potremmo usare tutti gli stessi bagni, uomini e donne?