La demolizione della casa a Casal di Principe. (ANSA/ ANTONIO PISANI)
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  • giovedì 2 Settembre 2021

Casal di Principe è piena di case da demolire, piene di persone

«Non riesco a coniugare legalità e giustizia» dice il sindaco Renato Natale, che si è dimesso per non aver potuto evitare uno sfratto

La demolizione della casa a Casal di Principe. (ANSA/ ANTONIO PISANI)
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Renato Natale, sindaco di Casal di Principe, un comune di 21.500 abitanti nella provincia di Caserta, si è dimesso perché la procura di Santa Maria Capua Vetere non ha concesso un rinvio all’abbattimento per abuso edilizio di una casa abitata da due famiglie con difficoltà economiche. «In questa vicenda» dice Natale al Post, «non riesco a coniugare legalità e giustizia, e in questo caso specifico, legalità non è giustizia».

Oggi a Roma Mara Carfagna, ministra per il Sud e la Coesione territoriale, ha convocato una riunione interministeriale per cercare una soluzione: ci saranno i rappresentanti del ministero dell’Interno, delle Politiche sociali, delle Infrastrutture e della Giustizia. Ma la demolizione è cominciata comunque giovedì mattina, senza aspettare. Natale sperava si potesse trovare una soluzione diversa, come «destinare l’immobile da abbattere a housing sociale». «Le stesse associazioni ambientaliste nel caso di cui stiamo parlando avevano aperto a possibilità alternative. L’abbattimento dovrebbe essere l’estrema soluzione, l’ultima se non ce ne sono altre».

L’immobile abbattuto perché abusivo era la prima casa di residenza dei nuclei familiari di due fratelli, con quattro bambini  tra i 3 e i 7 anni. Entrambe le famiglie hanno serie difficoltà economiche. Il sindaco aveva chiesto una proroga di 100 giorni per trovare una sistemazione alle famiglie che devono lasciare l’immobile. In realtà la nuova sistemazione era stata trovata, sempre a Casal di Principe, in una casa in via Baracca confiscata al clan dei Casalesi. Serviva il tempo per adempiere ai vari passaggi burocratici e portare a compimento la gara di assegnazione del bene confiscato, con bando che scade il 10 settembre. Nel frattempo sia la Caritas sia il Comitato Don Diana avevano dato la disponibilità a ospitare le famiglie in attesa della sistemazione definitiva.

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La Procura ha però rifiutato la proroga (ne erano state concesse già due) e ha autorizzato l’operazione abbattimento. «Dal loro punto di vista», ha detto Natale, «la legge va osservata scrupolosamente. Ma legalità va accompagnata da umanità e senso di giustizia. In questo caso non è stato fatto». Le due famiglie sfrattate hanno lasciato le loro case. Una è ospitata dai suoceri, in una situazione però precaria e di sovraffollamento. L’altra famiglia ha occupato una casa assegnata a dei loro parenti.

Renato Natale a Casal di Principe è stato sindaco per tre volte. La prima nel 1994 dopo anni in cui il Comune era occupato, anche nelle sue posizioni più rilevanti, dal clan dei casalesi, il gruppo camorristico più potente negli anni Ottanta e Novanta (dal 1985 al 2004 sono stati attribuiti al clan 700 omicidi), dominato dalle famiglie Schiavone e Bidognetti con a capo Antonio Iovine e Michele Zagaria. Poche settimane dopo l’elezione, il 19 marzo 1994, l’amico di Natale don Giuseppe Diana, attivo nella lotta alla camorra, fu ucciso con quattro colpi di pistola nella parrocchia di San Nicola di Bari.

Disse allora Natale: «Quando ti ammazzano un amico, un compagno che ha fatto con te un percorso di legalità, nonostante il dolore, quel percorso diventa irrinunciabile. Altrimenti la sua sarebbe stata una morte inutile, e le morti non possono essere inutili». Dopo 11 mesi dalla sua elezione, tre consiglieri comunali passarono all’opposizione costringendo Natale a dimettersi. «Il segnale», disse, «che con il mio gruppo  infastidivamo la camorra».

Nel 2014 dopo il terzo scioglimento del consiglio comunale, Natale fu convinto a ripresentarsi. Venne eletto e poi riconfermato nel 2019. Nel frattempo i clan Bidognetti e Schiavone erano stati fortemente indeboliti: nel 2010 venne arrestato Iovine, nel 2011 toccò a Zagaria. Oggi Casal di Principe, ha detto il sindaco, «è completamente diversa da prima. Magistratura e forze dell’ordine hanno fatto un lavoro straordinario di bonifica. Gli esponenti dei clan stanno tutti in galera, chi non sta in galera è stato ucciso. In molti si sono pentiti. Oggi è una città liberata ma che affronta tanti altri problemi: le infrastrutture, i pochi soldi. Casal di Principe ha il reddito medio pro capite più basso della Campania, ciò significa che è uno dei comuni più poveri d’Italia».

La vicenda che ha portato alle dimissioni del sindaco è solo l’estremo visibile di una situazione molto complessa e che rischia di portare a pesanti ripercussioni sociali. A Casal di Principe gli immobili abusivi da demolire sono 1.700. In pratica un abbattimento ogni 14 abitanti. Le sentenze definitive sono 250, i relativi iter burocratici sono conclusi e gli immobili sono quindi di fatto pronti per essere demoliti. Secondo Natale, nel 70 per cento dei casi le case abusive sono occupate da famiglie che non hanno nessuna alternativa e che, dopo l’abbattimento, non saprebbero dove andare. Il problema riguarda anche i comuni vicini di Casapesenna (7.000 abitanti) e San Cipriano d’Aversa (13.600). A San Cipriano ci sono 1.600 case abusive e a Casapesenna altre 300. In tutto, dicono i sindaci dei due comuni, ci sono 10.000 persone a rischio.

A Casal di Principe un piano regolatore venne fatto per la prima volta nel 2006. «Questo comune», spiega ancora Natale, «è stato governato più da amministrazioni giudiziarie che da sindaci eletti. E ha subìto una dittatura di camorra durata 30 anni. I cittadini che volevano costruire una casa non ricevevano nessuna indicazione, nessuna norma da seguire. Alla camorra interessava solo che si costruisse, dato che tutto il ciclo, dall’autorizzazione data in Comune alla costruzione della casa, era in mano al clan dei casalesi. Non c’erano alternative. E in quegli anni lo Stato dov’era? Perché ha consentito tutto questo? Pezzi e apparati dello Stato erano spesso complici e sodali con i camorristi, e spesso ci sentivamo ed eravamo soli in questa lotta impari».

La questione iniziò a diventare urgente nel 2018, quando la Corte Costituzionale dichiarò illegittime le norme anti-abbattimento della Regione Campania che davano ai sindaci la possibilità di non procedere alla demolizione delle case dichiarate abusive con sentenza passata in giudicato. Prima di allora, potevano annetterle al patrimonio pubblico, per poi alienarle oppure se lo ritenevano più giusto affittarle a chi ci abitava, che in molti casi erano le stesse persone responsabili dell’abuso edilizio.

L’abbattimento comporta un costo sociale enorme, ma anche economico. Undici abbattimenti già eseguiti sono costati al Comune di Casal di Principe un milione e 600mila euro. In quei casi però, spiega il sindaco, si trattava di case non ultimate. Dare seguito ai 250 abbattimenti costerebbe al Comune 35 milioni di euro da ottenere con mutui. Si arriverebbe così a un dissesto di bilancio. «Senza contare», aggiunge Natale, «che con tutta la buona volontà quanti abbattimenti all’anno si potrebbero fare? Tre? Quattro? Così sarebbe in atto di fatto un condono, non chiesto e non deciso da nessuno. Quello che serve è invece una soluzione di legalità e intelligenza».

I sindaci della zona hanno preparato una nota in cui esprimono solidarietà a Renato Natale:

«Ancora una volta siamo lasciati soli, senza mezzi, senza strumenti, ad affrontare drammi umani, senza via di uscite, inascoltati. La vicenda di Casal di Principe accomuna tutti i territori e potrebbe, domani, verificarsi in qualsiasi altro comune della zona. In materia di demolizioni degli immobili ritenuti abusivi non si tiene conto dell’enorme sforzo economico che i Comuni devono sostenere per adempiere, ricorrendo all’indebitamento, né si tiene conto, soprattutto nei casi di “abusivismo delle necessità”, delle ripercussioni sociali».