La sede della Scuola Normale in piazza dei Cavalieri a Pisa

Sulla Normale

«Ho pensato per molto tempo che la similitudine più calzante per descrivere l’esperienza della frequentazione della Normale – sono stato allievo della classe di Lettere tra il 2005 e il 2010 – sia quella di entrare a far parte della Legione straniera».

La sede della Scuola Normale in piazza dei Cavalieri a Pisa

Qualche giorno fa è diventato molto celebre il video in cui tre rappresentanti degli studenti della classe di Lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa pronunciano un discorso molto duro contro la stessa istituzione in occasione della cerimonia di consegna dei diplomi, ovvero la conclusione del percorso degli allievi della SNS – i cosiddetti “normalisti”.

Ho pensato per molto tempo che la similitudine più calzante per descrivere l’esperienza della frequentazione della Normale – sono stato allievo della classe di Lettere tra il 2005 e il 2010 – sia quella di entrare a far parte della Legione straniera. Esperienza che naturalmente non ho fatto, come la quasi totalità delle persone, ma a cui mi riferisco nella sua immagine, diciamo così, che fa parte dell’immaginario comune.

Tre caratteristiche comuni tra Normale e Legione straniera: dura selezione, spirito di corpo, separazione dal mondo. La selezione, ovvero il concorso di ammissione, è una sorta di mito fondativo, di rito di iniziazione che imposta tutto quanto seguirà. Le modalità in effetti sono piuttosto eccezionali e qui mi si permetterà una parentesi autobiografica. Io scelsi italiano, storia e filosofia: di quelle tre materie bisognava studiare tutto il programma delle superiori e aggiungere, tra le altre cose, una selezione di grandi classici della storiografia – ricordo che mi lanciai su La società feudale di Bloch – più un’intera cantica della Divina commedia (nel mio caso, l’Inferno) e alcune letture di filosofia (per qualche motivo, se ben ricordo, tutte piuttosto brevi). Passai l’estate della maturità a studiare e in particolare agosto, mese durante il quale non uscii mai di casa. Mi sembrava di essere Alfieri nel famoso aneddoto in cui si legava alla sedia.

La prima selezione erano tre scritti sulle tre materie selezionate. Se si superavano quelli, si passava ai tre orali, durante i quali il fortunato sbarbatello si trovava davanti professori e ricercatori della Normale che lo interrogavano sulle tre materie. Non ricordo molto di quello che mi chiesero, se non la domanda di filosofia, la materia in cui allo scritto ero andato peggio. Nella mia memoria mi ero appena seduto (ma sicuramente non fu così) quando il professore di logica della SNS mi chiese, lo ricordo come se fosse ora, di illustrare le obiezioni di padre Mersenne al Discorso sul metodo di Cartesio. Senza troppi complimenti.

Credo che fosse una domanda per mettermi in difficoltà: avevo detto di aver letto il Discorso (era nella lista di filosofia), ma naturalmente questo non dava per scontato che io ne conoscessi le obiezioni, e tra l’altro era una domanda nozionistica, a cui non si poteva ovviare con il ragionamento o la cultura generale. Facile che il professore volesse vedere se questo ragazzetto che aveva sbagliato il tema di filosofia, ma se l’era cavata bene nelle altre due materie, poteva essere scartato senza troppi complimenti. Fatto sta che, grazie a una lezione chiarissima del mio professore di filosofia del liceo, e alla mia scrupolosa pratica di prendere appunti con quadretti e freccine, la sapevo. Ricordavo lo schemino distintamente. E lì credo mi giocai l’ammissione.

Questo per dire che il mostruoso lavoro di preparazione alla prova di ammissione sarebbe benissimo potuto andare nell’altro senso, davanti a un’altra domanda ugualmente nozionistica ma a me sconosciuta, e che in quella prova, come in tutte le prove, c’è una dose ineliminabile di fortuna e di casualità che si affianca a un’estate o più spesa a studiare.

Ma il concorso di ammissione è anche il lasciapassare con cui diciannovenni insicuri di sé e del mondo vengono catapultati in un’istituzione elitaria e famosa, il che gli attribuisce, in parte a torto e in parte a ragione, un’aura mitica, da impresa omerica. Chi è arrivato primo o prima al concorso di ammissione viene così ricordato per gli anni a venire (anche) con quella qualifica, come «il primo del concorso», una sorta di primus inter pares.

Poi c’è la vita alla Normale. Qui entra in gioco, tornando alla metafora legionesca, la separazione dal mondo: i normalisti hanno una camera singola in uno dei tre o quattro collegi della SNS. Io abitavo in un decrepito edificio sul Lungarno che poi, per fortuna, è stato ristrutturato: ma allora era francamente deprimente, le stanze maleodoranti e vecchissime, gli ambienti freddi e polverosi. Già si studiava tutto il giorno: il fatto di vivere in una struttura a metà tra un carcere – per la decrepitezza – e l’Overlook Hotel – con quelle luci al neon sempre accese nei corridoi silenziosi e deserti – non aiutava a tenere alti gli spiriti. Oltre all’alloggio, gli allievi hanno poi anche accesso a una mensa riservata e gratuita. Frequentano i corsi nella storica sede della Normale, che si aggiungono a quelli dell’università. E infine hanno accesso alla biblioteca – di cui ho già parlato – vecchia, austera, enorme, bellissima.

Collegio, sede, mensa e biblioteca sono in quattro edifici diversi, tutti nello spazio di forse mezzo chilometro quadrato nel centro di Pisa: questo fa sì che, secondo una routine a cui l’istituzione in qualche modo incoraggia, si poteva per molti giorni di fila fare sempre lo stesso percorso, a orari più o meno fissi, come monaci in un monastero o soldati in una caserma: collegio-biblioteca-sede-mensa-biblioteca-mensa-collegio. La routine monastica o militare ha il suo fascino. È anche l’opposto dell’esperienza universitaria comunemente intesa, fatta di movimento, esplorazione, cambiamenti, eccessi.

Non mi dilungo sulle evasioni dalla routine: noto però che quando avvenivano erano vissute, almeno da me, come deroghe ed eccezioni, affrontate con lo spirito di evasione del soldato in libera uscita. Peraltro una lunga serie di regole assurde e datate, ignorate da tutti con minimi accorgimenti, continuava a sopravvivere, almeno sulla carta: era vietato far entrare liberamente esterni nelle proprie camere; teoricamente ogni assenza dal collegio doveva essere comunicata; non si potevano invitare esterni alla mensa; e così via. Si era allo stesso tempo liberissimi – nessuno controllava nulla, più o meno – e sotto enorme pressione a vivere come un trappista.

Il Palazzo della Carovana, sede della Normale, tra la Torre dell’Orologio (il “palazzo di Ugolino”) e la Chiesa di santo Stefano dei Cavalieri, a Pisa

Queste caratteristiche dell’organizzazione della vita hanno ovvie ricadute su chi vi è sottoposto. C’è chi sviluppa un senso di rigetto per quella routine e fa di tutto per evitarla, fenomeno che si verificava soprattutto agli ultimi anni (io stesso, nei miei ultimi anni, non sono andato alla mensa per settimane e settimane); i periodi di studio all’estero aiutano e in questo senso la Normale dà opportunità straordinarie, nonostante l’impressione che in alcuni casi, come chi finiva all’equivalente parigino, l’ENS, si passasse in un certo senso dalla padella alla brace. C’è chi invece vi si abbandona completamente e non viene mai avvistato fuori dalla biblioteca o dalla mensa, non torna neppure a casa dalla sua famiglia se non per le chiusure obbligate di Pasqua e Natale.

Entrambe le reazioni – la fuga e l’abbandono – denotano un ovvio stress psicologico che però nessuno, nell’istituzione, è incaricato di monitorare o registrare. E i casi di disagio psicologico alla Normale sono straordinariamente frequenti e in qualche modo endemici. Ci si convive, in qualche modo: si naviga tra i traumi, propri e altrui, e si sviluppa una strana forma della sindrome di Stoccolma. Quella che ho vissuto anche io e che sento dietro le parole pronunciate dalla prima rappresentante degli studenti, nell’apertura del suo discorso, con voce incrinata dall’emozione: «noi, continuamente in bilico tra un profondo affetto e una necessaria analisi del reale»

Poi c’è il lato, per così dire, formativo. Lo studio, insomma, l’ossessione monomaniaca di tutti, il totem che dovrebbe stare come la statua di Cosimo davanti al Palazzo dei Cavalieri (la sede della SNS). Il grande non detto è che, se i vincitori del concorso potrebbero essere arrivati alla Normale senza un’idea chiara di che cosa vogliono diventare da grandi, esattamente come torme di neodiplomati scelgono il proprio percorso universitario in modo poco consapevole, da subito l’ambiente prepara e addirittura presuppone che l’unico mondo possibile sia quello accademico e l’unica carriera possibile sia quella di professore universitario.

Fa niente che negli ultimi anni intere discipline siano scomparse o quasi, che il reclutamento universitario si sia fermato per anni, che la carriera accademica si sia precarizzata in modo mostruoso; in altri termini che, per la trentina di allievi entrati al primo anno, non corrispondano altrettanti percorsi accademici alla fine del quinquennio. Questo dato, diciamo così, di contesto, viene ignorato – o almeno, veniva ignorato quando l’ho frequentata io: mi dicono che di recente le cose stiano cambiando – come se alla SNS si celebrassero i riti di un culto secolare alieno e indifferente al contesto della società e del mondo che ci sta attorno.

La Normale che ho vissuto io era fatta, con ogni evidenza, per l’accademia di qualche decennio fa, come e per la più eburnea delle torri: anziani professori di chiara fama – quasi sempre maschi, spesso a fine carriera – tenevano corsi di altissimo livello per una platea che poteva e in un certo senso doveva fare altrettanto nel prossimo futuro. Questa premessa era, e da quanto capisco è, in un contrasto stridente, davvero macroscopico, con il fatto che nulla nell’istituzione curi in modo razionale e consapevole il percorso per arrivare a quell’obbiettivo.

Non ci sono infatti corsi, alla Normale, che insegnino a scrivere un articolo accademico, né una tesi, né a fare una bibliografia; non esistono, o sono irrilevanti, corsi formativi o propedeutici; men che meno ci sono sessioni di orientamento nel mondo universitario di oggi, mondo complesso fatto di concorsi, bandi, finanziamenti. Vige una sorta di principio estremo del learning by doing: attraverso i lavori di fine anno dei due-tre corsi interni che si seguono (i «seminari»), e la temibile tesina di fine anno (il «colloquio»), gli sbarbatelli impareranno come si fa. Questo potrebbe anche funzionare, come approccio, se quei lavori fossero sottoposti a una seria e approfondita valutazione. Ma così non è: per cui il metodo funziona in larga parte come una sorta di faticosissima e dolorosa autodidattica.

Il meccanismo del «lanciare in acqua e vedere nuotare» è evidente nelle lezioni, che riflettono lo stesso approccio senza mezze misure: la deformazione, a mio parere un po’ ridicola, di parlare a ventenni come se fossero accademici dei Lincei e di pretendere implicitamente da loro lavori intellettuali all’altezza. Tutti fingono di sapere, qualcuno, in qualche modo, alla fine saprà.

D’altro canto, molti professori ai miei tempi sembravano inconsciamente consapevoli di tutto questo e avevano completamente rinunciato all’idea di una seria e costruttiva valutazione. Lasciando peraltro da parte alcuni esempi di professori quasi criminalmente assenti e distanti: eccezioni, senz’altro, ma in un ambiente in cui ogni anno si seguono due corsi interni, e uno di questi di solito viene seguito ogni anno, un solo scansafatiche può fare danni disastrosi. Ma questa è un’altra storia.

Il lungarno di Pisa che ospita diverse sedi e alloggi dell’Università

Messi da parte insomma i casi di menefreghismo e assenteismo, i professori erano comunque abituati a presentare lavori di altissima specializzazione, e allo stesso tempo a non spendere molto tempo per formare chi li ascoltava. Si rendevano forse conto che tra il punto di partenza dei ragazzi di vent’anni e i professori di sessanta c’era un percorso così lungo e complesso che non valeva la pena metterci bocca, lasciato com’era interamente all’iniziativa del singolo.

E così le molte lezioni in cui la parola passava agli studenti, che presentavano annualmente un lavoro di fine corso – i «seminari» – erano in consistente maggioranza occupate da esposizioni erudite in larga parte incomprensibili, che nascondevano di solito molte letture e pochissimo metodo, o logica, o per lo meno capacità di esposizione. Sembrava di assistere a quarantacinque minuti di lettura di note a piè di pagina, senza avere a disposizione il testo di riferimento. I rari casi in cui andavano davvero male – cioè in cui il professore esprimeva un chiaro parere negativo – erano quelli in cui, molto semplicemente, chi parlava non aveva fatto nulla o quasi. Ma di norma si fingeva di seguire, si fingeva di capire, e alla fine tutti contenti, ritornando i professori al proprio solipsismo e gli studenti all’affannosa rincorsa di una titanica onniscienza.

Durante i corsi – che vertevano normalmente su argomenti ultraspecifici, come le poesie inedite della giovinezza di Pascoli o il concetto dell’alterità di fronte alla conquista dell’America – le domande di chiarimento o che denotassero ignoranza erano del tutto assenti perché, nei pochi casi in cui avvenivano, risultavano subito fuori luogo o derise: la più terribile arma di offesa, specie tra studenti, era la constatazione di un’ignoranza o di un’incompetenza. Tre mesi prima eri un neodiplomato: ora devi fingere di sapere chi sia Nonno di Panopoli, o di conoscere a menadito l’intera opera di Carlo Emilio Gadda.

Il metodo ha i suoi lati positivi. Misurandosi da subito con professori importanti – ho avuto il piacere di assistere alle lezioni di Alfredo Stussi o di Carlo Ginzburg, per dire – con argomenti complessi, con ricerca di alto livello, e non da ultimo con colleghi ambiziosi, i normalisti erano e sono invitati a dare il meglio, a sfidare i testi più difficili, a produrre da subito contributi di alto livello. E molti ci riescono. Ma molti altri, semplicemente, non ci sono tagliati – il concorso non è perfetto – oppure vengono schiacciati dalla pressione. Che preme su tutti, e su ciascuno ha conseguenze diverse.

Sono convinto che, dal punto di vista psicologico, lo scarto tra la realtà e l’immaginazione faccia i danni maggiori. La Normale è un’istituzione largamente indifferente ai bisogni del singolo – chi dovrebbe farsene carico? il luminare di epigrafia greca? – profondamente insincera – visto il teatrino dell’onniscienza di cui dicevamo – e programmaticamente totalizzante – visto che fornisce tutto ciò di cui uno studente modello potrebbe aver bisogno, e pure di più. Il modello di vita e di carriera proposto è uno solo: chi non lo segue soffre conseguenze che possono essere molto pesanti in termini psicologici.

Oppure, in molti altri casi, bisogna trovare da soli le energie interiori per percorrere un’altra strada: ma, dal punto di vista del normalista – se cioè, dopo cinque anni di Normale, si è formato il proprio impressionabile io di ventenni intorno all’esperienza di aver frequentato la Normale – sarà comunque un tradimento, consapevole o meno. Lo si vivrà come una rivendicazione di autonomia, oppure come una serena realizzazione di quali sono i propri obbiettivi, oppure ancora come il doloroso riconoscimento di un fallimento esistenziale. Ma è inutile nascondersi che, se uno è stato normalista, e per un lustro ha fatto il piccolo accademico dei Lincei, la stragrande maggioranza delle carriere suonerà come uscire dal seminato.

La mancanza di formazione e di percorsi propedeutici è l’unico ambito in cui si insinua il classismo che, per il resto, è del tutto alieno allo spirito e alla vita della Normale. È chiaro che, se non si ha una guida nella navigazione del difficile mondo accademico, ne esce avvantaggiato chi viene da un ambiente familiare più contiguo a quel mondo (il numero di figli di normalisti o professori universitari è rilevante). Si saprà muovere meglio, sarà più a suo agio o, più semplicemente, vedrà il corpo accademico meno come divinità distanti ma come professionisti di un determinato settore. Al netto di questo, non vedo molto del “neoliberismo” citato dalle studentesse nell’esperienza che ho vissuto io. La Normale è un luogo troppo piccolo, troppo appartato e troppo ben finanziato per vedere davvero la spietatezza di quello che avviene nell’università statale in termini di tagli, spostamenti di risorse, chiusure, rinunce.

Non ho parlato finora di spirito di corpo, e non vorrei aver dato l’impressione di un luogo infernale. La Normale non lo è. Lo scambio con persone che hanno le stesse passioni e capacità in molti casi straordinarie è un’esperienza esaltante e forma amicizie che durano tutta la vita. Nei giorni migliori, viene in mente il poema di Ginsberg, Urlo: «Ho visto le migliori menti della mia generazione…». Nei giorni peggiori, anche il resto del verso, meno ottimista. Per chi ama la cultura, la Normale è tutto quello che si può desiderare. Ci sono poi molti che realizzano effettivamente ciò che la Normale presuppone e dispone: fanno quindi carriera accademica, in larga parte grazie agli studi, ai contatti, alle opportunità che ha aperto la Normale.

Per loro, le difficoltà e la fatica si inseriscono in un percorso coerente e verso l’istituzione hanno una giusta gratitudine. Va letta così, a mio parere, l’opinione di Claudio Giunta pubblicata sul Post, che muove al discorso delle tre ragazze critiche piuttosto pretestuose – un’assurda critica basata sull’età, per dirne una – ma che è comprensibile e in qualche modo inevitabile. Dal punto di vista professionale, la Normale può essere il massimo; dal punto di vista esistenziale, ci sarà anche chi sarà riuscito a viverla bene, e avrà ben razionalizzato anche il resto, e allora le critiche delle tre ragazze suoneranno vuote.

Il discorso delle allieve e degli allievi – non è chiarissimo, ma mi pare che parlassero a nome di tutti gli studenti di Lettere – dev’essere frutto di un’esperienza non troppo diversa dalla mia, anche se so poco di quanto sia cambiata la Normale negli ultimi dieci anni. Quando, con gli slanci generosi e un po’ ingenui dei ventenni, parlano di chi non ce l’ha fatta, del poco coinvolgimento nella didattica, della distanza dall’università di Pisa, del corpo docente sostanzialmente assente fuori dalle lezioni, dell’ossessione per la pubblicazione, della «competizione malsana», del «navigare da soli», di esibizionismo e impostura, mi ritrovo in ogni parola.

Giovanni Zagni
Giovanni Zagni è un giornalista professionista, direttore dal 2017 dei progetti di fact-checking Pagella Politica e Facta.news. Ha lavorato al Post dal 2011 al 2014. Questo articolo è stato pubblicato sabato 31 luglio nella sua newsletter Incertezze.