(Ansa/Riccardo Antimiani)

Ripetere Zaki

«È qualcosa su cui riflettere, questa del flusso, le cose scivolano via, anche quando creano grande clamore, e quasi mai spariscono dalla nostra timeline perché si sono magicamente risolte, anzi: quasi sempre sono ancora tragicamente ferme al punto in cui le abbiamo lasciate. E allora bisogna ripetere, ripetere, ripetere»

(Ansa/Riccardo Antimiani)

Da ormai molti mesi – troppi – ogni giorno, su Twitter e su altri social network, singoli utenti, associazioni, personaggi pubblici e semplici cittadini, compreso chi scrive, dedicano un pensiero a Patrick Zaki, il giovane egiziano studente all’Università di Bologna che dal febbraio dell’anno scorso è ingiustamente detenuto nelle carceri del suo paese, in attesa di un chiarimento che sembra non arrivare mai, sottoposto a vessazioni e, da quel che si sa, torture. Perché lo facciamo? La domanda non è accademica, ha a che fare con i meccanismi della comunicazione tipica dei tempi che viviamo, e coinvolge la politica, l’attivismo, il senso stesso di una società in cui viviamo dicendoci che dovrebbe essere civile.

Intanto, ha a che fare con la famosa bolla, quella appunto dei social e di cui si discute di tanto in tanto: come sappiamo, i social network sono fatti in modo da presentarci un menu di argomenti, persone, opinioni che ci somigliano, e che noi stessi aiutiamo a selezionare ogni volta che mettiamo un like, accettiamo un’amicizia, diventiamo follower di qualcuno. Seguiamo chi ci piace, inevitabilmente, chi ci somiglia, e la conseguenza è che creiamo intorno a noi una bolla, appunto, che può sembrarci molto uniforme, e che però può darci l’ingannevole impressione che tutto il mondo si interessi alle stesse cose che interessano noi, e questo fatalmente non è vero. Ne consegue che ci saranno invece sicuramente tantissimi nostri connazionali che, malgrado i tweet e le manifestazioni, pur nella difficoltà di rendersi presenti tipica di quest’anno e mezzo di pandemia, non hanno mai sentito parlare di Patrick Zaki. Continuare a parlarne serve a bucare la bollicina, a trascinare dentro una mobilitazione più persone.

Poi c’è il problema del flusso: ieri i social parlavano dell’episodio sessista che ha coinvolto Aurora Leone dei The Jackal – credo di non dover ripetere in che contesto, pessimo –, l’altro ieri si discuteva di sniffate immaginarie all’Eurofestival, tre giorni fa c’era sicuramente qualcosa d’altro ma ecco, come dicevo: è già passato, e al momento non mi sovviene. È qualcosa su cui riflettere, questa del flusso, le cose scivolano via, anche quando creano grande clamore, e quasi mai spariscono dalla nostra timeline perché si sono magicamente risolte, anzi: quasi sempre sono ancora tragicamente ferme al punto in cui le abbiamo lasciate. E allora bisogna ripetere, ripetere, ripetere. Cercare, per quanto possibile, di mantenere uno spot d’attenzione su un tema, e i social possono essere un eccellente strumento per farlo, anche se la corrente è forte e cerca ogni 12 ore di spazzare via tutto per far spazio a un tema nuovo. Ma insistere si può.

Poi c’è il tema apparentemente più serio, quello politico: che tipo di Paese vuole essere l’Italia, nel 2021? Argomento gigantesco, mi rendo conto: qual è il ruolo di una democrazia occidentale, moderna, che si definisce liberale, in rapporto ai Paesi che democratici non sono? La posizione dell’Italia, anche letteralmente, nel senso di geografica, storicamente ponte verso l’altro lato del Mediterraneo, può essere solo quella di tutela di grandi interessi economici e di una tolleranza di cui vergognarsi nei confronti di dittature di cui però non possiamo fare a meno, perché temiamo alternative peggiori? È una questione – enorme, non si pretende di trattarla in poche righe – che si pone a proposito dell’Egitto, della Libia con cui stringiamo accordi disumani, della Turchia, anche dell’Arabia Saudita, malgrado quel che dice il senatore Renzi. Non siamo ingenui, sappiamo che la politica, e vale anche per quella estera, è fatta di realismo, ma dove lo mettiamo il confine di questo realismo, sulla soglia della cella di un ragazzo che, come è stato scritto, “vuole solo tornare a studiare”? Che messaggio vogliamo passare a chi oggi ha vent’anni e inizia a interessarsi delle cose del mondo, che in nome del realismo dobbiamo accettare tutto? Sono abbastanza vecchio da ricordarmi gli ultimi anni della Guerra Fredda, che oggi siamo soliti rileggere come tempi più semplici, in cui era più facile distinguere tra giusto e sbagliato, ma non era davvero così, e anzi proprio in Italia grandi movimenti politicissimi hanno condotto lunghe e importanti battaglie, proprio scegliendo di rifiutare il tentativo di imporre l’ingiustizia con la scusa del realismo. E così facendo hanno certamente migliorato, un po’ alla volta, la nostra coscienza democratica.
E quindi: insistiamo.

Pippo Civati
Pippo Civati è il fondatore e direttore della casa editrice People. È stato deputato eletto col Partito Democratico e ha creato il movimento Possibile. A giugno 2021 uscirà il suo nuovo libro L'ignoranza non ha mai aiutato nessuno (People).