(Hendrik Schmidt/ dpa-Zentralbild/ ZB/ ANSA)

Da dove nasce la confusione sulla storia dell’acqua nel vino

Il sito Dissapore ha raccontato come il dibattito sul "vino annacquato" per colpa dell'Europa sia diventato una notizia, e perché non lo è

(Hendrik Schmidt/ dpa-Zentralbild/ ZB/ ANSA)

Nelle ultime settimane una serie di dichiarazioni e comunicati molto bellicosi dell’associazione di categoria degli agricoltori italiani Coldiretti ha fatto nascere su giornali e televisioni un grande dibattito intorno a un complesso negoziato in corso nelle istituzioni dell’Unione Europea sulla regolamentazione dei vini dealcolati, cioè quelli che contengono un basso o nullo quantitativo di alcol. Secondo Coldiretti le nuove regole dell’Unione Europea sui vini dealcolati sarebbero «un grosso rischio ed un precedente pericolosissimo che metterebbe fortemente a rischio l’identità del vino italiano ed europeo». In realtà, come spiega Dissapore grazie al contributo di Alessandra Biondi Bartolini, direttrice scientifica del periodico dei viticoltori italiani Mille Vigne, il dibattito è piuttosto sul fatto di considerare i vini dealcolati come «prodotti vinici» oppure no.

Il comunicato di Coldiretti è una sorta di indiscrezione, si riferisce ad un foglio di lavoro che contiene una serie di modifiche ad una proposta di regolamento. Non è il testo del regolamento insomma, quello non l’abbiamo letto, quindi diventa impossibile capire esattamente quali articoli verrebbero eventualmente modificati. Si intuisce il tema della discussione: da un lato la necessità di colmare un vuoto normativo rispetto alla denominazione di vendita (quindi la categoria merceologica) di alcuni prodotti, dall’altro consentire il reintegro del volume perso in alcol con acqua nei vini dealcolizzati.

La dealcolazione è una pratica consentita dal 2009 per i vini generici nella misura massima del 20% (con un contenuto in alcol dopo dealcolazione non inferiore ai 9 gradi). La parziale dealcolazione si è resa necessaria perché, com’è ormai noto, i cambiamenti climatici hanno progressivamente portato a concentrazioni sempre più elevate di alcol. Si tratta insomma di uno strumento operativo, necessario a volte per arginare il problema.

Le tecniche sviluppate si sono mostrate così efficienti da consentirci di ottenere anche vini anche con contenuti in alcol inferiori ai 9 gradi, e inferiori a 0,5 (del tutto privi di alcol insomma). Ed è proprio rispetto alla denominazione di vendita di questi prodotti che abbiamo un vuoto normativo a livello europeo.
[…] La questione su cui sembra stiano discutendo è legata alla designazione di vendita, e si ricollega ad un aspetto non secondario -anche se non è chiaro chi dica cosa- e cioè se considerarli nella filiera come prodotti vinici o meno. A mio avviso lo sono.

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