La scienza dei capelli che cadono

La racconta la divulgatrice scientifica Elena Accorsi Buttini nel suo primo libro, dove spiega anche come crescono, come si rovinano e come prendersene cura

A questo punto dell’evoluzione, i capelli non hanno più una grande utilità per il genere umano. Certo, proteggono la testa dal freddo o dal sole, ma ci sono tante persone che non li hanno o li portano molto corti che vivono benissimo lo stesso. Nonostante questo, per contrastarne la caduta (più o meno definitiva), molti ricorrono a prodotti apposta, integratori, farmaci, trattamenti e in alcuni casi anche a interventi chirurgici. È evidente che da un punto di vista culturale e sociale i capelli continuano ad avere un ruolo centrale nella percezione che la maggior parte delle persone ha di sé, e la loro cura è spesso considerata un valido motivo per spendere tempo e soldi.

Nel suo primo libro, La scienza dei capelli, pubblicato da Gribaudo ad aprile, Elena Accorsi Buttini, divulgatrice scientifica esperta di marketing e cosmetici, dà una panoramica completa e accessibile del mondo dei capelli, partendo da come crescono e arrivando, appunto, alla loro caduta — visto che tutti i capelli, prima o poi, cadono. In mezzo sfata qualche mito (davvero più li lavi e più si sporcano?), esprime dubbi sull’henné “naturale” ed esplora gli ingranaggi degli asciugacapelli più in voga.

Pubblichiamo un estratto dal capitolo intitolato “La caduta”, dedicato a quello che sappiamo (e che non sappiamo) sulla perdita dei capelli, sui farmaci che vengono usati per contrastarla e sui diversi tipi di integratori che si trovano in commercio ma che, come spesso accade, hanno i loro limiti.

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Tutte le grandi scoperte vengono fatte un po’ per caso e quella che vi sto per raccontare non fa eccezione. All’inizio degli anni Quaranta, James Hamilton presta servizio come medico in un carcere del Connecticut, quando nota una cosa strana: uno dei suoi assistiti, che si trova in carcere per reati sessuali è stato sottoposto a castrazione chimica e presenta una chioma fluente, il fratello gemello che gli fa visita in carcere invece è calvo.

Dal momento che i due gemelli sono omozigoti, sono due versioni identiche dello stesso patrimonio genetico e non dovrebbero esserci differenze sostanziali nell’aspetto, al punto che per il dottor Hamilton la chioma dell’uno e la calvizie dell’altro sono un fenomeno inspiegabile. Hamilton suppone che la castrazione chimica, che consiste nella somministrazione di ormoni femminili come gli estrogeni, abbia come effetto collaterale la crescita di una folta capigliatura. Questa osservazione porta Hamilton a ipotizzare che gli ormoni maschili e femminili svolgano un ruolo chiave nella perdita dei capelli e le basi dei trattamenti farmacologici impiegate ancora oggi partono proprio da qui.

La crescita dei capelli viene regolata da un sottile equilibrio tra ormoni androgeni ed estrogeni, i primi prevalenti nei maschi, i secondi nelle femmine. Con l’inizio della pubertà questi ormoni riescono a spingere l’organismo verso una caratterizzazione sessuale: nei ragazzi iniziano a comparire la barba e i peli, la muscolatura si fa più importante e i genitali si ingrossano; nelle ragazze inizia il ciclo mestruale, il seno e i peli si sviluppano e il bacino si allarga. Anche i capelli subiscono l’influenza di questo processo, tanto che nei maschi si osserva la riduzione della durata del ciclo follicolare, l’arretrarsi dell’attaccatura frontale e a volte il diradamento. A causare tutto ciò è un enzima (ovvero una proteina che, nella cellula, trasforma un precursore in un’altra sostanza) chiamato “adenilciclasi”, che svolge un ruolo fondamentale nella produzione della molecola denominata “adenosina trifosfato”, o semplicemente ATP. Le molecole di ATP si comportano come dei gettoni in grado di mettere in attività il follicolo, permettendo ai capelli di crescere: in presenza di tanta ATP la crescita è assicurata, senza, invece, iniziano a comparire quei fenomeni come la stempiatura o il diradamento. Se il follicolo è influenzato da importanti quantità di estrone (uno degli ormoni sessuali femminili) l’adenilciclasi resta stimolata e il capello riesce a proseguire il suo normale ciclo di vita, mentre quando prevale il diidrotestosterone (uno degli ormoni sessuali maschili) viene inibita e il capello, in mancanza di ATP, diventa più sottile o cade. A questo punto abbiamo capito che favorendo l’attività dell’enzima adenilciclasi riusciamo a spingere gli equilibri verso un ciclo follicolare più lungo, un diametro più spesso e un ancoraggio del capello più profondo nella cute.

A metà del secolo scorso tutti questi aspetti erano sconosciuti e fu necessaria la curiosità del dottor Hamilton per domandarsi se la caduta dei capelli e gli ormoni sessuali fossero collegati.
Da questa osservazione fortuita si iniziò a indagare su quali potessero essere, tra i farmaci già in uso, quelli in grado di favorire l’attività dell’enzima adenilciclasi e quindi la produzione di ATP, tanto che l’effetto collaterale dell’irsutismo diventò un punto di partenza molto interessante per sviluppare le terapie nel trattamento anticaduta. Oggi tutti i farmaci impiegati nel trattamento della caduta dei capelli – come il cortisone, l’estrone o la finasteride, solo per citarne alcuni – favoriscono l’attività dell’enzima adenilciclasi. Anche la pillola anticoncezionale ha come effetto collaterale quello di sostenere e prolungare il ciclo del capello, ma solo qualora siano presenti una componente estrogena e una antiandrogena come nel caso della Diane® o della Novadien®.

Un altro farmaco con una storia interessante è il Minoxidil, che fu sviluppato da una casa farmaceutica americana per il trattamento della pressione alta e poi messo sul mercato come antipertensivo con il nome commerciale Loniten®. Se non che le donne trattate si lamentavano di un’eccessiva crescita dei peli, così la casa farmaceutica lo dirottò verso il trattamento di alcune forme di alopecia, che altro non è che la caduta dei capelli. Sebbene il Minoxidil sia efficace nel trattamento di molti casi di alopecia e sia impiegato da diverse decine di anni, non se ne conosce nel dettaglio il meccanismo d’azione. Si ritiene che favorisca la sintesi di ATP e che induca la formazione attorno al follicolo di vasi capillari, in grado di far pervenire ossigeno e sostanze nutritive utili al metabolismo del capello.

Menzione particolare alla gravidanza, condizione fisiologica in cui la produzione degli estrogeni, necessaria all’utero per accrescere e per sviluppare il sacco amniotico ed essenziale per la sopravvivenza del bambino, è ai massimi livelli. L’alta concentrazione di ormone nel sangue è responsabile allo stesso tempo del prolungamento del ciclo di vita del capello, inibendone la caduta. In sostanza cadono meno capelli, perché meno capelli vanno in catagen e vengono iniziate nuove fasi di anagen, con il risultato di una chioma molto più folta. A questo picco segue, appena dopo il parto, un calo drastico degli estrogeni che, non servendo più all’utero e al bambino, ritornano ai valori “normali”, provocando senza volerlo un’importante caduta dei capelli.
Nel periodo successivo al parto i follicoli sono sincronizzati tutti sulla stessa ora e decidono nello stesso momento di concludere il ciclo del capello, entrando in catagen. Un po’ come trovarsi in tangenziale a Milano a ridosso del weekend di Ferragosto: tutti in uscita dalla città e nessuno in entrata. Fortunatamente per le neomamme questa situazione si risolve dopo alcuni mesi dal parto, quando i capelli riescono a tornare al ritmo di crescita che avevano prima che iniziasse la gravidanza.

Fin qui abbiamo parlato di farmaci, cioè di sostanze che riescono a provocare nel nostro organismo delle risposte evidenti che danno un beneficio, ma che allo stesso tempo possono rappresentare anche un rischio.
[…] A differenza di quello farmaceutico, il mondo dell’integrazione alimentare offre la possibilità di scegliere tra una vasta gamma di prodotti che possano aiutare ad arrestare la caduta dei capelli, ma che allo stesso tempo restino sicuri. Massima resa con il minimo sforzo, insomma.
Questi integratori potremmo dividerli in due categorie. La prima tipologia comprende quelli che integrano un elemento di cui il nostro organismo può essere carente in un momento contingente della nostra vita, pensiamo per esempio al ferro o ad altre sostanze che per diversi motivi non vengono assorbite o prodotte nelle corrette quantità. La seconda categoria è formata dalle sostanze, contenute negli estratti vegetali come per esempio la Serenoa repens, di cui il nostro organismo non è costituito e di cui non è prevista la presenza, ma che introduciamo per favorire le fasi di crescita follicolare.

[…] Prima di addentrarci in una questione “di lana caprina”, dobbiamo intenderci sul significato di valori “normali” e di “carenza” prendendo come esempio il ferro. Non esiste un intervallo di valori ufficiale e fisso entro il quale la presenza di un elemento viene considerata “normale” e al di fuori, necessariamente, presagio di malattia o di insofferenza. I medici infatti, per poter definire il quadro clinico di un paziente, si basano sulle linee guida che vengono di volta in volta revisionate e concordate da comitati scientifici riconosciuti, dall’Ordine dei Medici e dall’Istituto Superiore di Sanità, e valutano le condizioni in cui si trova il paziente.

Prendiamo il caso di una carenza di ferro, che può essere quantificata in diversi modi, uno dei quali è la quantità di ferritina nel sangue. Sebbene sia molto difficile in medicina definire quale sia l’intervallo di valori “normale” per il quale una persona può dirsi in salute, si accettano come fisiologici i valori compresi tra 11 e 307 nanogrammi per millilitro di sangue nella donna e tra 24 e 366 nell’uomo. Fatte queste premesse, un valore di 20 ng/ml, che per un medico di base è del tutto accettabile, in tricologia può essere considerato come un valore di sofferenza tale da richiedere in alcuni casi addirittura l’integrazione. Questo ci fa capire il diverso approccio che viene richiesto a seconda che si valuti un valore dal punto di vista tricologico o da un punto di vista meno specifico, come quello della medicina generale.

L’altro caso di integrazione, come già accennato, è quello in cui assumiamo un prodotto che ci offre un componente di cui il nostro organismo non prevede la presenza, come nel caso degli integratori a base di Serenoa repens, un estratto vegetale contenente fitosteroli, che possono provocare una risposta antiandrogena. Questi fitosteroli, presenti solamente nel mondo vegetale, riescono a inibire un enzima, la 5 alfa reduttasi, responsabile della conversione del testosterone in diidrotestosterone. La diminuzione di diidrotestosterone favorisce una maggior sintesi di ATP, inserendosi in quel delicato gioco di equilibri di cui abbiamo parlato poco fa.

Gli integratori usati nel trattamento anticaduta sono davvero tanti e impiegano gli estratti più variegati: tè verde, mela annurca, lievito, oltre alle ormai onnipresenti spirulina e aloe (solo per citare alcuni nomi). Nonostante ci sembri di avere a disposizione un’ampia scelta di prodotti, il meccanismo è quasi sempre lo stesso per tutti: si tratta di mediatori, come i fitosteroli, in grado di bloccare l’enzima 5 alfa reduttasi e di favorire la sintesi di ATP.

Ogni brand cerca di distinguersi dalla concorrenza usando un claim ingredient, ovvero un ingrediente di origine vegetale o biologica in grado di colpire l’attenzione del consumatore per invogliarlo all’acquisto del prodotto. È un fenomeno che, come abbiamo già visto, accade anche in ambito cosmetico: c’è l’anno in cui vanno di moda le bacche di goji e c’è l’anno del tè verde. È comprensibile che i brand del settore cosmetico o dell’integrazione alimentare cerchino di puntare su derivati che si trovano sulla cresta dell’onda per arrivare prima al cuore del consumatore.
Quella che abbiamo visto finora è la teoria: la letteratura è piena di studi che presentano questa o quella sostanza in grado di stimolare la crescita del capello. Ma il punto è che dobbiamo passare dalla teoria alla pratica e, anziché chiederci se funzioni, dobbiamo iniziare a ragionare in termini di “ma quanto funziona?”.

© 2021 Gribaudo

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