(Anthony Devlin/Getty Images)

La fine delle sorprese

«Il divario spesso enorme che esiste tra le squadre di calcio non può intaccare del tutto questa bellezza del gioco perché non può mai completamente eliminare la sua imprevedibilità. Con l’evento più emozionante che consente: il piccolo che batte il grande, Davide che rovescia Golia. L’inatteso può sempre irrompere»

(Anthony Devlin/Getty Images)

Di fronte alla proposta di creare una Super Lega del calcio europeo ci si può indignare in nome di un residuo romanticismo o rassegnarsi per l’esito finale di un processo ormai avanzato di industrializzazione dello sport. Ma si può anche provare a capire cosa è davvero in gioco. Perché come sport il calcio è piuttosto singolare e genera una passione che non ha eguali non solo per le dimensioni ma per il mistero che contiene: semplificando, si tifa anche per chi non vincerà mai.

La ragione non è solo affettiva, locale o familiare (i motivi che orientano in genere la scelta della squadra del cuore). Il gioco ha infatti una sua natura per cui anche chi non vincerà mai un campionato o un trofeo può sempre vincere qualcosa, una partita, anzi qualunque partita. Essa può infatti essere decisa da un singolo punto. E non un punto relativo, come quando si arriva al tie break del quinto set nel tennis o a pari punti nell’ultimo minuto dell’ultimo quarto di basket. In questo e in altri sport per arrivare al punto fatale bisogna averne segnati già molti, pari a quelli dell’avversario.

Nel calcio no, basta un gol e tutto è risolto.

E dunque a decidere non è solo e sempre la ferrea superiorità del destino ma anche (qualche volta) la mirabile aleatorietà del caso: un ciuffo d’erba, un errore arbitrale, la svagatezza di un portiere. Non accade quasi mai che un episodio singolo e fortunato rovesci così radicalmente la distanza che esiste tra due squadre, ma può sempre accadere. E infatti ogni tanto accade, giustificando tanto la banalità dell’opinionismo sportivo («ogni partita è una storia a sé») quanto la infima razionalità del tifo per qualunque squadra, giacché non ne esiste una sicuramente perdente nel singolo evento. Il divario spesso enorme che esiste tra le squadre non può perciò intaccare del tutto questa bellezza del gioco perché non può mai completamente eliminare la sua imprevedibilità. Con l’evento più emozionante che consente: il piccolo che batte il grande, Davide che rovescia Golia. L’inatteso può sempre irrompere, il calcio è uno sport messianico.

Poi certo, è uno spettacolo recitato da quei grandi performer che sono i calciatori fuoriclasse. La pressione turbocapitalista li ha concentrati in un pugno di club, esattamente quelli che ambiscono alla Super Lega. Questa è banalmente la radice strutturale – direbbe il marxista – del progetto. Ma il suo esito è più interessante e molto più devastante. Prevedendo un gruppo di squadre tutte dello stesso livello, ogni risultato diventa tecnicamente possibile ma nessuno è davvero assolutamente sorprendente. Golia contro Golia, e la scomparsa di una delle narrazioni più efficaci della storia umana.
Con una analogia che a questo punto sembra evidente, così come le corporation contemporanee ambiscono a comprimere la libera concorrenza, ossia l’anima del sistema economico grazie al quale prosperano, i grandi club calcistici vorrebbero minimizzare ciò che ha reso popolare il loro terreno di gioco: il rischio di perdere.
Proprio quello che ci lascia la libertà di tifare.

Marino Sinibaldi
Marino Sinibaldi è giornalista, saggista, conduttore radiofonico e curatore di eventi culturali. È stato direttore di Radio 3 tra il 2009 e il 2021 ed è presidente del Centro per il libro e la lettura del Ministero della Cultura.