(Fermo immagine servizio TG1/ ANSA)
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  • sabato 10 Aprile 2021

La strage della Moby Prince, 30 anni fa

A causa di un gravissimo incidente in mare al largo di Livorno morirono 140 persone, per motivi poco chiari ancora oggi

(Fermo immagine servizio TG1/ ANSA)

Alle 22.25 e 27 secondi del 10 aprile del 1991, trent’anni fa oggi, la radio della capitaneria di porto di Livorno registrò una richiesta d’aiuto da parte del traghetto Moby Prince. Con un dispositivo portatile, un operatore stava comunicando: «Mayday, mayday, mayday! Moby Prince, Moby Prince, Moby Prince, mayday, mayday, mayday, Moby Prince! Siamo in collisione, siamo entrati in collisione e prendiamo fuoco! Siamo entrati in collisione e prendiamo fuoco! Mayday, mayday, mayday, Moby Prince, siamo in collisione, ci serve aiuto!».

Il traghetto si era incendiato dopo essersi scontrato con la petroliera AGIP Abruzzo poche miglia al largo del porto della città. Fu il più grande disastro marino avvenuto in Italia in tempo di pace: morirono 140 persone e se ne salvò soltanto una.

La Moby Prince era un traghetto della compagnia Navarma. La sera del 10 aprile del 1991 la nave aveva lasciato il porto di Livorno alle 22.03 diretta a Olbia, con a bordo 65 membri dell’equipaggio e 76 passeggeri. La AGIP Abruzzo, invece, era una petroliera da 127mila tonnellate lunga il doppio e alta tre volte la Moby Prince, ed era ancorata a un paio di miglia marine dalla costa, lungo la rotta del traghetto.

Alle 22.25, mentre la Moby Prince procedeva tra la nebbia a una velocità di poco inferiore a quaranta chilometri all’ora – avevano ricostruito inizialmente i magistrati – una voce sul canale della capitaneria di porto aveva domandato: «Chi è quella nave?». Poco dopo la Moby Prince aveva colpito la AGIP Abruzzo, penetrando la cisterna numero 7 della petroliera. Nei primi cinque secondi dopo l’urto, decine di tonnellate di petrolio si riversarono sul traghetto e presero fuoco a causa delle scintille prodotte dallo sfregamento delle lamiere delle navi. La plancia di comando della nave, dove probabilmente si trovava il comandante, venne immediatamente distrutta dall’incendio.

Un esperto sentito dai magistrati dopo l’incidente aveva detto che la prua della Moby Prince aveva tagliato le paratie della petroliera «come fossero burro».

In totale sulla Moby Prince finirono tra le cento e le trecento tonnellate di petrolio, ma altre migliaia si riversarono in mare e presero fuoco, sollevando colonne di fumo nero che, insieme al buio, impedirono di vedere anche solo a pochi metri di distanza. Secondo i successivi accertamenti dei magistrati, gran parte delle persone a bordo del traghetto era già morta o sarebbe morta nei minuti successivi a causa del fumo e dei gas dell’incendio.

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Anche la AGIP Abruzzo aveva chiesto aiuto, ma per la grande confusione di quei minuti gli operatori della petroliera ripeterono per due volte alla capitaneria che ad averli colpiti era stata una piccola imbarcazione, una “bettolina”. I primi soccorsi furono quindi diretti alla petroliera, mentre la Moby Prince, senza più nessuno al comando, continuò per la sua rotta, in fiamme e avvolta dal fumo.

Nessuno in plancia aveva avuto il tempo di spegnere il sistema di ventilazione e di conseguenza i gas tossici riuscirono a raggiungere ogni angolo della nave. Gran parte dei corpi furono trovati nelle due principali sale della nave, dove forse erano stati radunati dall’equipaggio. Molte altre persone furono trovate morte nei corridoi della zona passeggeri, dove probabilmente erano rimaste soffocate una volta uscite dalle cabine.

Attenzione, nel video sono riprese immagini forti

La prima imbarcazione di soccorso arrivò alla Moby Prince soltanto un’ora dopo l’inizio dell’incendio. L’equipaggio riuscì a salvare l’unico superstite di tutta la nave, il mozzo ventitreenne Alessio Bertrand, che era riuscito a lanciarsi fuori bordo prima di rimanere soffocato dal fumo.

Intervistato dal TG1 in questi giorni, Bertrand ha raccontato: «Sentimmo il boato, uscimmo fuori, andavamo avanti e indietro senza sapere dove andare. Poi mi sono appeso a un corrimano, aspettando qualcuno. Poi mi sono buttato a mare, e mi hanno preso due ormeggiatori, che poi mi hanno portato sulla motovedetta della capitaneria di porto».

Nel processo che seguì il disastro furono imputati alcuni ufficiali dell’AGIP Abruzzo e i responsabili della capitaneria di porto di Livorno. I primi erano accusati di aver ancorato la petroliera nel posto sbagliato, cioè nel “cono” di uscita dal porto di Livorno, e di non aver attivato i segnali per avvertire della presenza della nave dopo che si era alzata la nebbia. Gli ufficiali della capitaneria, invece, erano accusati di aver condotto i soccorsi con lentezza e inefficienza.

Al termine del processo, nel 1999, tutti gli imputati furono assolti o i reati prescritti.

Per anni i familiari delle vittime hanno chiesto la riapertura del processo e l’avvio di una commissione d’inchiesta parlamentare. Nel 2018 una prima commissione aveva concluso che l’inchiesta giudiziaria condotta subito dopo il disastro era stata «carente e condizionata da diversi fattori esterni», ma rimanevano ancora circostanze che risultavano poco chiare; al momento hanno ripreso le indagini sia la Procura di Livorno sia una nuova commissione d’inchiesta. In occasione dei 30 anni dal disastro, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha detto che «sulle responsabilità dell’incidente e sulle circostanze che l’hanno determinato è inderogabile ogni impegno diretto a far intera luce».

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