Il gol di Mehdi Taremi in Porto-Juventus di Champions League (AP Photo/Luis Vieira)
  • Sport
  • mercoledì 3 Marzo 2021

Il dibattito sulla “costruzione dal basso” nel calcio

È il tema tattico più discusso di queste settimane, riguarda come si iniziano le azioni e per certi aspetti l'abbiamo già sentito

Il gol di Mehdi Taremi in Porto-Juventus di Champions League (AP Photo/Luis Vieira)

Uno dei dibattiti più longevi nella storia del calcio italiano ruota intorno alla contrapposizione tra due stili di gioco considerati opposti e inconciliabili: in origine erano i “metodisti” contro i “sistemisti”, poi furono i “catenacciari” contro gli “esteti”, i “difensivisti” e gli “offensivisti” e infine i “risultatisti” contro i “giochisti”. Tutte etichette che, pur con sfumature diverse, distinguono da sempre le stesse due correnti: chi predilige uno stile di gioco più elementare, difensivo e quindi prudente — a cui l’Italia è storicamente più legata — e chi invece intende il calcio come un gioco offensivo, caratterizzato da una vivace circolazione di palla e un approccio difensivo che metta da subito pressione agli avversari, senza chiudersi nella propria metà campo.

Più di recente, e in particolare nelle ultime settimane, questo dibattito si è spostato su un aspetto preciso del calcio giocato: la cosiddetta “costruzione dal basso”, citata perlopiù con una connotazione negativa per via di alcuni recenti errori decisivi commessi per esempio dalla Juventus contro il Porto, dalla Lazio contro il Bayern Monaco e dal Napoli contro il Genoa. In situazioni diverse, queste squadre hanno perso palloni determinanti nel tentativo di far partire le loro azioni dalla difesa, giocando la palla a terra e con passaggi perlopiù corti, senza ricorrere ai più tradizionali lanci verso la metà campo per superare la pressione avversaria.

La pratica della costruzione dal basso è ormai diffusa da anni nei campionati europei, e non solo in quelli tatticamente più innovativi, come la Liga spagnola, o spettacolari, come la Premier League inglese. Questo suggerisce che gli allenatori siano sempre più convinti che sia più efficace e vantaggioso mantenere il possesso del pallone con passaggi corti dall’alta percentuale di successo, invece che rischiare ogni volta di perderlo lanciando lungo, lasciando che a decidere il possesso sia l’esito incerto del gioco aereo.

Nella costruzione dal basso esiste tuttavia la possibilità che la palla sia persa nei pressi della propria area, col rischio di subire gol. Ma gli allenatori che la scelgono ritengono che i vantaggi in termini di gol potenziali siano superiori agli svantaggi legati alla possibilità di perdere palloni pericolosi.

Tra i migliori esempi recenti di costruzione dal basso vanno citate per prime tutte le squadre allenate nell’ultimo decennio da Pep Guardiola, quindi Barcellona, Bayern Monaco e Manchester City, che lo hanno proposto in modi diversi e costantemente aggiornati. In Italia è stato il Napoli di Maurizio Sarri ad aver offerto la miglior versione di costruzione dal basso con una squadra ricordata come una delle più spettacolari viste negli ultimi anni, non solo in Serie A. In precedenza era stato il Milan di Carlo Ancelotti, probabilmente la miglior squadra italiana degli ultimi vent’anni, ad aver insistito più delle altre sull’uscita palla al piede dalla difesa.

La soluzione dei lanci lunghi come via per iniziare un’azione o eludere la pressione avversaria viene invece sostenuta da chi ritiene che la costruzione dal basso sia diventata più una pratica esasperata — se non una moda — che un vero vantaggio tattico. Tra chi ha animato il dibattito più di recente c’è stato per esempio Maurizio Crosetti, tra i giornalisti sportivi di punta di Repubblica, che ha scritto che «la costruzione dal basso è la corazzata Potëmkin del calcio contemporaneo», cioè “una cagata pazzesca”, come diceva Fantozzi. Riccardo Cucchi, giornalista Rai e storica voce di Tutto il calcio minuto per minuto, ha invece scritto: «Non ci vuole un genio della tattica per capire che i rischi sono altissimi. E soprattutto che fa male alle coronarie dei tifosi».

I giudizi poco entusiasti nei confronti della costruzione dal basso sono piuttosto frequenti nelle telecronache e negli studi televisivi italiani: Fabio Capello, per esempio, opinionista di Sky ed ex allenatore dallo stile abbastanza pragmatico, sostiene di frequente l’utilità dei lanci lunghi nelle situazioni di gioco più pericolose dove il possesso palla è inutilmente rischioso. In generale, esiste una certa diffidenza nel gioco palla a terra inteso più come esercizio stilistico che come pratica efficace ai fini del risultato.

Le due opposte soluzioni di gioco al centro del dibattito sembrano quindi rispecchiare i due modi più diffusi di intendere il calcio: la costruzione dal basso si lega al possesso palla e al gioco articolato, mentre chi vorrebbe vedere più lanci lunghi preferisce un gioco verticale e all’apparenza meno rischioso. La questione è effettivamente riconducibile a questa divisione, visto che la costruzione dal basso si lega al possesso palla, indice di gioco comune alle squadre vincenti: ma è anche molto più complessa di come appare.

Innanzitutto, la costruzione dal basso è stata incoraggiata due anni fa dall’IFAB, l’unico organo che ha il potere di modificare e innovare le regole del calcio, e che quindi ne può determinare le tendenze. Dalla stagione 2019/2020 i portieri possono infatti passare il pallone ai propri compagni all’interno dell’area di rigore, da rimessa in gioco inattiva. Gli avversari invece devono aspettare fuori dall’area fino a quando il portiere non fa il passaggio.

Da allora la costruzione dal basso risulta sempre più comune fra le squadre italiane, a prescindere dagli stili di gioco. In questa stagione, per esempio, la Juventus di Andrea Pirlo, che al netto delle difficoltà è la seconda squadra per possesso palla in Serie A, è ricorsa ai rinvii dal fondo del portiere soltanto il 10 per cento circa delle volte in cui ha dovuto iniziare le azioni da palla inattiva. L’Inter di Antonio Conte, invece, è la quinta squadra per possesso palla ma si esprime perlopiù con un gioco verticale fatto di ripartenze e contropiedi: nonostante questo, preferisce a sua volta iniziare le azioni con i passaggi corti del portiere.

Ci sono tuttavia anche squadre che stanno ottenendo ottimi risultati e che non hanno scelto quest’approccio. Tra quelle con le percentuali di possesso più alte, l’Atalanta di Gian Piero Gasperini è quarta ma preferisce i rinvii dal fondo ai passaggi ai difensori. Questo vale anche per una squadra per molti aspetti simile all’Atalanta, il Verona di Ivan Juric, che non ricorre quasi mai ai passaggi corti e ha una media di possesso palla del 47,5 per cento, tra le più basse della Serie A.

I dati parziali relativi alla stagione in corso mostrano come la costruzione dal basso non rispecchi così fedelmente gli stili di gioco delle squadre, ma piuttosto che sia una pratica ormai diffusa trasversalmente. Tra le venti squadre del campionato, quindici preferiscono i passaggi corti ai rinvii dal fondo, anche se i dati più completi disponibili riguardano le azioni partite da palle inattive, e non quelle già in corso che vengono fatte passare tra portieri, difensori e centrocampisti arretrati.

Secondo una tesi di Stefano Saviotti, allenatore delle giovanili di Juventus e Arezzo, realizzata per il corso di Match Analyst della FIGC con dati Opta e citata di recente in un articolo dell’Ultimo Uomo, si può sostenere con certezza che la costruzione dal basso su palla inattiva porti maggiori benefici sia in termini di precisione dei passaggi che in termini offensivi, dato che le conclusioni in porta delle azioni iniziate con un passaggio corto del portiere superano in percentuale quelle nate da un rinvio lungo.

Nonostante i dati disponibili finora riguardino principalmente le rimesse in gioco da palla inattiva, si può dire che le azioni costruite dal basso siano ormai la norma per la maggior parte delle squadre. Eppure il dibattito sulla costruzione dal basso riemerge essenzialmente in corrispondenza di eclatanti errori individuali, come quelli citati prima di portieri o difensori che perdono il pallone vicino alla porta, e che magari subiscono gol subito dopo. All’apparenza sono gli errori più decisivi che possano succedere, ma spesso sono considerati con eccessiva severità perché si tende a sottovalutare la pericolosità delle palle perse sui rinvii dal fondo, tendenzialmente molto più imprecisi dei passaggi corti.

Questi errori sono in parte messi in conto dagli allenatori, ma la necessità di ridurli è esattamente il motivo per cui negli ultimi anni i migliori interpreti del ruolo di portiere sono stati calciatori bravi anche con i piedi, una qualità a lungo considerata secondaria: il portiere del Liverpool Alisson Becker, per esempio, o in Italia il portiere della Lazio Pepe Reina, che ha tolto il posto al più giovane Thomas Strakosha proprio per questo motivo.

Spesso, poi, le discussioni tendono a ignorare l’importanza della capacità di giudizio dei giocatori, che anche quando giocano in squadre che costruiscono dal basso hanno quasi sempre la possibilità di calciare lungo nelle situazioni di difficoltà. Talvolta non lo fanno, e insistono ad applicare le istruzioni a cui sono abituati anche nelle situazioni di gioco più complesse. In questi casi è spesso difficile stabilire se si tratti di errori dovuti alle istruzioni ricevute o se siano in effetti più semplicemente errori puramente individuali, e quindi insufficienti a mettere in discussione quella che è una tendenza affermata e condivisa del calcio contemporaneo.