(EPA/AHMAD YUSNI)

Il pesce più desiderato al mondo

È l'Arowana asiatico, un pesce a cui si fanno operazioni di chirurgia estetica e per il quale c'è chi paga decine di migliaia di euro

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Fino a circa cinquant’anni fa l’Arowana asiatico era un pesce d’acqua dolce come tanti altri. Viveva nei fiumi e nelle paludi di paesi come Malesia, Thailandia e Indonesia e chi lo mangiava lo faceva più per necessità che per gusto, dato che – come scrisse il New York Times un paio di anni fa – era pieno di lische e dal gusto non particolarmente gradevole. Lo è ancora, ovviamente. Negli ultimi decenni, però, è diventato ambitissimo da certi appassionati di acquari, soprattutto asiatici. E ora che l’Arowana asiatico, una specie a rischio di estinzione, è allevato con grandi cure e attenzioni, certi esemplari costano decine di migliaia di euro. Si racconta addirittura (ma non ci sono conferme) che nel 2016 uno particolarmente perfetto fu venduto per 300mila dollari a un alto funzionario del partito comunista cinese.

L’Arowana asiatico – la cui nomenclatura binomiale è Scleropages formosus, e che non va confuso con altri Arowana, per esempio quello argentato del Sudamerica – è un pesce predatore che raramente supera il metro di lunghezza e che in natura mangia sia insetti che altri pesci e animali, anche saltando fuori dall’acqua per catturarli. Come ha spiegato The Hustle, nella seconda metà del Novecento l’Arowana asiatico iniziò a riscuotere un certo interesse tra gli appassionati di acquari e ad essere quindi venduto – vivo, e non per essere mangiato – in alcuni mercati malesiani e indonesiani. Ma era pressoché sconosciuto in gran parte del mondo.

Cambiò tutto nel 1975, quando la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES), che esisteva dal 1973 e riuniva 183 paesi, lo inserì tra le specie protette, vietandone il commercio internazionale. L’involontario effetto della decisione – presa dopo aver stimato un calo nel numero di esemplari in natura – fu che l’Arowana asiatico divenne d’improvviso un pesce ricercato. Perlomeno, questa è la tesi di Emily Voigt, autrice del libro The Dragon Behind the Glass, tutto dedicato all’Arowana asiatico, «il pesce più desiderato al mondo». Secondo Voigt «quel marchio ufficiale di rarità fu una catastrofe, perché lo trasformò in un bene di lusso».

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Gli Arowana (da qui in poi s’intende sempre gli Arowana asiatici) iniziarono a essere contrabbandati in tutto il sudest asiatico, in particolar modo a Taiwan, e da lì a Singapore e in Giappone, dove il pesce divenne particolarmente ambito tra i membri della Yakuza, diventando quello che in economia viene definito un “bene Veblen” (dal nome dell’economista Thorstein Veblen). L’Arowana divenne cioè un bene che non rispettava le normali leggi della domanda e dell’offerta, perché più diventava caro e più i possibili acquirenti ne erano interessati, perché lo percepivano come un bene esclusivo, uno status symbol.

Come ha scritto The Hustle, il CITES si accorse della cosa e provò a reagire, permettendo che, a certe condizioni, in alcuni paesi del sudest asiatico si potessero allevare e poi vendere Arowana, così da aumentare il numero di esemplari sul mercato, sperando quindi in una conseguente perdita di esclusività e quindi di interesse.

Ma anche questa volta, le cose andarono in modo diverso e in pochi anni «nacquero centinaia di centri di allevamento ittico, soprattutto in Malesia e Indonesia» e – probabilmente per via di chi lo pescava per poi provare ad allevarlo – gli esemplari liberi in natura diventarono ancora più rari.

In molti casi, gli esemplari allevati nel sudest asiatico finivano – e ancora finiscono – in Cina, il paese che negli anni è diventato il principale mercato per gli Arowana. In Cina, infatti, gli Arowana si sono agganciati in molti modi alla cultura tradizionale del paese: in particolare per via di una certa loro somiglianza con i draghi, o perlomeno con il modo in cui vengono rappresentati in Cina.

Oltre che uno status symbol e un emblema di ricchezza, in Cina (e in alcune altre culture asiatiche) gli Arowana sono diventati quindi quelle che Voigt definisce «creature mistiche che si pensa possano proteggere chi le possiede, portando ricchezza e prosperità». Alcuni sono perfino convinti che gli Arowana saltino fuori dall’acquario – una cosa che, abbiamo visto, fanno perché è nella loro natura – per «annunciare cattivi presagi».

A tutto questo, si aggiunge poi anche la componente estetica. Così come per molti altri animali e pesci, anche per gli Arowana nel tempo si sono affermate caratteristiche e regole che fanno sì che alcuni esemplari siano ritenuti migliori di altri, e dunque più cari. E come raccontò il New York Times, esiste addirittura un mercato di chirurgia plastica per migliorare gli Arowana: un “lifting agli occhi”, per esempio, può arrivare a costare anche un centinaio di euro su un esemplare di medio valore. «So che qualcuno pensa sia crudele» disse il chirurgo ittico Eugene Ng «ma io lo faccio per i pesci, perché così diventano più belli e i loro padroni li possono amare ancora di più».

Sempre secondo il New York Times, un Arowana perfetto deve avere: «barbigli dritti, occhi luminosi, pinne e code grandi e uniformi e scintillanti scaglie rosse». È inoltre considerata una grande qualità il fatto che un Arowana sia di poche generazioni successivo a uno vissuto libero in natura (una cosa assai difficile da provare).

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A oggi, dopo una leggera flessione dei prezzi nei primi anni Dieci del Duemila, il mercato degli Arowana sembra essere tornato a crescere, per un giro d’affari annuo che si stima essere di almeno 200 milioni di dollari (circa 164 milioni di euro). Tra chi ne beneficia ci sono gli allevatori. A questo proposito, The Hustle ha raccontato la storia di Tris Tanoto, un dirigente d’azienda che negli anni Ottanta comprò una dozzina di Arowana e, con qualche amico, provò ad allevarli vicino a Giacarta, in Indonesia. Oggi è uno dei 250 allevatori autorizzati dal CITES, vende otto diverse varietà di Arowana, ed è particolarmente apprezzato per i suoi “Super Red”, richiestissimi soprattutto in Cina. Tanoto ha detto di vendere ogni anno circa mille Arowana, per un fatturato di circa 3 milioni di dollari (circa 2,4 milioni di euro): vuol dire, in media, 3mila dollari (circa 2400 euro) a pesce. Il suo Arowana migliore, ha raccontato, lo vendette per circa 30mila dollari (24mila euro), a un acquirente cinese.

Ci sono però aziende ancora più grandi: per esempio Qian Hu, una società – quotata alla borsa di Singapore – di cui Voigt parla nel suo libro e che solo nel 2019 vendette oltre 7mila Arowana (oltre a moltissime altre specie di pesci). Il suo fondatore Kenny Yap, un ex allevatore di maiali, ha spiegato che secondo lui è determinante la somiglianza tra draghi e Arowana, perché «mentre in Occidente i draghi sono cattivi, in Cina sono considerati creature divine».

The Hustle racconta poi che – in Asia ma anche in Occidente, ovviamente dove è legale – c’è un grande mercato di intermediazione, di chi compra gli Arowana dagli allevatori e li rivende agli appassionati di acquariofilia. David Carr, per esempio, è un ex cuoco di 41 anni che a Londra gestisce il negozio Planet Arowana, aperto dopo aver passato circa un anno in Malesia, per studiare come allevare i pesci (che in genere lui cerca di vendere prima che abbiano sei mesi di vita, per un prezzo minimo di qualche centinaia di sterline o, nei casi migliori, di qualche migliaio di sterline). In cattività, scrive The Hustle, gli Arowana possono poi vivere – se tenuti a determinante condizioni e con molto spazio – anche più di 25 anni.

Ovviamente, gli Arowana hanno anche un grande mercato nero, ed esistono diversi casi di truffe e di furti di Arowana dai negozi o dagli allevamenti, circondati da filo spinato e controllati giorno e notte da apposite guardie.

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