Gli Stati Uniti hanno messo Xiaomi nella “blacklist” delle aziende straniere che non possono ricevere investimenti americani

Giovedì gli Stati Uniti hanno inserito l’azienda tecnologica cinese Xiaomi in una “blacklist” di società straniere soggette a forti restrizioni, tra cui il divieto di ricevere investimenti americani. La ragione per cui Xiaomi e altre otto aziende cinesi sono state inserite nella blacklist è che secondo il dipartimento della Difesa americano avrebbero connessioni con l’esercito cinese, con cui collaborerebbero fornendogli tecnologie avanzate e consulenze.

Dopo questa decisione, arrivata a meno di una settimana dall’insediamento della nuova amministrazione di Joe Biden, il valore delle azioni di Xiaomi alla borsa di Hong Kong è diminuito del 10 per cento. L’amministrazione di Donald Trump aveva già messo 35 aziende cinesi nella blacklist del Pentagono; tra queste c’è Huawei, un’altra importante azienda tecnologica. L’atteggiamento della presidenza di Trump nei confronti della Cina ha molto cambiato i rapporti degli Stati Uniti con questo paese, e queste ultime decisioni della sua amministrazione complicano ancora di più la situazione che Biden si troverà a gestire.

Xiaomi, in un comunicato inviato venerdì, ha fatto sapere «di non essere posseduta, controllata o affiliata all’esercito cinese e di non essere una “Società militare comunista cinese”» e che intraprenderà le «azioni appropriate» per proteggersi.

In un’altra blacklist gestita dal dipartimento del Commercio, sempre giovedì, è stata inserita CNOOC, la più grande azienda cinese che estrae petrolio offshore, che era già nella blacklist del dipartimento della Difesa. Ora quindi CNOOC non può più acquistare prodotti di aziende statunitensi senza il consenso del governo americano. In questo caso la motivazione è che CNOOC avrebbe intimidito le società petrolifere di altri paesi che a loro volta lavorano nel mar Cinese Meridionale.

Una pubblicità di Xiaomi in una stazione della metropolitana di Hong Kong, il 9 luglio 2018 (AP Photo/Vincent Yu, La Presse)