Joey Didulica, a sinistra, mentre festeggia il campionato vinto con l'Ajax nel 2002 (Stanley Gontha/Bildbyran via ZUMA Wire)
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  • sabato 7 Novembre 2020

La storia di Joey Didulica e i danni cerebrali nel calcio

L'ex portiere croato dell'Ajax ha raccontato i grossi problemi di salute che ha avuto a causa dei traumi subiti in carriera e chiede che il calcio prenda la cosa sul serio

di Pietro Cabrio
Joey Didulica, a sinistra, mentre festeggia il campionato vinto con l'Ajax nel 2002 (Stanley Gontha/Bildbyran via ZUMA Wire)

Joey Didulica è stato un discreto portiere professionista. Nato in Australia ma di nazionalità croata, ha trascorso gli anni più importanti della sua carriera tra Ajax, Austria Vienna e AZ di Alkmaar nei primi Duemila. Ad Amsterdam vinse campionati e coppe nazionali in squadra con Zlatan Ibrahimovic, e anche grazie a quei successi fu tra i convocati della Croazia per gli Europei in Portogallo del 2004 e per i Mondiali in Germania del 2006. Didulica dovette tuttavia ritirarsi a trentatré anni —  non molti per un portiere — a causa dei traumi subiti alla testa e oggi vuole che il calcio prenda maggiormente sul serio la questione dei danni cerebrali.

L’ex portiere croato ne ha parlato di recente al sindacato mondiale dei calciatori FIFpro, che da anni chiede l’introduzione di protocolli più severi in caso di traumi cranici a gioco in corso. Didulica ha raccontato che il suo primo grande trauma fu una violenta pallonata in faccia ricevuta nel 2006 durante una partita del campionato olandese tra Alkmaar e PSV Eindhoven. Perse i sensi appena dopo essere stato colpito e rimase privo di coscienza per quasi un’ora. Quando si riprese non fu in grado di riconoscere la moglie e iniziò a parlare in tedesco — imparato nel suo periodo a Vienna — senza volerlo.

Nei giorni seguenti continuò a soffrire di nausea e tremori, probabilmente dovuti alle scarse precauzioni prese negli istanti immediatamente successivi al trauma, come lui stesso ha ricordato: «Quando fui portato fuori in barella i soccorritori non mi bloccarono il collo e il dottore della squadra non mi mandò in ospedale ma a casa. Ci andai solo alcuni giorni dopo per la nausea e i tremori. Solo a quel punto mi diagnosticarono una commozione cerebrale».

Dalla partita contro il PSV del 22 ottobre 2006 impiegò più di due anni a rimettersi in sesto e riprendersi il posto da titolare, ma fece in tempo soltanto a giocare le ultime partite della stagione 2008/2009 prima di subire un’altra commozione cerebrale. In Ajax-AZ Alkmaar del 24 aprile 2009 parò un rigore all’attaccante uruguaiano Luis Suarez — ora all’Atletico Madrid dopo essere passato per Liverpool e Barcellona — ma sulla respinta fu travolto dall’avversario che lo colpì alla testa con il ginocchio. Fu una delle ultime partite della sua carriera: lo scontro con Suarez gli causò problemi alla spina dorsale che lo tennero nuovamente fermo a lungo.

Nell’ottobre del 2011 decise di ritirarsi definitivamente. Da allora Didulica convive con seri impedimenti causati dalle commozioni cerebrali — piccole e grandi — rimediate in carriera: «Mi sento una persona completamente diversa da quella che ero prima del 2006. Soffro di mal di testa ogni singolo giorno della mia vita. La luce del sole mi dà molto fastidio, il bagliore mi uccide, per questo indosso sempre occhiali da sole. Sono suscettibile ai rumori. Quando mi si annebbia la vista non riesco più a pensare a nulla. Se me lo chiedete ora, dico che avrei dovuto smettere di giocare a calcio nel 2006».

Le frequenti commozioni cerebrali a cui sono soggetti gli atleti professionisti negli sport di contatto possono causare l’encefalopatia traumatica cronica (CTE), descritta per la prima volta in relazione al football americano. La CTE presenta sintomi diversi di caso in caso, che vanno – a seconda della gravità – da deficit di attenzione e disorientamento a demenza, vertigini, difficoltà nel linguaggio, perdita della memoria, depressione e alterazione della personalità. I sintomi della CTE possono presentarsi anche anni dopo il ritiro, cosa di cui Didulica è consapevole: «So che difficilmente starò meglio. Potrei sviluppare disturbi depressivi ricordando quello che potevo fare prima e tutto quello che non posso fare ora. Non posso lavorare, non posso avere una vita normale. Onestamente temo per il mio futuro».

Nel calcio non sono rari i casi di ex giocatori che dopo il ritiro hanno sofferto di malattie cerebrali degenerative, ma solo in alcuni di questi è stata accertata una correlazione con la pratica sportiva. Uno dei più conosciuti è il caso di Jeff Astle, ex attaccante inglese del West Bromwich morto nel 2002 a 59 anni. La sua morte fu causata da una malattia degenerativa del cervello dovuta alle continue lesioni provocate dagli impatti con i palloni nei colpi di testa, ritenuti tuttora rischiosi a lungo termine per la salute dei giocatori. Secondo un più recente studio commissionato dalla federazione calcistica inglese, tra gli ex calciatori professionisti i disturbi cerebrali sono tre volte più frequenti che nel resto della popolazione.

Insieme al sindacato FIFpro, Didulica sostiene da tempo l’introduzione nel calcio di un protocollo per la gestione delle commozioni cerebrali simile a quelli in uso nel rugby e nel football americano. Il regolamento internazionale del rugby, per esempio, prevede che tutti gli atleti con qualsiasi sintomo riconducibile a un trauma cranico debbano essere fatti uscire dalla partita o dall’allenamento e non possano tornare in campo finché tutti i sintomi legati alla commozione cerebrale non siano scomparsi.