(Daniel Boczarski/Getty Images for Quibi)

Quibi non è più qui

La startup dai grandi nomi e investimenti che voleva convincerci a guardare video molto brevi sugli smartphone – ma pagandoli – sta già chiudendo baracca, dopo sei mesi

(Daniel Boczarski/Getty Images for Quibi)

Dopo poco più di sei mesi di attività, la startup di programmi in streaming per smartphone Quibi chiuderà. Il fondatore e l’amministratrice della società hanno confermato giovedì una notizia che circolava già da alcuni giorni: Quibi sospenderà a breve i suoi servizi, gli investitori riceveranno indietro i fondi ancora a disposizione dell’azienda e i dipendenti verranno licenziati. Per chi si occupa di televisione e intrattenimento, non è stata una notizia inaspettata – intorno a Quibi circolavano da tempo molti dubbi – ma la rapidità con cui si è arrivati a questo punto è notevole: Quibi aveva raccolto 1 miliardo e 750 milioni di dollari di investimenti e aveva promesso di reinventare il modo in cui guardiamo film e serie in streaming. Di più: aveva promesso di reinventare film e serie tv.

Quibi era stato lanciato lo scorso 6 aprile ed è (ancora per poco) un servizio di streaming con due caratteristiche principali: tutti i suoi contenuti sono pensati per essere visti dagli smartphone, e nessuno dura più di 10 minuti. Il nome Quibi arriva dall’unione delle parole “Quick Bites” (“bocconi veloci”), un’indicazione di quello che il suo servizio avrebbe offerto: video molto brevi da vedere sullo smartphone, in mezzo alle molte altre cose che si fanno in una giornata. Nelle intenzioni, i video di Quibi sarebbero stati perfetti per essere visti durante un viaggio in metropolitana, o in attesa di un appuntamento. Per questo Quibi aveva inventato una nuova tecnica di ripresa per produrre i suoi contenuti, che permettesse di vederli sia con il telefono in orizzontale che in verticale, e aveva creato un’app che a detta di molti funzionava benissimo.

L’idea era in qualche modo laboriosa, ma dietro Quibi non c’erano dei novellini del mondo dell’intrattenimento, bensì due delle persone più apprezzate dell’ambiente. A fondare la società era stato Jeffrey Katzenberg – 69enne stimatissimo a Hollywood per i suoi trascorsi prima alla Disney e poi alla DreamWorks – e come CEO era stata scelta Meg Whitman, che il New York Times aveva definito una delle manager più potenti degli Stati Uniti, e che era stata dirigente di DreamWorks, Procter & Gamble, Hasbro e CEO di eBay. Anche per questo, Quibi aveva raccolto una quantità enorme di denaro per avviare le attività: l’equivalente di 1 miliardo e mezzo di euro, da investitori come Disney, Sony Pictures, Alibaba, AT&T’s WarnerMedia, Goldman Sachs e JPMorgan.

– Leggi anche: Cos’è Quibi, spiegato ancora meglio

«Abbiamo iniziato questa cosa con l’idea di reinventare lo storytelling», hanno scritto Katzenberg e Withman annunciando la chiusura di Quibi: e in parte è vero. I contenuti di Quibi sono stati pensati per essere visti con frequenti interruzioni e per essere il più possibile adattabili a una fruizione disordinata. Le serie di Quibi sono state qualcosa di nuovo, almeno nella forma. E per quanto riguarda i contenuti, Quibi aveva investito molto per collaborare con gente molto famosa, firmando contratti con Steven Spielberg, Guillermo del Toro, LeBron James, Jennifer Lopez, Reese Witherspoon, Idris Elba e Liam Hemsworth. Nel 2019 Katzenberg aveva detto che Quibi voleva diventare per il mondo dei video brevi quello che Google era stato per le ricerche online: una rivoluzione.

Ma di contenuti che si possono vedere in metropolitana o prima di entrare dal dentista ce ne sono già molti, dalle storie di Instagram ai video su TikTok, solo per fare due esempi. E questi, a differenza di Quibi, sono tutti gratuiti. Dopo un periodo di prova di tre mesi, Quibi poteva essere usato solo pagando un abbonamento: uno da 4,99 dollari al mese (con qualche pubblicità qua e là), l’altro da 7,99 dollari (Netflix – per fare un paragone – negli Stati Uniti costa 12,99 dollari al mese nella sua opzione base). Qualcosa, in questo piano, non ha funzionato.

Secondo alcune analisi – non confermate da Quibi – dei circa 900.000 utenti che ad aprile si erano registrati per i tre mesi di prova gratuita, solo poco più di 70.000 hanno sottoscritto un abbonamento in estate, e le cose non sembrano essere migliorate da lì in poi. Già da alcuni mesi circolavano voci sul fatto che Katzenberg stesse cercando di vendere la società o i suoi contenuti, e sembra si fosse messo in contatto con Apple, Facebook e Warner Media, tra le altre.

Secondo Katzenberg e Withman, anche se il servizio funzionava molto bene, «o l’idea non era abbastanza forte per fare stare in piedi un nuovo servizio di streaming, oppure abbiamo sbagliato il momento». Katzenberg – in un messaggio ai suoi dipendenti – ha attribuito gran parte del fallimento di Quibi alla pandemia: per un servizio pensato per la vita in giro è sicuramente difficile avere successo quando mezzo mondo è costretto a stare in casa. Ma in molti avevano avuto dubbi sulle possibilità di successo di Quibi già da prima: perché di contenuti ne esistevano già tantissimi, la concorrenza era serratissima e convincere le persone a pagare per un altro abbonamento è una cosa considerata molto difficile.

Annunciando la chiusura di Quibi, Katzenberg e Withman hanno fatto le loro «profonde scuse» agli utenti e ai loro collaboratori, spiegando comunque di aver creato in pochi anni contenuti e una nuova tecnologia di fruizione di cui vanno molto fieri. Secondo il Wall Street Journal, Quibi restituirà ai suoi investitori circa 350 milioni di dollari e proverà ancora a vendere alcuni dei contenuti e la tecnologia sviluppata fin qui. Secondo il New York Times, i danni a molti dei principali investitori non saranno comunque gravi come potrebbe sembrare: diverse società – tra cui Warner e Disney, per esempio – avevano investito in Quibi e avevano ricevuto da Quibi grosse somme per creare nuovi contenuti.