Keith Jarrett a Umbria Jazz nel 1996. (Ansa)

Keith Jarrett non può più suonare

È tra i jazzisti più influenti e amati e uno dei più grandi pianisti del mondo: ha raccontato al New York Times di avere avuto due ictus e di passarsela piuttosto male

Keith Jarrett a Umbria Jazz nel 1996. (Ansa)

Keith Jarrett, uno dei più creativi e influenti pianisti degli ultimi cinquant’anni, la cui musica è ancora oggi popolare e amata in tutto il mondo, ha avuto due ictus che gli hanno parzialmente paralizzato la metà sinistra del corpo, e per questo non può suonare e probabilmente non potrà farlo mai più, almeno ad alti livelli. Lo ha detto in una intervista rilasciata al New York Times, chiarendo per la prima volta i motivi per cui l’anno scorso si ritirò improvvisamente dall’attività concertistica, senza spiegazioni.

Quello che potrebbe essere stato l’ultimo dei suoi leggendari concerti, che teneva improvvisando da solo al pianoforte per una serata intera, si è tenuto nel 2017 alla Carnegie Hall di New York: era stato particolarmente emozionante, e alla fine – lui che è un tipo notoriamente irascibile e insofferente – aveva detto al pubblico «siete i primi che mi fanno piangere».

Jarrett ha 75 anni ed è stato uno dei più importanti pianisti jazz della seconda metà del secolo scorso, dai suoi esordi nella fusion con la band di Miles Davis ai dischi con la sua band negli anni Settanta e con il trio formato con Jack DeJohnette e Gary Peacock. Ma gran parte della fama di Jarrett è dovuta ai suoi concerti da solo, il più famoso dei quali è il Köln Concert del 1975, ancora oggi uno dei dischi più venduti della storia del jazz.

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«Sono rimasto paralizzato. La mia parte sinistra è ancora in parte paralizzata. Posso provare a camminare con un bastone, ma ci è voluto molto tempo, un anno o più. E perlopiù non mi muovo per casa» ha detto al telefono al New York Times. Jarret ha avuto un primo ictus nel febbraio del 2018, e poi un altro nel maggio successivo. All’inizio non si era reso conto della gravità del problema, ma dopo la comparsa di diversi sintomi è stato ricoverato in ospedale. Dopo essere stato dimesso in seguito al primo episodio ha avuto il secondo ictus: è stato ricoverato in una casa di cura dove è rimasto dal luglio del 2018 allo scorso maggio, quindi per quasi due anni.

Durante la sua degenza ha usato sporadicamente un pianoforte che aveva a disposizione, suonando con la sola mano destra: «Provavo a fingere di essere Bach con una mano sola, ma in realtà era solo un passatempo» ha detto Jarrett, che nella sua carriera ha registrato in diversi dischi le sue interpretazioni delle composizioni del grande compositore settecentesco. Tornato a casa, ha provato a suonare alcuni classici del jazz, scoprendo però di averli dimenticati.

Nate Chinen, il critico musicale che l’ha intervistato, ha detto che ha una voce fioca ma che è stato perlopiù lucido nelle due ore di conversazione, salvo qualche lapsus di memoria. «Spesso ha sottolineato una frase importante o strana con una risata che sembrava una specie di indistinta esalazione ritmica: Ah-ha-ha-ha».

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Nell’ultimo periodo, Jarrett è stato un po’ circondato dai lutti: il mese scorso era morto Peacock, qualche mese prima Jon Christensen, batterista del suo cosiddetto “quartetto europeo” degli anni Settanta (ne facevano parte il sassofonista Jan Garbarek e il bassista Palle Danielson). Tutti gli altri membri del suo “quartetto americano” – il sassofonista Dewey Redman, il bassista Charlie Haden e il batterista Paul Motian – sono morti da tempo. A Chinen Jarrett ha detto che si sente come il John Coltrane dei pianisti, nel senso che «tutti quelli che hanno suonato il sax dopo di lui mostravano quanto gli erano debitori: ma non era la loro musica, era solo una questione di imitazione».

«Non so come dovrebbe essere il mio futuro. Non mi sento un pianista, ora come ora. È tutto ciò che posso dire» ha spiegato Jarrett. «Ma quando sento la musica di un pianoforte suonato a due mani, è molto frustrante, in un senso fisico. Se sento anche solo Schubert, o qualcosa suonato soffusamente, è troppo. Perché so che non potrò più farlo. Non ci si aspetta che io ritorni a quel punto. Il massimo che si pensa io possa recuperare per quanto riguarda la mia mano sinistra è magari tenere una tazza».

«Posso suonare solo con la mano destra, e non mi basta. Ho anche fatto dei sogni in cui sono malmesso come nella realtà, perciò mi sono ritrovato a suonare nei miei sogni: ma è esattamente come nella vita vera» ha detto a Chinen.