Hugh Grant a un evento per la campagna elettorale della parlamentare Luciana Berger a Finchley, Londra, 2019 (Leon Neal/Getty Images)
  • Cultura
  • mercoledì 9 Settembre 2020

Hugh Grant ha 60 anni

C'è quello di "Notting Hill" e di "Quattro matrimoni e un funerale", ma ce ne sono anche diversi altri

Hugh Grant a un evento per la campagna elettorale della parlamentare Luciana Berger a Finchley, Londra, 2019 (Leon Neal/Getty Images)

Lo Hugh Grant più famoso, che conoscono quasi tutti, è quello di Notting Hill e di Quattro matrimoni e un funerale. Che sono due, certo, ma si assomigliano molto: entrambi sono personaggi intrinsecamente britannici, educati ma imbranati, belli e scapoli, dolci e sarcastici. Ma di Hugh Grant ce ne sono anche altri: uno più cinico e donnaiolo, ma sempre da commedia; uno da film drammatico – molto meno noto ma in certi casi piuttosto apprezzato – e poi uno fuori dal cinema, molto riservato e di recente politicamente impegnato. In tutto ciò, comunque, oggi è uno di quei giorni da maddai-di-già, perché Hugh Grant compie 60 anni.

Il suo nome intero è Hugh John Mungo Grant e al cinema è arrivato dopo essere nato e cresciuto a Londra con una madre che insegnava francese e un padre che aveva una ditta di tappeti ed era appassionato di golf e acquerelli. Dopo aver studiato Letteratura inglese a Oxford e dopo aver preso in considerazione l’idea di continuare studiando arte, Grant scelse di dedicarsi alla recitazione, con cui aveva iniziato a familiarizzare già durante gli studi, entrando a far parte di una compagnia teatrale.

Per chi voglia approfondirne la carriera cinematografica, il primo film di Grant da recuperare è Maurice, diretto da James Ivory nel 1987. È un Grant drammatico: perché la storia, tratta da un romanzo omonimo, è quella di un amore omosessuale nell’Inghilterra di inizio Novecento. Ed è un Grant che fu apprezzato, perché grazie a quel ruolo vinse la Coppa Volpi come miglior attore al Festival di Venezia.

Dopo Maurice, Grant recitò nell’horror La tana del serpente bianco, fu Fryderyk Chopin nel trascurabile Chopin amore mio, tornò a recitare per Ivory in Quel che resta del giorno e tornò a farsi notare nel thriller erotico Luna di fiele, diretto da Roman Polanski. Nel film – il cui titolo originale è Bitter Moon – il suo personaggio è al centro di una strana relazione tra un uomo su una sedia a rotelle e una seducente donna incontrati in crociera.

Ma lo Hugh Grant più famoso si fece vedere solo nel 1994, con Quattro matrimoni e un funerale, che doveva essere una commedia romantica senza troppe pretese e che divenne il film britannico che incassò più soldi tra quelli usciti fino a quel momento. Non fu certo solo merito di Grant, ma lui diede una grossa mano, grazie al suo Charles, che si mette e si toglie gli occhiali in continuazione, arriva tardi ai matrimoni, è goffo e imbarazzato ma sa far ridere e fa spesso dei grandi sorrisi.

– Leggi anche: La storia di Quattro matrimoni e un funerale

Il personaggio funzionava e rimase un po’ attaccato a Grant, che in una delle sue rare interviste disse: «Sebbene debba a quel film gran parte del mio successo, fu frustrante dover sopportare due supposizioni che la gente si mise a fare: la prima è che io fossi proprio quel personaggio; l’altra è che quel personaggio fosse l’unico che potevo fare».

Dopo Quattro matrimoni e un funerale, Grant provò un po’ a reinventarsi una carriera, ma fece di più la cronaca del suo agente: il personaggio a cui la gente lo associava cambiò radicalmente quando nel 1995 – mentre era fidanzato con l’attrice e modella Liz Hurley – fu arrestato vicino al Sunset Boulevard di Hollywood, mentre era in auto con una prostituta.

Per un po’ sembrò che la sua carriera potesse risentirne, ma nel 2000 tornò a essere scapolo, goffo, inglesissimo, sorridente e romanticissimo in Notting Hill: un’altra commedia romantica e un altro grandissimo successo (ancora oggi, il suo film dai maggiori incassi globali).

Grant provò a far ridere – riuscendoci solo in parte, a detta di molti critici – in Mickey occhi blu e Criminali da strapazzo, e grazie a film di successo come Il diario di Bridget Jones (e il suo seguito), About a Boy e Love Actually continuò a muoversi nella commedia con personaggi però in genere più cinici rispetto a quelli delle sue precedenti commedie romantiche.

Nell’ultimo decennio Grant ha fatto il cattivo (i cattivi, anzi) nel piuttosto fallimentare e già dimenticato Cloud Atlas, ha recitato con Meryl Streep in Florence, con un orsetto animato in Paddington 2 e per Guy Ritche nelle sue ultime due commedie d’azione. Questo nuovo decennio Grant lo inizierà a ottobre, nella serie tv di HBO The Undoing – Le verità non dette, in cui reciterà con Nicole Kidman.

Fuori dal cinema e dalla tv, Grant è descritto come un appassionato di golf, un tifoso di calcio del Fulham, un collezionista d’arte (comprò per 4 milioni di dollari un ritratto di Elizabeth Taylor fatto da Andy Warhol, rivendendolo per cinque volte tanto). Della persona di Grant – e non dei suoi personaggi – si parlò per via di quell’arresto a Hollywood e si è spesso parlato sui tabloid britannici, e contro due di questi (il Daily Mail e il Mail on Sunday) nel 2007 vinse una causa, che spiegò di aver iniziato perché «stanco di leggere articoli quasi tutti inventati sulla mia vita privata». Colse allora l’occasione per ricordare che «le “fonti vicine a” o gli “amici e confidenti” su cui certe storie dicono di basarsi non esistono quasi mai».

La foto segnaletica che gli fu scattata dopo l’arresto del 1995, Grant la tirò invece fuori qualche mese fa, visto che alcuni – che lo criticavano per il fatto di essersi schierato contro il primo ministro britannico Boris Johnson – avevano ripreso a farla circolare.

– Leggi anche: Hugh Grant è giusto un po’ arrabbiato con Boris Johnson

A parte il suo attivismo politico, su Twitter ma anche nel mondo reale, Grant parla poco o niente della sua vita privata e dalle sue poche interviste emerge una certa insofferenza per la fama e quel che comporta il mestiere dell’attore. Nel 2012, durante una lunga intervista con il Guardian, in cui parlò molto della sua carriera e anche un po’ di sé, a un certo punto disse, “interrompendosi all’improvviso e con un fare triste”:

«Guarda, non potrei essere più a disagio di così nel parlarti di queste cose [cose private]. Niente mi sembra meno interessante dello scoprire la tua anima per un giornale. Non provo particolare gusto nell’ascoltare un attore che prova a scomporre la sua personalità, e non voglio essere quel tipo di persona».