Cosa succede quando Internet decide che sei colpevole di qualcosa

Lo ha sperimentato un uomo del Maryland accusato ingiustamente di essere protagonista di un video virale violento

La scorsa settimana è diventato virale il video di un ciclista che aggrediva una bambina che stava appendendo dei manifesti sulla morte di George Floyd, provocando grandi indignazioni. Il video, che oggi ha oltre 30 milioni di visualizzazioni, era stato girato in Maryland, e mostrava anche l’uomo inseguire e urtare un adulto con la sua bici. La polizia locale aveva chiesto aiuto su Twitter per identificare l’aggressore. Una sera di pochi giorni dopo, ha raccontato il sito The Intelligencer, Peter Weinberg iniziò a ricevere messaggi di insulti e minacce sul suo profilo Twitter: per un errore era stato accusato da alcuni utenti di essere il ciclista del video, con il risultato che migliaia di persone stavano chiedendo il suo licenziamento e il suo arresto.

Weinberg ha 49 anni e lavora nella finanza a Bethesda, Maryland. Appassionato di bici, frequentava spesso la strada dove era stato girato il video. Lui non lo sapeva, ma l’applicazione che usava per tenere traccia dei suoi allenamenti condivideva pubblicamente le informazioni sui percorsi che seguiva. Quando la polizia del Maryland-National Capital Park ha chiesto aiuto su Twitter per identificare l’uomo del video, ha scritto che l’aggressione era avvenuta il 2 giugno. Il tweet ha ricevuto oltre 55mila retweet. Poco dopo, l’account della polizia si era corretto: l’incidente era avvenuto il primo giugno. Ma quel secondo tweet ha ricevuto soltanto 2.000 retweet: a circolare di più era stato il primo, come capita sempre in questi casi.

Qualcuno ha provato a risalire ai ciclisti che avevano percorso quella strada la mattina del 2 giugno attraverso i dati pubblici dell’app, scoprendo che Weinberg era passato da lì quella mattina. La sua foto del profilo, in cui indossa un casco da bici e occhiali da sole, ricordava l’uomo del video, e quell’informazione è stata condivisa online, insieme al suo indirizzo di casa. Da quel momento sempre più persone hanno cominciato ad accusare ingiustamente Weinberg, che nemmeno aveva visto il video. Prima con qualche messaggio su Linkedin, che Weinberg ha ignorato ritenendolo spam, e poi con sempre più messaggi di insulti sul suo poco attivo profilo di Twitter. È cominciato, quindi, un classico caso di gogna online: solo che la persona che la stava subendo non c’entrava niente.

La gente lo accusava di essere un razzista, di essere stato violento con una bambina, minacciandolo e sostenendo che sarebbe presto stato arrestato. «Hey stronzo razzista… stiamo venendo a prenderti», «Devi pagarla», «Hai aggredito una bambina oggi, ben fatto. Devi essere immediatamente licenziato» erano alcuni dei messaggi.

Una volta capito il motivo dell’equivoco, Weinberg ha chiamato il numero diffuso dalla polizia, senza riuscire a parlare con il detective assegnato al caso. Ma la polizia gli ha detto che avrebbero mandato delle volanti fuori da casa sua, per precauzione. Alla fine il detective lo ha chiamato, e i due hanno fissato un appuntamento per la mattina seguente. Weinberg ha scritto su Twitter: «Ho scoperto da poco di essere stato associato per sbaglio a un’aggressione sconvolgente. Sappiate che non sono io. Sono in contatto con le autorità e aiuterò in ogni modo possibile». Nelle risposte al tweet, molti hanno scritto di non credergli, continuando ad accusarlo di essere lui l’uomo del video.

Weinberg era solo quella sera, visto che la sua fidanzata era a New York, e ha passato la serata a leggere i messaggi su Twitter. Non era l’unico a essere accusato ingiustamente dell’aggressione: altri account se la stavano prendendo con un ex poliziotto che era stato a sua volta confuso con l’uomo del video. La mattina seguente è andato al commissariato, dove è stato scagionato: Weinberg ha pubblicato su Twitter il documento che lo provava. Nelle quasi 500 risposte, alcune persone continuavano a insultarlo, accusandolo di essere un sostenitore di Trump per via di alcuni suoi vecchi tweet, oppure ricordandogli che essere accusati ingiustamente è frequente per chi non è bianco come lui.

Poco dopo, Weinberg fu contattato dal procuratore generale del Maryland, che si è scusato e ha chiesto come potesse aiutarlo: ha twittato quindi che la polizia aveva fermato un sospettato, e che non era Weinberg. Il tweet è arrivato appena a 228 retweet. Quel pomeriggio, l’identità dell’uomo del video è stata poi diffusa: era un 60enne di nome Anthony Brennan III. Weiberg ha scritto su Twitter che avrebbe riflettuto su quanto gli era successo, aggiungendo: «Dobbiamo unirci nella lotta per la giustizia e l’uguaglianza, ma senza sacrificare il giusto processo e il diritto alla privacy e alla sicurezza». A un giornalista, ha detto di essere «stordito» da quanto successo. La donna che aveva condiviso il suo indirizzo di casa ha cancellato il tweet scrivendo che la sua sete di giustizia aveva fatto sì che si lasciasse trascinare. Il nuovo tweet è stato condiviso da poco più di una decina di persone.