Il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov il 22 ottobre a Tokyo, in Giappone (Carl Court/Getty Images)
  • Mondo
  • sabato 15 Febbraio 2020

Il presidente del Turkmenistan ne ha fatta un’altra delle sue

Ha smesso di tingersi i capelli e ha obbligato moltissimi turkmeni a fare altrettanto: è solo una delle ultime decisioni bizzarre del capo di uno dei regimi più repressivi al mondo

Il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov il 22 ottobre a Tokyo, in Giappone (Carl Court/Getty Images)

Alla fine dello scorso anno il presidente del Turkmenistan, il 62enne Gurbanguly Berdymukhamedov, ha smesso da un giorno all’altro di tingersi i capelli, che da neri sono diventati del loro colore naturale, grigi. Poco dopo il regime turkmeno, uno dei più autoritari al mondo, ha ordinato a tutti i barbieri della capitale Ashgabat di non tingere più i capelli agli uomini. Più di recente, inoltre, è stato ordinato a tutti i funzionari statali della regione di Lebap, nel Turkmenistan nordorientale, di non tingersi i capelli in occasione dell’imminente visita di Berdymukhamedov: chi avesse violato la regola – insegnanti, medici, impiegati comunali – non avrebbe potuto partecipare agli incontri pubblici con il presidente.

Il regime non ha dato spiegazioni, ma molti osservatori, tra cui la redazione turkmena di Radio Free Europe – Radio Liberty, hanno sostenuto che i due divieti fossero legati alla decisione del presidente di non tingersi più: fossero cioè un modo per non far sfigurare Berdymukhamedov durante i suoi incontri pubblici.

Quella della tinta dei capelli di Berdymukhamedov non è una storia solo bizzarra: è rappresentativa di un certo modo di governare, diffuso anche tra altri capi di stato dell’Asia centrale, basato in particolare su una gestione completamente arbitraria e ultra personalistica del potere.

Gurbanguly Berdymukhamedov quando ancora si tingeva i capelli, il 29 agosto 2016 (Sean Gallup/Getty Images)

Berdymukhamedov divenne presidente nel 2006 dopo la morte del suo predecessore, Saparmurat Niyazov, anch’egli a capo di un regime autoritario e stravagante: tra le altre cose, durante i suoi anni al governo, Niyazov aveva deciso di rinominare i giorni della settimana come i membri della sua famiglia.

Durante le prime fasi della transizione, molti sperarono che Berdymukhamedov si distanziasse da Niyazov, ma le cose andarono diversamente: Berdymukhamedov mostrò un’attitudine autoritaria già vista negli anni precedenti e si rese protagonista di episodi stravaganti e bizzarri come il suo predecessore, per lo più con l’obiettivo di celebrare il suo potere.

Nel 2017, per esempio, fu diffuso un video che lo mostrava mentre suonava la chitarra accompagnato dal battito di mani di diversi sostenitori, e un altro in cui suonava una tastiera e cantava, vestito in maniera molto informale e accompagnato da altre tre persone.

Ad agosto dello stesso anno i media governativi mostrarono Berdymukhamedov in tenuta militare mentre sparava con un fucile e una pistola, mentre lanciava coltelli – ovviamente centrando sempre il bersaglio – e mentre dava indicazioni per compiere un attacco aereo.

Nel novembre 2018 fu diffuso un video che mostrava Berdymukhamedov sollevare una sbarra per il sollevamento pesi durante una riunione del suo governo, tra gli applausi dei suoi sottoposti.

Nonostante le speranze iniziali, nel corso degli ultimi anni Berdymukhamedov ha mantenuto le forti limitazioni introdotte da Niyazov sulla libertà di espressione, di associazione e di religione, e ha proseguito con le politiche repressive nei confronti dei dissidenti, con diversi casi documentati di prigionieri sottoposti a lavori forzati, a tortura o scomparsi.

La mancanza di riforme economiche ha spinto inoltre il Turkmenistan in una crisi sempre più profonda, provocata per lo più dal crollo del prezzo delle risorse energetiche – su cui è fortemente dipendente l’economia nazionale –, dall’estesa corruzione e dalle politiche isolazioniste adottate dal regime.