Peter Gabriel durante il suo concerto a Berlino per il 25esimo anniversario della caduta del Muro (Adam Berry/Getty Images)

Peter Gabriel ha 70 anni

Un'ottima scusa per riascoltarsi le sue migliori 18 canzoni

Peter Gabriel durante il suo concerto a Berlino per il 25esimo anniversario della caduta del Muro (Adam Berry/Getty Images)

Peter Gabriel, oggi compie 70 anni. Da leader e cantante della band progressive rock dei Genesis – rimpianto in eterno dai loro fan – è diventato autore di dischi propri originali ed eccellenti, si è avvicinato alla world music, ha scritto canzoni per le colonne sonore di film e videogiochi, tra le altre cose. Queste sono le canzoni di Gabriel di cui Luca Sofri, peraltro direttore del Post, aveva scritto nel suo libro Playlist, La musica è cambiata.

Peter Gabriel
(1950, Chobham, Inghilterra)
Peter Gabriel divenne leggenda già con i Genesis, e convitato di pietra dei Genesis senza di lui, che intanto era andato a fare dischi bellissimi, a esplorare le musiche del mondo, a far diventare oro qualsiasi cosa fosse toccata dalla sua voce: anche le canzoncine dei film. Dei grandissimi della sua generazione, altrettanto impeccabile c’è solo Lou Reed. Ha comprato un albergo in Sardegna, dove si è sposato qualche anno fa, con Phil Collins come testimone.

Here comes the flood
(I, 1977)
Forse il miglior pezzo di Peter Gabriel, malgrado lui l’avesse desiderata con un arrangiamento più sobrio, come poi comparve – più sofferta, meno impetuosa, altrettanto bella – nella raccolta “Shaking the tree”. Influenzata dalla lettura di Carlos Castaneda e da riflessioni sulla telepatia.

Solsbury Hill
(I, 1977)
La più efficace canzonetta pop del primo Peter Gabriel. Solsbury Hill si trova vicino a Bath, in Inghilterra. Il testo viene di volta in volta interpretato come una sorta di rivelazione religiosa, o come il racconto della sua separazione dai Genesis. Il riff di chitarra è una delle cose più contagiose della storia del rock, ma anche il passaggio sul cuore impazzito (“boom boom boom”) è memorabile. “Solsbury hill” è sempre rimasta tra le preferite del suo autore. Qualche anno fa finì nella colonna sonora di Vanilla Sky.

Indigo
(II, 1978)
Canzone di suicidio o di resurrezione, o probabilmente entrambi, dolcissima e appassionata: “ok, mi arrendo…”.

Home sweet home
(II, 1978)
Peter Gabriel che gioca con le sue voci e racconta una storia terribile di sarcasmo antidomestico. I due protagonisti fanno un bambino che non volevano, devono andarsene e trovarsi una casa (“home, sweet home”) ma le cose non funzionano e la vita è difficile. Lui un giorno torna a casa e lei si è buttata dalla finestra dell’appartamento all’undicesimo piano (”home, sweet home”). Quando riceve i soldi dell’assicurazione, gli sembrano così odiosi che decide di giocarli al casinò, e vince. E si compra una deliziosa casetta in campagna (“home, sweet home”), “un posto dove riposarsi e ripensare a tutte le cose che dicevamo, nella nostra casa, dolce casa”.

Family snapshot
(III, 1980)
La discussione tra i fans non si è mai sopita: la canzone parla di Arthur Bremer, che nel 1972 cercò di uccidere il governatore razzista dell’Alabama George Wallace, o dell’assassinio di JFK? Probabilmente di tutti e due.

Biko
(III, 1980)
“September seventy-seven, Port Elizabeth, weather fine”. Sono il mese e il luogo in cui Stephen Biko, militante anti-apartheid in Sudafrica morì in carcere in seguito a un pestaggio della polizia. Il coro che apre e chiude la canzone è un canto funebre sudafricano. “Biko” fu il primo passo mosso da Gabriel verso la World Music di cui si occupò intensamente negli anni successivi. Ne esiste una mediocre cover dei Simple Minds.

San Jacinto
(IV/Security, 1982)
“San Jacinto” è un racconto, sceneggiato, sullo spappolamento della cultura degli indiani d’America a contatto con quella dei bianchi. Gran lavoro musicale, e teatrale nello sviluppo, è stupenda quando Gabriel decide di mollare tutto su “I hold the line!”.

Wallflower
(IV/Security, 1982)
Fu ispirata dalle storie dei prigionieri torturati sotto la dittatura di Pinochet (secondo altre versioni, dalla detenzione di Lech Walesa). Nel 1990 Gabriel la cantò a Santiago del Cile assieme agli Inti Illimani. Come altre canzoni di Gabriel, compare nella colonna sonora di Birdy in una versione strumentale.

Sledgehammer
(So, 1986)
La più efficace canzonetta pop del secondo Peter Gabriel, che gli valse un inedito successo commerciale e radiofonico soprattutto in America (dove “spodestò” dal numero uno “Invisible touch” dei Genesis). Una ennesima rivoluzione nei suoi suoni, con un tono soul anni Sessanta e l’introduzione di ritmi e fiati che fecero storcere il naso ad alcuni fans, sospettosi persino che ci fosse un’imitazione del malvisto Phil Collins (suo socio e poi erede nei Genesis). Molte allusioni erotiche nel testo: sledgehammer è un mazzuolo da lavoro. Il video è stato premiato da MTV come uno dei più innovativi nella storia dei video.

In your eyes
(So, 1986)
Suoni africani e grandi cambi di ritmo in corsa, “In your eyes” andrebbe ascoltata dal vivo. A parte la versione extended pubblicata sul 12”, ce n’è una da undici minuti e mezzo in Secret world live, con tutta la band scatenata.

Don’t break this rhythm
(Sledgehammer EP, 1986)
Peter Gabriel ha spesso parcheggiato dei piccoli capolavori sui lati B dei suoi singoli. Questo è fantastico quando lui distende il refrain, “don’t break this rhythm, don’t break this motion…”. Un’altra chicca introvabile sui dischi maggiori è “Curtains” (era il lato B di “Big time”, fu usata poi nel videogame Myst IV).

Secret world
(Us, 1992)
Dai Genesis in poi, Gabriel ha sempre dato molto nei concerti e nei relativi dischi dal vivo. In Secret world live allunga ancora la già lunga “Secret world”, con evoluzioni affascinanti. La pausa dopo i sei minuti è il momento migliore: “a cosa stavamo pensando?”.

Digging in the dirt
(Us, 1992)
Parla di sé, di guardarsi dentro, di psicanalisi. Come in altre canzoni di Gabriel (per esempio, “In your eyes”), è fantastico il cambio di ritmo liberatorio tra la strofa e il refrain.

Party man
(Virtuosity, 1995)
Virtuosity era un film di fantascienza con Denzel Washington (acutamente ribattezzato in Italia Virtuality), di cui non si ricorda niente se non la bella canzone di Peter Gabriel, scritta assieme a Tori Amos.

Make tomorrow
(OVO, 2000)
Nel 2000 Peter Gabriel pubblicò un’opera a cui aveva lavorato negli anni precedenti e che sarebbe servita come colonna sonora di uno show ospitato nello sfortunato Millennium Dome londinese, la spettacolare struttura costruita lungo il Tamigi per le celebrazioni del Duemila e poi tormentata da problemi economici e di gestione e da polemiche di ogni genere. Nelle canzoni raccolte sul disco, Gabriel coinvolse tra gli altri Paul Buchanan dei Blue Nile e Richie Havens, che cantano con lui in “Make tomorrow”.

The Barry Williams show
(Up, 2002)
Pezzone che eredita la lezione di “Sledgehammer”, tutto ritmo e fiati, a proposito delle depravazioni dei talkshow americani tipo Jerry Springer, e delle meschinità familiari messe in piazza. L’attore che fa Barry Williams nel video si chiama davvero Barry Williams e recitava nella serie televisiva La famiglia Brady.

The drop
(Up, 2002)
La metafora del guardare il mondo dall’aereo, in questa vaghezza, non è chissà quale ideona. Ma il pezzo è bello, all’antica: solo Peter Gabriel e il pianoforte, a chiudere notturnamente (“watching as the sun goes down”) il suo primo disco in dieci anni.

Book of love
(Shall we dance, 2004)
La canzone dei Magnetic Fields fu interpretata da Peter Gabriel per la colonna sonora di Shall we dance, una sciacquettata con Richard Gere.
E gli diede l’occasione di cantare stupendamente una semplice, per-
fetta, canzone d’amore.

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