Anguilla, settembre 2017 (Guillermo Houwer via AP)

La fortuna dell’isola di Anguilla è il suo nome

E c'entra l'intelligenza artificiale, ma non nel modo in cui di solito c'entra l'intelligenza artificiale

Anguilla, settembre 2017 (Guillermo Houwer via AP)

Come ogni paese, anche il piccolo arcipelago di Anguilla – un territorio d’oltremare britannico nei Caraibi – ha il suo dominio internet nazionale (dominio nazionale di primo livello): se quello dell’Italia è .it, quello di Anguilla è .ai. Per molti anni, .ai è stato un semplice dominio di primo livello come altri, senza grandi attrattive e usato anche in modo piuttosto limitato, viste le piccole dimensioni del paese che rappresentava. Poi le cose sono cambiate.

AI è infatti la sigla con cui in inglese si indica l’intelligenza artificiale (artificial intelligence), un ambito di ricerca e affari in cui negli ultimi anni sono confluiti enormi investimenti e di cui si è parlato e si parla tantissimo. Avere l’esclusiva sull’uso del dominio .ai, quindi, è diventata un’improvvisa fortuna per Anguilla, e una discreta fonte di ricavi.

Il dominio .ai è diventato infatti molto richiesto dalle startup che lavorano nell’intelligenza artificiale, dagli investitori (anche speculatori) che comprano nomi con quel dominio per rivenderli o dalle grandi aziende del settore. Ogni volta che un’azienda si registra o rinnova il proprio indirizzo internet con il dominio .ai, Anguilla riceve una commissione di 50 dollari all’anno (circa 45,4 euro), che vanno a finire nelle casse del governo. In questo modo nel 2018 ha raccolto 2,9 milioni di dollari (2,6 milioni di euro), più o meno quanto il salario dei suoi 127 insegnanti delle classi elementari e degli amministratori della zona, scrive il New York Times; nel 2019 quella cifra è leggermente aumentata.

Il suffisso .com (il cui maggiore azionista è Berkshire Hathaway, del miliardario Warren Buffett) è ancora il più usato al mondo e rappresenta il 40 per cento di tutti gli indirizzi internet registrati; la sua richiesta però è in calo e nel 2019 il 33 per cento delle nuove start-up si è registrato con domini diversi, più del doppio di 5 anni fa. Infatti dalla liberalizzazione dei domini di Internet – decisa dall’ICANN (l’ente internazionale che gestisce molti funzionamenti di Internet) nel giugno 2011 – sempre più aziende, soprattutto startup, scelgono domini originali o insoliti e uno tra i più richiesti è quello di Anguilla.

Non esiste un modo preciso per sapere come i domini vengono usati una volta acquistati, ma gli esperti stimano che la metà sia usata per gli indirizzi web e i servizi email; il resto viene comprato dalle aziende, perché non venga usato da rivali in modo inappropriato, o da speculatori che sperano di rivenderli a un costo superiore.

Tra registrazioni e rinnovi, il mercato dei domini internet si aggira intorno ai 4 miliardi di dollari all’anno (circa 3,6 miliardi di euro) ed è facile capire come interessi a investitori e speculatori. Per esempio, nel 2018 una società di investimento comprò Donuts Inc., una società con i diritti di più di 240 nuovi domini come .technology e .engineering.

Due mesi fa la società di investimento Ethos Capital aveva offerto alla cooperativa no-profit che lo possiede più di un miliardo di dollari per i diritti di .org, il dominio più comunemente usato dalle no-profit; la notizia provocò molte proteste e arrivò una nuova offerta fatta da una cordata di non profit costituita apposta.

Rivendere un dominio o un indirizzo internet può fruttare da pochi spiccioli a milioni di dollari: l’anno scorso voice.com fu venduto per 30 milioni di dollari (27 milioni di euro) a Block.one, una start-up che sta costruendo un network di social media chiamato voice.

Sombrero, una delle isole di Anguilla,
(AP Photo/Jim Anderson)

Vincent Cate, che gestisce il registro dei domini .ai, ha detto al New York Times che le richieste sono «davvero una valanga». Cate aveva iniziato a gestire la vendita dei domini anni fa, quando gli affari erano ancora poca cosa; la crescita del settore dell’intelligenza artificiale, però, ha aumentato la richiesta costringendo Cate ad appoggiarsi a rivenditori di domini professionisti come GoDaddy e 101domain.

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